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Russia, Chiapperini: “Il rischio di scontro con la NATO si è già materializzato. L’Europa non è ancora pronta al 100%”

Mentre la guerra in Ucraina continua a ridisegnare gli equilibri di sicurezza del continente e lo scontro tra Mosca e l’Occidente si sposta sempre più anche sul terreno della guerra ibrida, l’Europa prova ad accelerare sulla difesa e a ridurre la propria dipendenza militare dagli Stati Uniti. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha rivendicato un aumento della spesa europea per la difesa di quasi l’80% negli ultimi cinque anni e indicato nell’autonomia strategica una delle priorità per il futuro dell’Unione.

Ma quanto è concreto il rischio che il confronto tra Russia e Occidente oltrepassi i confini dell’Ucraina e coinvolga direttamente un Paese della NATO? E soprattutto, se Washington dovesse ridimensionare il proprio impegno militare nel Vecchio Continente, l’Europa avrebbe davvero gli strumenti per difendersi autonomamente? Sullo sfondo resta il nodo di una difesa comune europea, tra carenze militari ancora da colmare, investimenti da aumentare e un’industria chiamata ad accelerare la produzione.

A delineare i possibili scenari è Luigi Chiapperini – Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito ed ex comandante di contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan – che ad Affaritaliani analizza il rischio di un’escalation con Mosca, le vulnerabilità della difesa europea e ciò che ancora manca all’Unione per raggiungere una reale autonomia strategica.

La presidente della Commissione denuncia un mondo sempre più ostile e cita esplicitamente l’ingerenza russa tra le minacce all’Europa. Quanto è concreto oggi il rischio che lo scontro tra Russia e Occidente superi i confini dell’Ucraina e coinvolga direttamente un Paese della NATO?

“Il rischio si è già materializzato e potrebbe trasformarsi in scontro aperto in un futuro più o meno lontano. Dobbiamo essere chiari: Mosca ha bollato le proposte di pace ucraine ed europee come esotiche e inaccettabili, ribadendo che negozierà solo sulla base della “realtà sul terreno”. Il problema è che sul terreno le cose non stanno andando benissimo per i russi, che quantunque riuscissero nei prossimi mesi o anni a conquistare il resto del Donbas, avrebbero in mano solo il 20% del territorio ucraino e non avrebbero raggiunto molti degli obiettivi geopolitici che si erano prefissati a inizio guerra.

Pertanto hanno bisogno di far cessare gli aiuti europei agli ucraini, puntando non tanto a una strategia di logoramento delle forze ucraine, bensì all’esaurimento del sostegno occidentale a Kyiv. Alla Russia serve qualcosa per sfidare l’Europa, che sinora si è dimostrata coesa nel sostenere l’Ucraina aggredita. Ecco allora la guerra ibrida fatta di controinformazione, propaganda e veri e propri atti offensivi (sconfinamenti di droni, sabotaggi, attacchi cyber) per spaventare e creare timori nelle opinioni pubbliche, provocare divisioni nei partiti e nelle coalizioni politiche e quindi indurre incertezza nei decisori, nei governi e nei parlamenti.

In questo clima, pur di rimanere o andare al governo, alcuni nostri politici di bassa lega potrebbero essere indotti a scendere a compromessi con gli ambienti filorussi, cessando così il sacrosanto supporto all’Ucraina aggredita che, è bene ricordarlo, sta combattendo anche per noi. Ecco a chi giova la guerra ibrida. Le ripercussioni di detta strategia in Europa si intravedono.

Partiti e movimenti vicini alle posizioni moscovite avanzano facendo l’occhiolino alla Russia e attirando il voto di pacifisti che vogliono solo vivere di aperitivi, o di falsi pacifisti che condividono presunti valori come il menefreghismo, la vigliaccheria, la codardia, l’egoismo. Spero sia solo per qualche voto in più, perché se fosse per qualche rublo in più mi preoccuperei (e mi vergognerei per loro). Probabilmente a Mosca confidano nelle quinte colonne presenti in Europa per vincere in Ucraina senza dover combattere”.

