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Crisi in Iran, che cosa sta succedendo e le prospettive future per il Paese dopo gli attacchi di Usa e Israele. Lo scenario
Il Medio Oriente torna ad essere incandescente: Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta senza precedenti contro l’Iran, culminata con la confermata morte della Guida Suprema Ali Khamenei in un massiccio attacco su Teheran e altre città. L’obiettivo dichiarato di Washington e Tel Aviv è neutralizzare il programma nucleare iraniano e ridisegnare l’equilibrio regionale, ma il rischio è la frammentazione dello Stato e un Medio Oriente ancora più instabile. Dietro la mossa, però, ci sono ragioni strategiche più profonde legate alla sicurezza regionale.
Restano poi sul tavolo interrogativi cruciali: chi guiderà ora l’Iran? Perché l’Europa appare sempre più marginale in una crisi globale come questa? E quali siano gli obiettivi finali della politica estera statunitense, sempre più “muscolare”? Per fare chiarezza su questo e molto altro, Affaritaliani ha interpellato l’analista Elia Morelli, ricercatore all’Università di Pisa, che ha delineato un quadro articolato tutt’altro che roseo.
Partiamo dal principio. Perché l’amministrazione americana ha deciso di colpire l’Iran proprio adesso? Quali sono le motivazioni strategiche e politiche?
Washington pretendeva da Teheran condizioni giudicate inaccettabili per la Repubblica Islamica, quali il trasferimento all’estero dell’uranio altamente arricchito, lo smantellamento del programma nucleare, la riduzione dell’arsenale missilistico- compresa la fine della produzione di vettori balistici a medio e lungo raggio- e la cessazione dei finanziamenti verso i soci dell’Iran, tra cui Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano, gli alawiti e le diverse milizie sciite e filo-iraniane presenti tra Siria e Iraq, oltre agli Houthi in Yemen. In sostanza Washington mirava alla disintegrazione della deterrenza strategica e dell’“asse della resistenza”, intese dall’Iran come architravi dell’imperso persiano a garanzia della sicurezza interna e della proiezione regionale.
Ora, stando a quanto riportato dal ministro degli Esteri dell’Oman, chiamato a mediare nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, sembra che Teheran avesse accettato di non accumulare ulteriore uranio arricchito e di rendere le proprie riserve irreversibilmente inutilizzabili, sottoponendosi a ispezioni complete. Fatto sta che gli Stati Uniti, spinti probabilmente da Israele e anche dall’ala neoconservatrice dell’amministrazione trumpiana- incarnata dall’attuale segretario di Stato americano Marco Rubio– si sono spinti ad attaccare l’Iran con l’intento non solo di neutralizzarne in modo permanente il programma nucleare iraniano, ma anche, verosimilmente, di favorire un cambio di regime, nella convinzione di poter ridisegnare una nuova architettura di sicurezza regionale con al centro il primato tecnologico e militare di Israele.
La notizia dell’uccisione di Khamenei ha aperto uno scenario politico estremamente complesso. Alcuni oppositori in esilio, come Reza Pahlavi, hanno parlato di un’“ora della libertà” vicina. Quali potrebbero essere le conseguenze della caduta del regime degli ayatollah in Iran, sia all’interno del Paese sia nella regione mediorientale?
Israele e Stati Uniti hanno evocato il cambio di regime e un intervento militare mosso da principi umanitari, come l’esportazione della democrazia e dei diritti umani. In realtà questa è un’operazione guidata da logiche di potenza volte a tutelare interessi geopolitici, a discapito della popolazione locale, in particolare di quella iraniana. Washington e Tel Aviv sarebbero favorevoli a un cambiamento radicale, sostenuto anche da Reza Ciro Pahlavi, erede al trono persiano in quanto primogenito dell’ultimo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Fuggito in esilio dopo la rivoluzione del 1979, oggi cittadino statunitense e residente tra Maryland e Pennsylvania, Pahlavi sarebbe pronto a cogliere l’occasione per riconquistare un ruolo politico.
