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Secondo Perriello, senza una tregua stabile, qualsiasi consultazione elettorale sarebbe esposta al rischio di incidenti o provocazioni russe, con inevitabili ripercussioni politiche. “Stati Uniti ed europei difficilmente potrebbero permettersi un voto segnato da sabotaggi o attacchi: ne risentirebbe la loro credibilità internazionale e, pur attribuendo la responsabilità al Cremlino o all’inefficacia europea, difficilmente sceglierebbero un coinvolgimento diretto contro Mosca”, spiega.
La pace formale, invece, appare un obiettivo più nominale che sostanziale: “I numerosi piani di pace susseguitisi dal 2022, compresi quelli avanzati in ambito statunitense, hanno dimostrato quanto sia fragile l’idea di un accordo definitivo in assenza di un equilibrio militare sul campo. Analogamente, le riforme legislative restano un fattore interno, che le grandi potenze non considerano vincolante ai fini del processo elettorale”. In questo quadro, l’Ucraina dispone di margini decisionali limitati: il suo destino politico si gioca soprattutto nelle dinamiche tra Washington, Bruxelles e Mosca. “È la logica, spesso cinica, della geopolitica, che prescinde da giudizi morali e si muove esclusivamente secondo rapporti di forza”, prosegue l’esperto.
Le pressioni
Il piano evocato dal Financial Times riflette con ogni probabilità una dinamica ben nota: sul dossier ucraino il margine di autonomia di Kiev resta limitato e le decisioni maturano soprattutto fuori dai suoi confini. Sul piano formale Kiev conserva la facoltà di stabilire tempi e modalità del voto, ma la sua traiettoria geopolitica resta sostanzialmente subordinata alle scelte di Washington e all’eventuale intesa che gli Stati Uniti riusciranno a raggiungere con Mosca. Non a caso, sottolinea l’analista, “la breve tregua invernale, esauritasi nel giro di pochi giorni, ha confermato che il Cremlino non intende interrompere le ostilità finché non avrà ottenuto garanzie strategiche soddisfacenti, forte anche del fatto che gli stessi Stati Uniti siano giunti a bussare alla porta”.
Per gli apparati americani, i veri decisori della politica estera, al di là delle dinamiche elettorali interne, la priorità sembra essere la chiusura del dossier ucraino per concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina, nell’Indo-Pacifico e nell’Artico. “In questo quadro, la promozione di elezioni a Kiev può diventare uno strumento politico e simbolico, funzionale a stabilizzare il teatro europeo e dichiarare ‘normalizzata’ la crisi. La sponsorizzazione retorica di elezioni nel Paese potrebbe essere parte di questo piano, ma a conti fatti sarà dirimente anche la postura della Russia, parimenti fiaccata ma bisognosa di mostrarsi forte sia sul fronte interno sia all’estero”, spiega il volto di Domino.
A ciò si aggiunge una “componente egoistica di Trump e dei repubblicani a lui fedeli”: l’ottenimento di più risultati possibili in vista delle elezioni di Midterm previste per novembre: “Per l’amministrazione Trump, alle prese con sondaggi sfavorevoli e con una manipolazione esercitata dai cosiddetti neocoservatori, che trovano il loro punto di riferimento nel Segretario di Stato Marco Rubio, il ripristino di un processo democratico in Ucraina non sarebbe male”.
I candidati alternativi
Volendo delinare uno scenario elettivo possibile, “la premier Yulia Sviridenko, il presidente Vladimir Zelensky e l’ex comandante in capo delle Forze Armate ucraine Valery Zaluzhny (dato per grande favorito) figurano tra i possibili protagonisti della corsa alla massima carica del Paese”. La rosa di nomi comprende, secondo le ipotesi dell’analista geopolitico, anche il capo dell’intelligence militare ucraina (Pur) Kyrylo Budanov, “non a caso nominato di recente capo dell’ufficio presidenziale da Zelensky, in scia a una serie di purghe ministeriali e militari che sembrano preparare il terreno a elezioni comunque non più rinviabili, pur con tutti i limiti che abbiamo descritto”.
C’è poi anche il grande oppositore Petro Poroshenko, “che potrebbe essere giocato per soppiantare il blocco Zelensky, anche se resta il problema della sua avversione totale alla Russia, il che rende poco appetibile la sua elezione agli occhi degli Stati Uniti”. Infine Yulia Tymoshenko, che però si è pensato bene di “imputare per corruzione per instradare un proseguimento dello status quo”.
Con ogni probabilità, spiega Perriello, Zelensky tenterà di ottenere un nuovo mandato, “benché la tradizione politica ucraina tenda a fermare i presidenti a un solo ciclo, ad eccezione di Leonid Kuchma, il cui secondo mandato si rivelò particolarmente difficile. Legittimo e sacrosanto, ma non dobbiamo fingere di considerarlo un affare squisitamente ucraino. L’attuale presidente è inviso al Cremlino e questo conta molto”.
Il futuro dell’Ucraina
Il futuro politico dell’Ucraina, in ogni caso, non dipende esclusivamente da Zelensky, che pure ha incarnato il sentimento nazionalista e di resistenza del Paese. “La parabola di collettività e Stati non è in capo ai leader, che restano espressione della volontà e del sentimento del popolo”, spiega l’esperto. In questa prospettiva, anche un’eventuale assenza di Zelensky avrebbe più effetti simbolici che concreti: “Il sentimento di una comunità non sovrana come quella ucraina può toccarci moralmente e generare solidarietà, ma non avrà effetti sulle relazioni con NATO e UE, che continuano a fungere rispettivamente da braccio armato e da braccio economico-politico degli Stati Uniti in Europa”.
Allo stesso tempo, la possibile combinazione di voto presidenziale e referendum sul peace deal offre una doppia chiave interpretativa. “Nella retorica può rafforzare la posizione negoziale di Kiev, ma nella pratica le cose stanno diversamente”, spiega l’analista, ricordando che Mosca valuta le dinamiche interne ucraine soprattutto in termini strategici. “Con un governo aperto al filorussismo, anche in maniera implicita, Mosca avrebbe tutto l’interesse a mostrarsi aperta al libero governo democratico del Paese. Ma le condizioni sono state già trattate: Ucraina mai nella Nato, possibile una sua associazione all’Ue, certificazione dell’influenza russa sulla parte russofona del Paese invaso”, commenta Perriello. In questo contesto, conclude, “non credo francamente che il referendum possa certificare un tale scenario, figurarsi l’elezione del nuovo presidente ucraino”.
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