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Ancora un arresto, l’ennesimo, ma questa volta il quadro che emerge è ancora più grave rispetto al passato. Baby Gang, al secolo Zaccaria Mouhib, torna in carcere mentre l’inchiesta della Procura di Milano fa emergere un salto di qualità nelle accuse: non più solo episodi legati alla violenza urbana o alla detenzione di armi, ma anche violenze domestiche e comportamenti che evidenziano una crescente spregiudicatezza, fino alla fuga all’estero durante una misura restrittiva. Un’escalation che rende sempre più difficile separare il personaggio pubblico dal profilo giudiziario.

Un’infanzia difficile e i primi ingressi in comunità

La storia di Zaccaria Mouhib parte lontano dai riflettori. Nato a Lecco il 26 giugno 2001, cresce in un contesto di forte disagio economico, condividendo con la famiglia un monolocale. A soli 11 anni fugge di casa: da quel momento iniziano gli anni tra comunità, strada e primi reati. Furti, rapine e ricettazione segnano la sua adolescenza, insieme a una presenza costante nei circuiti penali minorili. Il passaggio dal disagio sociale alla devianza è rapido e strutturato. Già prima della notorietà musicale, il suo nome compare nei fascicoli delle forze dell’ordine e viene considerato un soggetto ad alta pericolosità sociale.

La carriera musicale: il successo nato dal carcere

Parallelamente, prende forma la carriera musicale. Il primo singolo, “Street” (2018), nasce mentre è detenuto al Beccaria. Seguono “Cella 1” ed “Educazione”, brani che trasformano l’esperienza carceraria in racconto artistico e costruiscono un’identità riconoscibile. Il successo cresce rapidamente: pezzi come “Bimbi Soldato”, “Cella 2” e “Treni” lo portano tra gli artisti emergenti più seguiti della scena trap italiana. Anche all’estero arriva attenzione, con il rapper francese Sofiane che rilancia il suo lavoro. Ma è un successo che procede in parallelo con i problemi giudiziari, quasi alimentandosi degli stessi episodi che lo vedono protagonista.

Baby Gang protagonista della faida tra rapper

Il punto di svolta arriva tra il 2022 e il 2023. Il 3 luglio 2022 Baby Gang è coinvolto nella sparatoria tra bande rivali in zona corso Como a Milano. Due persone restano ferite. Per quei fatti arriva una condanna definitiva a 2 anni, 9 mesi e 10 giorni per rissa, lesioni e detenzione di arma clandestina. L’episodio si inserisce nel contesto della cosiddetta “faida tra trapper”, che coinvolge anche altri artisti come Simba La Rue, condannato nello stesso procedimento.

Nel 2024 arriva un altro episodio chiave: in una stanza d’hotel a Milano viene trovata una pistola semiautomatica con matricola abrasa. Per questo fatto, il 4 marzo 2026, viene condannato a 2 anni e 8 mesi. All’uscita dal tribunale promette: “Adesso basta, solo musica”. Una promessa che, alla luce di quanto emerso appena pochi giorni dopo, resta lettera morta.

Dalla violenza urbana alla violenza privata: le botte alla compagna

L’indagine più recente segna un ulteriore salto di livello. Nel giugno 2025, a Calolziocorte, Mouhib avrebbe guidato una spedizione punitiva contro tre uomini, aggrediti brutalmente. Ma il punto più grave riguarda le accuse di violenza domestica. Secondo gli inquirenti, la compagna 22enne sarebbe stata sottoposta a vessazioni continue, fino a un’aggressione in cui le avrebbe provocato la frattura del setto nasale. Non si tratta più solo di episodi pubblici o legati alla strada, ma di una violenza che entra nella sfera privata, aggravando sensibilmente il quadro giudiziario.

Il viaggio in Iraq e i video con armi da guerra

A completare il quadro è uno degli elementi più inquietanti emersi dall’inchiesta: il viaggio in Iraq nel 2025, quando Baby Gang era sottoposto alla sorveglianza speciale. Secondo le intercettazioni, sarebbe riuscito a lasciare l’Italia “di nascosto”, vantandosi poi “del suo coraggio” per essere andato “da solo in Iraq”. Gli investigatori hanno ricostruito il viaggio attraverso il telefono sequestrato: prima in auto fino a Zurigo, poi in volo verso Doha e infine a Sulaymaniyya, dove arriva il 7 maggio. Qui realizza video “coi bazooka, coi mitra, coi kalashnikov”, utilizzando “armi da guerra” come lanciagranate e fucili d’assalto, successivamente pubblicati sui social. Il rientro in Italia avviene il 9 maggio.

Sempre dalle intercettazioni emerge anche l’intenzione di fuggire all’estero per sottrarsi ai procedimenti giudiziari: “Vado in Marocco (…) se non mi danno il passaporto diplomatico me ne andrò in Iraq (…) se no vado in Palestina, giuro, sono un pazzo”. Per il gip, Mouhib dispone sia delle conoscenze sia delle risorse economiche per darsi alla fuga.

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