Tuttavia, è probabile che solo una minoranza della popolazione lo sostenga realmente, e che l’ipotesi di una sua ascesa resti più un’aspirazione simbolica che una prospettiva concreta, anche alla luce del forte sentimento identitario e della tradizione statuale radicata nella società iraniana. Quanto alle conseguenze, resta da vedere se il regime cadrà o meno. Più che un vero cambio di regime, appare possibile una rimodulazione del sistema di potere interno: un passaggio da una teocrazia sciita fortemente gerarchica a un’eventuale oligarchia tecnocratico-militare legittimata dalla resistenza contro Stati Uniti e Israele.
La possibile caduta del regime iraniano coinvolge un equilibrio internazionale ben più fragile di altri casi recenti come il Venezuela. Qui è in gioco il futuro dell’intero Medio Oriente e la sicurezza di Paesi un tempo considerati “sicuri” come Emirati e Qatar è stata messa in discussione. Che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi sul piano geopolitico e militare?
Il regime iraniano potrebbe realmente cadere qualora alle proteste e alle richieste di maggiore libertà, nonché di costruzione di un nuovo sistema politico provenienti dalla maggioranza della comunità nazionale– cioè da quel 60% di etnia persiana- si saldassero anche le istanze autonomiste e indipendentiste delle minoranze che compongono l’Iran. Mi riferisco agli azeri, che sono circa 15 milioni nel Paese, ma anche agli ebrei, ai baluci, agli arabi, ai curdi e ad altre comunità spinte da rivendicazioni autonomiste o separatiste. Se queste componenti scendessero in piazza con l’obiettivo di conquistare il potere e arrivare a una vera e propria disintegrazione dell’attuale assetto statale, si potrebbe assistere a una destrutturazione profonda dello Stato iraniano.
Uno scenario che sarebbe visto positivamente da Israele e da una parte degli apparati americani, ma non da tutti. Altri attori regionali, pur nutrendo una forte inimicizia nei confronti dell’Iran e, più in generale, dell’universo sciita, guardano con preoccupazione a una possibile frammentazione totale del Paese. Il rischio, infatti, sarebbe quello di uno sconquasso generale, una sorta di “buco nero” capace di risucchiare l’intero Medio Oriente, trasformandolo in uno scenario ancora più incandescente, dominato da fazioni, tribù e clan pronti a contendersi il territorio in una spirale di conflitto permanente.
In caso di “regime change” in Iran, chi sarebbe capace di guidare il Paese in una fase così critica? Esistono figure credibili- dentro o fuori il sistema- in grado di unire le diverse fazioni e la popolazione?
Il sistema politico interno all’Iran è caratterizzato dalla convivenza competitiva fra tre diverse generazioni ed è strutturato in fazioni ideologiche omogenee, ossia blocchi informali portatori di concezioni alternative. Al primo posto vi sono i patriarchi, espressione del conservatorismo più tradizionalista, da cui provengono gli ayatollah. Seguono i tecnocrati militari, fautori di un pragmatismo marcato. Infine c’è la terza generazione, composta dalla società civile, per circa il 50% formata da giovani e trentenni, con una propensione riformista in netta crescita demografica.
In questo contesto, i Pasdaran– i Guardiani della Rivoluzione, che hanno perso il loro comandante in seguito all’attacco israelo-americano -sono i depositari del potere militare, economico e amministrativo. Controllano i settori produttivi strategici, filtrano il discorso pubblico e definivano, insieme alla Guida Suprema, le linee culturali e ideologiche attorno a cui forgiare l’identità collettiva. Questa posizione si è ulteriormente rafforzata dopo il tentativo, avvenuto nel giugno dello scorso anno durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”, di colpire il leader spirituale sciita. In quell’occasione Khamenei avrebbe ceduto parte dei suoi poteri esecutivi al Consiglio Supremo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione, assicurando così ai vertici militari un ruolo centrale nel sistema politico della Repubblica Islamica.
