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È morto Paolo Cirino Pomicino: ’o Ministro, il medico neurologo che divenne il “Viceré” di Napoli

Si è spento a Roma, all’età di 87 anni, Paolo Cirino Pomicino, l’uomo che per un decennio  è stato l’architetto silenzioso e potentissimo della spesa pubblica italiana. Medico neurologo prestato alla politica — o forse politico che non ha mai smesso di analizzare i nervi scoperti del potere — Pomicino è stato molto più di un ministro: è stato il simbolo plastico della Prima Repubblica.

Dalla corsia del Cardarelli al “CAF”

Nato a Napoli nel 1939, quinto di sette figli di una famiglia della media borghesia (suo fratello Bruno fu un celebre attore comunista), Pomicino inizia la sua scalata tra le corsie dell’ospedale Cardarelli. Ma è il 1968 a segnare la svolta: l’impegno sindacale lo spinge verso la Democrazia Cristiana, dove diventa rapidamente il fulcro della corrente andreottiana, la cosiddetta “Primavera”.

Il soprannome ’o Ministro non era solo un titolo, ma un riconoscimento di status. Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, nei governi De Mita e Andreotti, ha gestito il Bilancio e la Funzione Pubblica, diventando il vertice operativo del “CAF”(l’asse Craxi-Andreotti-Forlani). Insieme ai liberali e ai socialisti dell’epoca, fu battezzato come uno dei “Viceré” di Napoli: padrone assoluto del consenso e della programmazione economica nel Mezzogiorno.

La tempesta di Mani Pulite e la “resilienza”

Il 1993 segna il crollo del suo mondo. Travolto dalle inchieste di Mani Pulite, affronta 42 processi e una condanna patteggiata per la maxitangente Enimont. Eppure, Pomicino non è mai uscito davvero di scena. Come il cuore nuovo che gli fu trapiantato nel 2007, anche la sua carriera ha vissuto diverse stagioni: parlamentare europeo, deputato con l’Udeur e poi con la DC di Rotondi, fino a diventare un lucido commentatore politico e “nonno” nobile del centro moderato.

Un inno alla vita

Nonostante i problemi cardiaci e le bufere giudiziarie, ha difeso fino all’ultimo l’eredità della DC, criticando aspramente la “seconda” e “terza” Repubblica, colpevoli a suo dire di aver smarrito la cultura del governo. Come ricordato da Gianfranco Rotondi, la sua esistenza è stata un “infinito inno alla vita”, vissuta con la sagacia napoletana di chi sa che, nella politica come nella medicina, il segreto è capire quando intervenire e quando attendere.

Con la sua scomparsa, cala definitivamente il sipario su un modo di intendere lo Stato fatto di grandi mediazioni, colossali investimenti e una visione del potere che oggi appare totalmente trasformata.

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