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A volte una notizia arriva molto prima del suo titolo. Comincia anni indietro, magari in una corsia d’ospedale, quando ancora non sai che diventerà una storia. Passa attraverso un naso rosso, un articolo scritto quasi per necessità, un uomo che vive dall’altra parte dell’oceano e che non hai mai incontrato. Poi percorre strade imprevedibili, attraversa lingue e continenti, resta sospesa per anni. Finché un giorno prende la forma di una piazza marchigiana e di una persona che ti sta finalmente davanti.

Michael Christensen torna nelle Marche. Dall’1 al 4 ottobre 2026 sarà nuovamente ospite del Clown&Clown Festival di Monte San Giusto, la manifestazione internazionale che da oltre vent’anni trasforma il borgo maceratese nella “Città del Sorriso”. Quest’anno la parola scelta per tenere insieme quattro giorni di spettacoli, incontri, formazione, circo sociale e clownterapia è Armonia. Viene dal greco e significa unire, fondere elementi differenti fino a creare qualcosa che prima non esisteva. È difficile immaginare una parola più adatta a Michael Christensen.

Il clown professionista e il medico immaginario. L’allegria e la sofferenza. Il gioco e il rigore. L’arte e l’ospedale. La leggerezza e la responsabilità. Sono mondi apparentemente distanti che quest’uomo ha trascorso gran parte della vita a mettere insieme. Nel 1986, a New York, Christensen diede forma alla Big Apple Circus Clown Care Unit, portando artisti professionisti all’interno degli ospedali pediatrici secondo criteri strutturati di formazione, sicurezza sanitaria e collaborazione con le équ

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Quarant’anni dopo, il seme continua a produrre conseguenze. Anche nelle Marche. Al Clown&Clown Festival 2026 una parte importante del programma sarà ancora dedicata alla clownterapia, alla formazione e al circo sociale. La Federazione Nazionale Clown Dottori, nel ventesimo della sua costituzione, riunirà operatori ed esperienze differenti per interrogarsi sul valore della rete nelle relazioni d’aiuto. Un workshop condotto dall’antropologo Enrico Nivolo ragionerà persino sul confine, tutt’altro che banale, fra “ridere con” e “ridere di”: la risata come possibilità di relazione e inclusione oppure, quando cambia direzione, come strumento di esclusione.

Christensen sarà tra gli ospiti più attesi e domenica 4 ottobre parteciperà anche al grande evento conclusivo del Festival. Ma quando penso al suo ritorno a Monte San Giusto, la notizia si sovrappone inevitabilmente a un pomeriggio di due anni fa. Nel 2024 Michael Christensen aveva ricevuto proprio qui la cittadinanza onoraria, al termine di un rapporto costruito attraverso anni di presenze, workshop, incontri e riconoscimenti. Io ero arrivata a quell’appuntamento dopo averlo inseguito molto più a lungo. Non nel senso giornalistico del termine.

Lo inseguivo come si fa con alcune persone che, senza conoscerle, diventano punti cardinali. Per anni Christensen era stato per me questo: non una celebrità da intervistare, ma la prova concreta che qualcuno era riuscito a scorgere una possibilità proprio nel luogo in cui normalmente vediamo soltanto una ferita.

Per questo, quando finalmente mi sono seduta davanti a lui a Monte San Giusto, ho provato la strana sensazione di incontrare per la prima volta qualcuno che conoscevo già da quasi dieci anni.

Michael Christensen, l’uomo che ha insegnato ai clown a entrare nel dolore

Prima del naso rosso

Christensen nasce nello stato di Washington e si forma professionalmente come attore. Alla fine degli anni Sessanta entra nell’ambiente della San Francisco Mime Troupe e incontra Paul Binder, che diventerà il suo compagno di scena e di progetti.

Con Binder parte per l’Europa. Sono gli anni della strada, dei numeri di giocoleria, della commedia dell’arte, di Parigi e dell’incontro con Annie Fratellini. Quando tornano negli Stati Uniti, nel 1977, fondano a New York il Big Apple Circus, destinato a diventare una delle più note istituzioni circensi americane.

Poi arriva il 1986. Christensen viene invitato a esibirsi al Babies and Children’s Hospital del Columbia-Presbyterian Medical Center di New York. Il suo clown entra in ospedale e accade qualcosa che smette di essere soltanto spettacolo.

Da quell’esperienza prende forma la Big Apple Circus Clown Care Unit. Non semplici volontari con il naso rosso, ma artisti professionisti preparati a entrare in uno dei luoghi più delicati che esistano senza invaderlo, lavorando in collaborazione con medici e personale sanitario.