In tale scenario, una delle figure più rilevanti è Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, indicato come possibile successore di Khamenei alla Guida Suprema. Larijani ha dichiarato che il processo di formazione dell’organo previsto dall’articolo 111 della Costituzione iraniana è già iniziato. Il Consiglio dovrebbe essere composto dal presidente Massoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Eje’i e da un giurista islamico membro del Consiglio dei Guardiani, nominato dal Consiglio per il Discernimento, fino alla designazione del nuovo leader da parte dell’Assemblea degli Esperti. I dissidenti politici sono numerosi e attivi, ma potrebbero puntare non tanto a instaurare un sistema liberale, quanto piuttosto a rovesciare l’attuale teocrazia.

La popolazione è stanca, afflitta da anni di repressione, dall’inflazione e dall’aumento del costo dei beni alimentari; tuttavia ciò che pesa maggiormente è la percezione di umiliazione militare subita dal Paese. L’obiettivo massimo, in questo quadro, potrebbe essere la creazione di un nuovo regime capace di garantire sicurezza interna, rafforzare la proiezione regionale, ripristinare il prestigio dell’Iran e consolidarne il rango internazionale. Per questo motivo, chi in Occidente immagina una transizione guidata da Reza Pahlavi o da figure in grado di costruire un ordinamento liberale e occidentalista rischia di coltivare un’illusione. I dissidenti iraniani non appaiono coesi né dotati di una leadership forte e radicata nel territorio; manca una rappresentanza capace di parlare al cuore e alle menti della maggioranza della popolazione, che spesso ha una visione profondamente diversa da quella occidentale.
L’Unione europea è sembrata presa di sorpresa rispetto alle decisioni di Washington e Tel Aviv. Perché l’Europa appare sempre più marginale nelle dinamiche di sicurezza globale, e in particolare in questa crisi? Quale ruolo reale può o deve giocare l’Europa, se non vuole limitarsi ad assistere “a giochi fatti”?
L’Europa è sempre più marginale perché, di fatto, non esiste un’unica Europa: esistono più Europe. L’Unione Europea è una sorta di teatro in cui gli attori, cioè i singoli Paesi, cercano di tutelare principalmente i propri interessi nazionali. Di conseguenza, l’Europa- o meglio l’Unione Europea-non si configura come un vero soggetto geopolitico unitario, a differenza dei singoli Stati. Sarebbe quindi necessario un maggiore coordinamento tra i Paesi membri per fare fronte comune e difendere gli interessi collettivi, come in parte è avvenuto con le missioni di sicurezza marittima nel Mar Rosso, nel Canale di Suez, nel Golfo di Aden e nello stretto di Bab el-Mandeb, finalizzate alla protezione dei mercantili in un’area strategica che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano.
Per gli europei è fondamentale rafforzare questa cooperazione, anche perché la chiusura dello stretto di Hormuz e del Golfo Persico avrebbe ripercussioni dirette sull’approvvigionamento di idrocarburi. L’Italia, in particolare, dopo la progressiva riduzione delle importazioni di gas dalla Russia, ha intensificato i legami energetici con Algeria, Stati Uniti e Qatar. Una parte significativa del gas naturale liquefatto importato dall’Italia proviene proprio dal Qatar: un’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz potrebbe dunque risultare estremamente dannosa per la sicurezza energetica italiana e, più in generale, per quella europea.
Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una politica estera statunitense decisamente decisa e, per alcuni versi, aggressiva: dal Venezuela all’eliminazione di leader dei cartelli, dalla Groenlandia al caso di Cuba, e ora l’Iran. Una strategia pensata per consolidare il consenso interno in vista delle elezioni di metà mandato? Qual è il progetto finale di questa politica estera? Questo attivismo di Trump non rischia di diventare un “boomerang” per gli stessi Stati Uniti?
