Rinnovo Patente? Facile ed Economico

La Francia torna sotto i riflettori dei mercati e il rialzo dei rendimenti riaccende i timori sul possibile contagio dei Btp. Ma quanto è concreto il rischio per l’Italia? E cosa devono aspettarsi i risparmiatori che hanno titoli di Stato in portafoglio? Ne abbiamo parlato con Gabriel Debach, market analyst di eToro.
La Francia agita i mercati: quanto deve preoccuparsi chi ha Btp in portafoglio? Perché il problema di Parigi può diventare anche un problema italiano?
Chi ha BTP deve preoccuparsi del contagio, non pensare che la Francia stia già trascinando l’Italia nella stessa crisi. Per ora il mercato continua a distinguere molto bene le due storie. Il decennale francese rende circa il 4,75%, quello italiano il 4,55%. Lo spread francese sul Bund è intorno a 128 punti, quello italiano circa 107. La Francia, che fino a pochi anni fa apparteneva al semi-core europeo, oggi paga più dell’Italia per finanziarsi. Ma attenzione a come leggiamo quel sorpasso. Ci dice molto sulla Francia e non certifica improvvisamente la sicurezza dell’Italia. Parigi ha un problema di flusso e di credibilità.
Il debito ha raggiunto €3.595 miliardi, il 119% del PIL, contro il 117,5% appena tre mesi prima. Il deficit quest’anno è atteso al 5,4%, e il governo deve trovare oltre €40 miliardi di correzione senza avere una maggioranza solida per approvarla. Roma ha una vulnerabilità diversa. Il deficit è molto più basso e abbiamo un avanzo primario, ma partiamo da un debito che quest’anno è intorno al 138% del PIL e dovrebbe toccare circa il 138,6% nel 2027. È qui che la Francia può diventare un problema italiano. Se gli investitori cominciano a chiedersi quali Paesi europei possono permettersi rendimenti del 4,5-5% per molti anni, il livello iniziale del debito italiano torna immediatamente al centro della scena. La Francia oggi accende il fiammifero. Il problema italiano sarebbe quanto materiale infiammabile abbiamo già accumulato.
Qual è il segnale che dovrebbe farci preoccupare davvero?
Finché Parigi perde più di Roma, il problema resta francese. Mi preoccuperei davvero quando la Francia smette di trascinarci e l’Italia continua a scendere da sola. Ottobre offre anche un test importante. Ci sono le aste italiane, il passaggio parlamentare del bilancio francese e poi le revisioni delle agenzie di rating. Se l’OAT-Bund tornasse verso 145-150 punti e contemporaneamente il BTP facesse fatica a tenere area 120 nelle aste, il beta italiano allo shock francese starebbe aumentando. Il livello dello spread conta, ma conta ancora di più la sua persistenza. Una fiammata a 120 punti si riassorbe. Un premio più alto che rimane anche quando Parigi recupera comincia invece a entrare nel costo con cui l’Italia finanzia il proprio debito. Il vero campanello d’allarme sarebbe vedere il contagio sopravvivere alla causa che lo ha generato.
Per chi ha già comprato Btp, qual è il rischio concreto?
Il rischio concreto oggi è soprattutto il prezzo. Se i rendimenti salgono, il BTP comprato ieri vale meno. Chi è costretto a venderlo prima della scadenza può quindi trasformare quella discesa in una perdita effettiva. Chi invece ha comprato un singolo BTP con una scadenza coerente con le proprie esigenze può continuare a incassare le cedole e attendere il rimborso del capitale. Il punto, quindi, non è soltanto quanto può scendere il titolo, ma se posso permettermi di aspettare che arrivi a scadenza.
Rendimenti più alti possono sembrare una buona notizia per chi investe. Quando diventano un’opportunità e quando, invece, nascondono un rischio che si sta sottovalutando?
Un rendimento più alto può essere un’opportunità se l’Italia sta pagando una tensione che nasce altrove. Diventa un rischio se quel rendimento comincia invece a raccontare qualcosa sull’Italia stessa. La spesa per interessi è già prevista in aumento: €87,2 miliardi nel 2025, €96,9 miliardi quest’anno, €103,7 miliardi nel 2027 e €117,2 miliardi nel 2029. In rapporto al PIL significa passare dal 3,8% al 4,2%, fino al 4,6% a fine orizzonte. E l’effetto palla di neve, cioè il rapporto tra costo del debito e crescita nominale, resta sfavorevole lungo l’orizzonte programmatico. Se a uno stock di debito vicino al 138% del PIL aggiungessimo anche uno spread stabilmente più alto, il 4,6% sul decennale smetterebbe di sembrare soltanto una buona cedola: sarebbe il prezzo richiesto dal mercato per finanziare una traiettoria più fragile. Finché invece il BTP si allarga soprattutto perché viene trascinato dalla Francia, mentre il saldo primario resta positivo e i fondamentali italiani non cambiano, quel rendimento maggiore può diventare un’opportunità, anche considerando la tassazione agevolata al 12,5%.