Ed è proprio sulla differenza fra una buona intenzione e una competenza che Christensen insiste ancora oggi.

Michael Christensen, l’uomo che ha insegnato ai clown a entrare nel dolore

Michael, in quarant’anni il mondo dei clown in ospedale è cresciuto enormemente. È necessariamente un bene?

“Esistono livelli molto diversi. Ci sono persone preparate, che hanno ricevuto una formazione professionale seria, e altre che provano semplicemente a farlo senza averne una. E questo non va bene. Quando mi chiedono quale sia la differenza fra me e Patch Adams, rispondo così: Patch Adams è un medico professionista che appare come un clown. Io sono un clown professionista che appare come un medico. Lui ha sempre sostenuto che tutti abbiamo gioia nel cuore, ed è vero. Possiamo mettere un naso rosso e una parrucca e divertirci. Ma questo non significa essere pronti a entrare in una terapia intensiva, in un pronto soccorso o in un reparto ustionati”.

Che cosa deve sapere un clown che lavora in ospedale?

“Deve conoscere le procedure sanitarie, le precauzioni universali, l’igiene, la differenza fra i diversi tipi di isolamento. Deve sapere persino in quale ordine indossare cuffia, mascherina, camice, guanti; avere cognizione di come muoversi dentro un ospedale proteggendo se stesso e gli altri. Per questo serve formazione, oltre a un rapporto di rispetto e collaborazione con la comunità medica”.

Tu stesso usi con cautela l’espressione “clownterapia”. Perché?

“Perché un clown non può fermarsi sulla porta di una stanza pensando: ‘Adesso faccio terapia’. Deve fare il clown. Se fa bene il proprio lavoro e crea gioia, allora quel lavoro può avere un valore terapeutico, psicologico, persino spirituale. Ma noi non dobbiamo considerarci terapeuti. Possiamo chiamarla clownterapia per identificare un ambito, senza però dimenticare che ad entrare negli ospedali sono healthcare clowns, medical clowns, artisti professionisti. Il medical clowning è un’arte performativa. Dentro questa distinzione c’è un modo preciso di stare accanto alla sofferenza: non appropriarsene, non promettere di guarirla, non trasformarla nello sfondo edificante di una buona azione. Entrarci, piuttosto, con competenza. E provare a cambiare, anche soltanto per qualche minuto, la temperatura emotiva di una stanza”.

Quale dovrebbe essere, allora, il futuro di questo lavoro?

“Approfondire sempre di più il rapporto con la comunità medica. La stessa Clown Care Unit, in fondo, nacque da un medico. Dopo una mia esibizione fu il direttore della pediatria a domandarmi: ‘Possiamo portare tutto questo ai bambini in modo continuativo?’. Io dissi soltanto: ‘È una buona idea’. La proposta di renderlo qualcosa di stabile all’interno dell’ospedale venne da lui; io risposi sì”.

La storia di Carmelo

Quando durante l’intervista gli chiesi che cosa potesse fare davvero l’umorismo per un bambino malato, Michael rifiutò una scorciatoia che molti avrebbero accettato volentieri. Non tentò di trasformarsi in uno scienziato.

“Esistono ricercatori che possono spiegare molto meglio di me gli effetti dell’umorismo sull’organismo – mi disse – Quello non è il mio linguaggio. Io conosco le storie”.

E allora mi raccontò la storia Carmelo.

Chi era Carmelo?

“Era un bambino in dialisi. Un giorno passai davanti a lui e feci un gesto con il cappello. Mi guardò e disse: ‘Fuck, clown!’. Pensai: okay… Prima di andare via, però, lasciai il mio numero di telefono all’infermiera. Quando tornai a casa, mia moglie mi disse che aveva ricevuto una telefonata molto strana. Dall’altra parte c’era una vocina che sembrava quella di un Munchkin del Mago di Oz. ‘C’è il dottor Stubbs?’, aveva chiesto. Mia moglie gli disse di no e gli domandò se volesse lasciare un messaggio. Quando il bambino capì che stava parlando con una donna, le rispose: ‘Come va, bella?’. Poi disse: ‘Riferisci al dottor Stubbs che ha chiamato Carmelo’. Da quella telefonata nacque un rapporto durato due anni”.

E a un certo punto diventò anche lui un clown.