Negli Stati Uniti, l’87% dei cittadini si dichiara convinto della necessità di disporre dell’esercito più potente al mondo, capace di combattere e vincere due guerre contemporaneamente, mentre il 68% è favorevole a una partecipazione rafforzata di Washington nella Nato, così da confermare il proprio ruolo di fulcro sistemico nel complesso contesto internazionale. Le operazioni ispirate a un approccio decisamente muscolare, assunto di recente dagli Stati Uniti, rispondono a una logica chiara: delegare agli alleati europei il contenimento della Russia per potersi concentrare maggiormente sull’Indo-Pacifico in vista di un’eventuale sfida con la Cina. Le mosse che vanno dal tentativo di acquisire la Groenlandia, al rafforzamento della pressione sul Venezuela, al ripristino dell’egemonia statunitense nei Caraibi, fino al consolidamento della presenza nell’Indo-Pacifico e all’attacco all’Iran– principale fornitore di petrolio della Cina- mirano tutte a concentrare risorse e capacità strategiche in funzione di un possibile confronto futuro con Pechino.
Tuttavia, quando Trump paventa la conquista di spazi settentrionali come la Groenlandia, sottraendoli direttamente a partner occidentali, non sta soltanto aggiornando le pretese imperiali attraverso un discorso mediaticamente grottesco, ma sta anche sdoganando la sopraffazione indiscriminata, fomentando le ambizioni espansioniste di attori arbitrariamente revisionisti. La conclusione, per noi europei, è poco gratificante: per questi Stati Uniti in assetto di combattimento noi rappresentiamo strumenti in posizione ancillare, non certo soci di una fantasiosa alleanza paritaria, mai realmente esistita se non nel nostro onirismo. I fedelissimi del presidente americano, incistati negli apparati, auspicano un’“America americana” in senso geopolitico e culturale, con satelliti asserviti alle mire dell’egemone e basi militari considerate avamposti attraverso cui difendere il primato in un pianeta caotico e plurale. Tutte queste azioni hanno come obiettivo ultimo la Cina.
È altrettanto vero, però, che le guerre combattute in determinati contesti sono malviste dalla base Maga che ha portato Donald Trump alla presidenza. Gli “americani di dentro”, il cui portavoce più illustre è il vicepresidente statunitense J.D. Vance, sono profondamente contrari a nuove avventure belliciste, in particolare in Medio Oriente, poiché le guerre tattiche e fortemente astrategiche combattute dagli Stati Uniti nei primi anni Duemila- in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003- hanno contribuito a un progressivo logoramento della potenza americana, creando i presupposti da cui la Cina ha poi tratto beneficio. Questo è un elemento da considerare, soprattutto perché tali azioni non sono ben viste da ampie fasce dell’opinione pubblica statunitense, in particolare nel Midwest e nel Sud, che restano contrarie a nuove avventure militari ritenute responsabili di una progressiva distrutturazione interna e di un indebolimento relativo degli Stati Uniti, pur rimanendo essi la principale superpotenza mondiale.
Alcuni critici sostengono che con queste operazioni siano stati messi in discussione i principi delle democrazie occidentali tra uso eccessivo della forza, violazione del diritto internazionale e rispetto della sovranità. Con questa ultima operazione americana si è sorpassato il limite o si può ancora parlare di un ordine globale fondato su regole condivise?
L’ordine globale è stato creato alla fine della Seconda guerra mondiale dall’Occidente a trazione statunitense, secondo regole proprie. Il diritto internazionale, spesso dipinto come un ordinato sistema di norme, è stato in realtà codificato su principi squisitamente occidentali: un insieme di regole imposte dalla volontà del più forte, cioè di chi aveva vinto il conflitto planetario decisivo. Per questo è stato costantemente calpestato sin dalle origini dalla logica di potenza, tanto dagli occidentali quanto dagli altri attori internazionali.
Oggi viviamo in un mondo in cui il diritto internazionale appare impotente di fronte all’uso della forza e viene spesso utilizzato in modo strumentale, per giustificare le proprie azioni o screditare quelle altrui. Non sorprende, quindi, vederlo invocato da chi lo ha violato ieri e violato da chi lo difendeva, in un gioco di specchi che alimenta contraddizioni. In questo contesto, noi italiani ed europei, spesso piegati alle scelte compiute dagli Stati Uniti, veniamo accusati di doppi standard e di doppio pesismo, continuando così a perdere credibilità di fronte alle ingiustizie commesse nel mondo, delle quali talvolta siamo complici o persino artefici.
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