Von der Leyen parla di un’Europa “più capace che mai di difendersi” e ricorda che la spesa per la difesa è aumentata di quasi l’80% in cinque anni. Ma oggi l’Europa sarebbe realmente in grado di difendersi da sola in caso di un’escalation militare con la Russia, senza il sostegno degli Stati Uniti?

“Non ancora completamente. Si iniziano a vedere gli sforzi di una maggiore attenzione per la Difesa ma non saremmo ancora pronti al 100%. Se dovesse essere confermata l’intenzione statunitense di ritirare alcune capacità convenzionali e strategiche (ad esclusione dell’ombrello nucleare che sarebbe comunque mantenuto), l’Europa si troverebbe in difficoltà per qualche anno. Attenzione, non sto dicendo che domani mattina la Russia sarebbe in grado di attaccare l’Europa.

Oggi è pesantemente impegnata in Ucraina dove tra l’altro sembra si sia impantanata. Ma l’errore più grave che si fa è quello di esaminare le minacce solo quando si palesano. Oggi probabilmente non ci sono carri armati in grado di varcare i nostri confini (e comunque ci sono già i missili e i droni), ma domani? L’aggressione armata del 2022 all’Ucraina (e nel recente passato a Cecenia, Georgia, Crimea e Donbas) è la prova di come la Russia stia perseguendo ormai una politica aggressiva avulsa dal diritto internazionale. La domanda che dobbiamo porci è quale potrà essere fra qualche anno l’atteggiamento di Mosca nel momento in cui riuscisse ad ottenere risultati positivi dalla guerra in Ucraina.

Un possibile esito favorevole la spingerebbe, dopo aver rafforzato ulteriormente le forze armate, a proseguire nella politica revanscista, più volte dichiarata, di inglobare prima o poi nuovamente sotto la sua influenza quanto meno il Rimland europeo orientale: la Transnistria, la Moldova e i paesi Baltici potrebbero essere i prossimi obiettivi. Poi? Quindi l’analisi va fatta in prospettiva, nel medio e lungo periodo, in quanto per approntare lo strumento militare in tempo utile c’è bisogno di anni.

Troppo tardi per fronteggiare efficacemente una sorpresa strategica come le tante che sono avvenute nella storia. Per costruire forze armate credibili ci vogliono tempo e risorse ecco perché non possiamo esitare. Non si tratta di fare la guerra a nessuno bensì di dissuadere tutti. Si chiama deterrenza”.

Von der Leyen sostiene che “il destino dell’Europa deve rimanere nelle mani degli europei”. Dal punto di vista militare, cosa manca ancora all’Unione per trasformare questa autonomia proclamata in una vera capacità strategica e di difesa comune?

“Qualcuno evoca il cosiddetto “esercito europeo” come panacea. È sicuramente un obiettivo a cui tendere nel lungo periodo. Più difficile sarebbe realizzarlo immediatamente per almeno due motivi. Il primo è che con la NATO, che esiste ancora, abbiamo degli impegni che dobbiamo onorare. Affiancargli una struttura parallela europea significherebbe duplicare gli sforzi con oneri insostenibili.

Il secondo è che per sopperire alle troppe carenze capacitive convenzionali e strategiche di cui ancora soffriamo noi europei, per essere in grado di operare autonomamente da subito dovremmo incrementare fortemente e repentinamente le spese militari. Ciò significa che quel 5% di PIL per le esigenze della difesa e della sicurezza, che attualmente è previsto che sia raggiunto gradualmente in 10 anni (entro il 2035), dovremmo invece toccarlo immediatamente.

Per ricostituire le forze terrestri corazzate (per lungo tempo abbandonate a causa del forte sottofinanziamento al settore) e per dotarci di droni, difesa aerea e missilistica integrata, bombardieri strategici, cacciabombardieri, droni da ricognizione (solo per citare alcune delle capacità necessarie), avremmo bisogno di troppe risorse ma anche di industrie in grado di produrre in tempo utile tutto ciò di cui abbisogniamo. Naturalmente, come dice giustamente la Von der Leyen, l’Europa deve esercitare tutti gli sforzi necessari per affrancarsi da vecchi e nuovi imperi ed evitare di essere da questi bullizzati, ma detta aspirazione costa in termini di tempo e risorse”.  

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