“Sì. Stavo lavorando con un prestigiatore che gli insegnava qualche gioco di lettura della mente e Carmelo si divertiva da impazzire. A un certo punto il mago gli disse: ‘Sai, sei proprio un bravo attore’. Fu come togliere il tappo da una bottiglia. Lui rispose: ‘Lo so! Recito sempre!’. Allora gli proponemmo di diventare un piccolo clown d’ospedale. Lo assumemmo, offrendogli due dollari al giorno, ma lui ne volle tre (Christensen sorride mentre lo racconta). Gli avevamo dato un camice bianco e una borsa. C’erano giorni in cui, dal punto di vista strettamente medico, sembrava non esserci alcuna ragione perché riuscisse a fare quello che faceva. Dopo un trattamento era nel suo letto e se io gli chiedevo: ‘Carmelo, vuoi lavorare oggi?’, lui rispondeva sempre di sì. ‘Allora andiamo ad aiutare i bambini più piccoli’. E si alzava con tutta la forza che aveva”.

Perché questa storia è così importante per te?

“Perché parla di dare potere ai bambini, di renderli protagonisti. Dal mio punto di vista, che non è scientifico ma nasce dall’esperienza e dal cuore, ciò che doni agli altri in qualche modo torna indietro triplicato. Carmelo offriva amore ed energia, e allo stesso modo riceveva amore ed energia. Voleva aiutare, ma di fatto, dedicandosi agli altri, veniva salvato lui stesso”.

Il verbo che Christensen usa è ricevere. Non consumarsi. Non sacrificarsi fino a svuotarsi. Ricevere. È un capovolgimento sottile dell’immaginario con cui siamo abituati a raccontare chi si prende cura degli altri. Come se la generosità fosse necessariamente una sottrazione: io do qualcosa a te, quindi ne avrò meno per me. La storia di Carmelo racconta un’altra possibilità. Ci sono cose che, passando da una persona all’altra, aumentano invece di diminuire. Gli chiesi se valesse anche per i clown dottori. “Assolutamente. Patch Adams dice una cosa molto bella: quando lavori con un bambino, guarda anche il volto della madre, dei familiari, del personale sanitario. Ti stanno ringraziando. Devi essere capace di accogliere anche questo. Dobbiamo nutrirci della gioia che ci viene restituita. In realtà, riceviamo molto più di quello che diamo”. Durante quel pomeriggio del 2024, fuori dalle nostre parole esisteva Monte San Giusto. Non era semplicemente la località da scrivere sotto il titolo dell’intervista (poi uscita in forma molto ridotta per Quotidiano Nazionale), era parte integrante della storia.

Da oltre vent’anni questo centro marchigiano ha costruito intorno al Clown&Clown Festival un’identità insolita. Durante la manifestazione le strade cambiano colore, le piazze diventano palcoscenici e un enorme naso rosso compare sul campanile. La definizione di “Città del Sorriso” smette così di essere soltanto uno slogan, quando un’intera comunità sceglie di interrogarsi pubblicamente su cura, fragilità, comicità e relazione.

Dal 2008 il Festival assegna anche il Premio Clown nel Cuore a persone che hanno saputo coniugare gioia e solidarietà. Nel tempo lo hanno ricevuto, fra gli altri, Patch Adams, Don Luigi Ciotti, Lino Banfi, Enzo Iacchetti, Giobbe Covatta e lo stesso Christensen. Nel 2026 andrà a Caterina Bellandi, la “Zia Caterina” di Taxi Milano 25, conosciuta per accompagnare gratuitamente in ospedale bambini malati sul suo taxi colorato. Persone molto diverse accomunate non dall’assenza di difficoltà, ma da ciò che hanno deciso di farne. È forse questa la ragione per cui la cittadinanza onoraria conferita a Christensen nel 2024 ebbe un significato particolare.

Michael Christensen, l’uomo che ha insegnato ai clown a entrare nel dolore

Ti aspettavi di diventare cittadino onorario di Monte San Giusto?

“Assolutamente no. Era il ventesimo anniversario del festival e sapevo che sarei stato in Italia. Avevo scritto agli organizzatori dicendo: ‘Che ne direste se venissi anch’io? Potrei essere il vostro healthcare clown ufficiale. Non voglio un compenso: datemi un posto dove dormire e fatemi mangiare il cibo preparato da quelle meravigliose signore che cucinano per noi’.

Qualche email dopo mi dissero: ‘Volevamo farti una sorpresa, ma comparirà nel programma e non vogliamo che tu lo scopra leggendolo. Abbiamo deciso di nominarti cittadino onorario di Monte San Giusto’. Non ne avevo idea e ne sono stato molto felice”.