Quanto potrebbe costare questa tensione alle famiglie italiane, anche a quelle che non possiedono titoli di Stato? Attraverso quali canali potrebbe pesare su mutui, prestiti e risorse per la manovra?
Il primo costo passa dal bilancio pubblico. Quei €9,7 miliardi in più di interessi fra 2025 e 2026 si pagano prima di tutto il resto. Giorgetti lo ha detto senza metafore: la spesa per interessi non cura nessuno. Ogni euro in più destinato al debito è un euro in meno per scuole, sanità, investimenti o margini per la manovra. Il governo ha chiesto circa €14 miliardi l’anno di clausola nel 2027-28, tra energia e difesa, e porta il deficit programmatico al 3,4% nel 2027. Uno spread stabilmente più alto restringe quello spazio, non lo allarga. Sui mutui l’effetto non è automatico. Chi ha già un fisso mantiene la stessa rata. I nuovi mutui fissi dipendono soprattutto dall’Eurirs, i variabili dall’Euribor. Lo spread sovrano entra più indirettamente, attraverso il costo di raccolta delle banche e le condizioni a cui concedono credito. Una famiglia può quindi non possedere un solo BTP e pagare comunque la tensione attraverso meno spazio nella manovra, un nuovo finanziamento più caro o un credito più difficile da ottenere.
La Bce avrebbe gli strumenti per fermare un contagio? E quanto sarebbe difficile intervenire sui mercati del debito dovendo contemporaneamente combattere l’inflazione?
La BCE gli strumenti li ha. Il problema è capire quale parte dello spread può davvero permettersi di fermare. A settembre ha appena alzato i tassi di 25 punti base, portando il deposito al 2,50%, proprio perché l’inflazione resta troppo alta e lo shock energetico continua a pesare. Dall’altra parte, tassi più alti indeboliscono la crescita e aumentano il costo del debito per governi già molto indebitati. Se poi le ultime pressioni spingono l’euro a perdere terreno, aumenta anche il rischio di importare altra inflazione attraverso energia e materie prime. Il TPI esiste proprio per evitare che questa tensione si trasformi in frammentazione. Permette alla BCE di acquistare titoli pubblici con scadenze residue tra uno e dieci anni, senza un limite quantitativo prefissato, quando il deterioramento delle condizioni finanziarie è ingiustificato dai fondamentali e minaccia la trasmissione della politica monetaria. Ed è qui che la Francia diventa un caso difficile. Se l’OAT viene venduto perché Parigi ha un deficit al 5,4%, debito crescente e difficoltà politiche nel votare una correzione, non è facile sostenere che il mercato stia semplicemente sbagliando.
Se invece quella tensione trascina BTP e Bonos senza un deterioramento equivalente dei fondamentali italiani o spagnoli, allora il problema diventa davvero di frammentazione. La politica complica il quadro, e non è lo stesso discorso. Stamattina Marine Le Pen ha presentato un piano da 140 miliardi di risparmi netti entro il 2032, deficit sotto il 3% dal 2030, e ha chiesto alla Bce di intervenire per alleggerire il costo dei tassi. Mélenchon le ha dato il niet e, in settimana, aveva proposto di buttare nel fuoco una parte del debito detenuto dalla banca centrale. Approcci diversi. Entrambi portano Francoforte dentro la campagna francese. La difficoltà sarà usare per la prima volta uno strumento come il TPI senza oltrepassare quella linea sottile: proteggere l’euro dal contagio senza trasformare la BCE nell’assicurazione fiscale dei governi.
Se dovesse indicare un solo errore da evitare oggi a un piccolo risparmiatore italiano, quale sarebbe?
Vendere il BTP già in portafoglio solo perché il telegiornale parla della Francia o dello spread. Così si rischia di trasformare una perdita di prezzo temporanea in una perdita effettiva, rinunciando anche alla fiscalità agevolata del 12,5%, per poi magari rientrare più in alto se il movimento francese si rivelasse in parte tecnico e destinato a riassorbirsi. L’errore speculare è comprare OAT semplicemente perché oggi rendono più dei BTP. Quei circa 20 punti base in più non sono un regalo: remunerano un Paese con deficit al 5,4%, senza una maggioranza solida e con Moody’s in calendario.
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