In che senso la tua esperienza con l’Italia è legata alla meraviglia, tema dell’edizione 2024?

“All’epoca in cui mi dilettavo come giocoliere di strada sono stato un mese a Roma, esibendomi nelle piazze, e poi a Napoli. Proprio qui successe qualcosa che racconto ancora oggi in ogni conferenza e in ogni workshop. Ricordo i bambini che scendevano nella piazza; uno di loro mi prese le mani e me le baciò. Quando ci ripenso, quel momento è ancora vivo dentro di me. Rivedo perfettamente i bambini, la brezza, l’odore del mare, quella sensazione. Tutto era già lì. Tutti i semi di ciò che sarebbe venuto dopo erano già presenti allora”. Quella scena io l’avevo immaginata e raccontata anni prima, quando Christensen era ancora per me soltanto un uomo dall’altra parte del mondo.

Avevo scritto nel mio racconto per Huffington Post Italia: «Fu allora, mentre osservava quei visetti graffiati ma sorridenti del bambino che lui stesso una volta era stato, su quelle faccine per cui clown voleva dire gioia, su quelle labbra screpolate che ridevano e ridevano e ridevano ancora davanti al procedere dello spettacolo, che Michael ebbe la prima vera rivelazione della sua vita: era questo ciò che doveva fare, lo scopo per cui era nato. Portare il sorriso nella disperazione, la felicità nel dolore».

Quando scrissi quelle parole non avevo ancora incontrato Michael Christensen, né sapevo se sarebbe mai successo. Era solo un racconto che aveva attraversato l’oceano. La mia storia con la clownterapia era però cominciata altrove. Qualche anno prima avevo frequentato molto gli ospedali a causa di una malattia; è difficile spiegare a chi non vi abbia trascorso abbastanza tempo quanto cambi la percezione delle cose dentro una struttura sanitaria. Il mondo fuori continua a esistere, ma assume improvvisamente un’altra distanza. Le priorità si restringono, così come le parole.

In quel periodo entrai in contatto con la Tribù dei Nasi Rossi di Arezzo e cominciai a osservare la clownterapia non più come qualcosa di curioso o pittoresco, ma come un linguaggio. Mi interessai alla sua storia, con l’idea di scriverci sopra un romanzo, e fu così che scoprii Michael Christensen. Facendo ricerca tra associazioni, dottori e clown di corsia, trovai questo artista americano che nel 1986 aveva contribuito a trasformare un’intuizione in una struttura professionale, facendo dialogare due mondi che sembravano non avere nulla in comune: il clown e l’ospedale.

Cominciai a leggere di lui, poi a cercarlo, infine a scriverne. Ne uscì fuori, per l’appunto, quel racconto pubblicato su HuffPost Italia. Non mi aspettavo che accadesse molto altro, invece il testo cominciò a circolare, tanto che arrivò fino a Christensen. Dall’altra parte del mondo, l’uomo di cui avevo ricostruito la vita lesse quella storia, la fece tradurre in inglese e la rilanciò attraverso la propria rete. Fu il nostro primo incontro, senza esserlo. Da allora entrammo in contatto, ma ci sarebbero voluti ancora anni prima di sedersi davvero allo stesso tavolo. Forse è per questo che ricordo così bene quel pomeriggio del 2024 a Monte San Giusto: alcune interviste cominciano quando si accende il registratore. Altre molto prima. La nostra era iniziata in una corsia d’ospedale a distanza di un decennio.

Michael Christensen, l’uomo che ha insegnato ai clown a entrare nel dolore

Perché un festival come questo è così importante oggi?

“Perché molto spesso siamo interessati solo a ciò che non va, basta guardare le notizie. Quando lavoriamo in ospedale e ci fermiamo sulla soglia di una stanza, anche noi vediamo subito tutto il brutto del mondo: la malattia, la sofferenza, i problemi. Ci sono, non li neghiamo. Ma non è lì che scegliamo di porre tutta la nostra attenzione. La spostiamo sull’altra metà della mela: la gioia, il divertimento, lo stupore, la forza. Senza mai negare ciò che non funziona”.

Qualcuno potrebbe obiettare che è un inguaribile ottimista…

“Solo perché è facile confondere questa idea con l’ottimismo di maniera, ma ciò che io invito a fare non è voltarsi dall’altra parte davanti al dolore. Chiedo di guardare l’intero quadro. E intero significa non lasciare che il male occupi da solo tutto il campo visivo”.

Quindi la gioia non cancella la sofferenza.

“Ovviamente no. Non facciamo finta che il dolore non esista, semplicemente scegliamo di dare attenzione anche a ciò che c’è di buono. E se riusciamo a farlo, esso si amplifica. Quando la nostra energia viene incanalata sulla gioia della vita, sull’entusiasmo, sulla spontaneità, sul mistero, sull’ignoto, accade che si producono delle onde in grado di propagarsi”.

Si producono delle onde. È una delle immagini che mi sono rimaste dentro più a lungo, perché contiene anche un’idea del raccontare. Non possiamo conoscere tutte le conseguenze di una storia una volta che viene affidata agli altri.

Un articolo raggiunge una persona che non sapremo mai se lo avrà letto e cosa ne avrà tratto. Una testimonianza suggerisce una scelta. Un incontro modifica una traiettoria. Un bambino in dialisi decide che quel giorno, invece di rimanere nel letto, vuole infilarsi un camice e andare ad aiutare un altro bambino più piccolo. Noi vediamo soltanto il punto in cui la pietra entra nell’acqua, ma le onde continuano oltre il nostro sguardo.

Quel giorno del 2024 continuammo a parlare a lungo. A un certo punto mi accorsi che l’intervista aveva superato la propria funzione pratica: non stavo più soltanto raccogliendo dichiarazioni, stavo “frequentando un pensiero”.

Esistono persone dalle quali usciamo più informati e altre che ci rendono leggermente diversi. Il valore di eventi come il Clown&Clown Festival sta anche nella possibilità di ridurre la distanza fra chi ha trasformato un’intuizione in una vita e chi può sedergli accanto, ascoltarlo, contestarlo, fargli domande e infine portarsi via qualcosa. Non servono santi contemporanei né eroi senza contraddizioni; servono esempi praticabili. Individui che mostrino, attraverso ciò che fanno, come davanti allo stesso problema può esistere più di una risposta. Quale dare, dipende da noi.

«Era il 1985 e Kenneth aveva da poco scoperto di avere un cancro incurabile al pancreas. Da quella fredda mattina in cui il gelo gli entrò nelle ossa per non andarsene mai più, Michael rimase in ospedale ogni singolo giorno, ingegnandosi come poteva per far divertire il fratello attraverso i mille sciocchi giochetti che aveva imparato in quegli anni lontano da lui, tentando di placare il dolore, di cancellare le smorfie di sofferenza. E in un certo senso ci riuscì, compì il miracolo: trasformò a poco a poco l’increspatura delle labbra violacee in un flebile sorriso, poi un altro, e un altro ancora, intanto che la camera si riempiva di bimbetti malati con la voglia di ridere e scherzare per il tempo che restava loro.

Durò per qualche mese, quella battaglia contro il cancro, quella lotta estrema supportata solo da qualche pupazzo insieme a trucchi di clowneria, e quando proprio non sapeva più che fare, perché il malessere di Kenneth era eccessivo da sopportare, allora era la fantasia a venirgli in soccorso, costruendo per lui e per il suo eroe mondi incantati in cui tutto poteva accadere, persino che una flebo di morfina diventasse un’iniezione di magia, o una spoglia stanza d’ospedale l’Isola che non c’è dove Peter Pan e Campanellino volavano via insieme a loro, stretti in un abbraccio sopra un letto troppo piccolo per due anime così grandi.

Nel 1985 Kenneth Christensen chiuse gli occhi per l’ultima volta. Ciò che di drammatico doveva avvenire nella vita di Michael per spingerlo a cambiare di nuovo il corso della propria esistenza era infine accaduto, lasciandolo sepolto nella disperazione più totale. Furono giorni di lacrime, di rabbia, di rassegnazione, di paura e solitudine.

Poi, una mattina come le altre del 1986, le prime pagine dei giornali d’America riportarono all’unisono il seguente titolo: “Il clown professionista Michael Christensen fonda a New York insieme all’amico e collega Paul Binder The Clown Care Unit, la prima unità speciale di clown dottori il cui scopo è quello di portare gioia e sorrisi all’interno degli ospedali pediatrici”. Nacque così, in quell’anno, la clownterapia. Da allora, associazioni riconosciute di clown dottori in tutto il mondo suscitano allegria laddove le lacrime dei bambini aspettano soltanto di essere asciugate, grazie a un pizzico di fantasia e a un incredibile coraggio».

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