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Il 4 settembre 2026 il governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto 1.413 giorni consecutivi in carica, superando il Governo Berlusconi II (1.412 giorni, 2001-2005) e diventando ufficialmente l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. Un traguardo che vale la pena leggere anche in un’altra chiave: perché, in ottant’anni e oltre sessanta governi, arrivare a quota mille giorni è successo solo cinque volte?

Dal 1946 a oggi si sono succeduti 68 esecutivi, ma solo cinque hanno superato la soglia dei 1.000 giorni consecutivi in carica. Al primo posto c’è oggi il governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022 e arrivato a oltre 1.413 giorni. Lo segue di un soffio il Berlusconi II, che tra il 2001 e il 2005 resse per 1.412 giorni, seguito a distanza dal Berlusconi IV, in carica dal 2008 al 2011 per 1.287 giorni. Completano la lista il Craxi I, che tra il 1983 e il 1986 durò 1.093 giorni, e il governo Renzi, in carica dal 2014 al 2016 per 1.024 giorni. Subito sotto questa soglia si trovano il Prodi I (886 giorni), il Moro III (852), il Prodi II (722) e il De Gasperi VII (721). Nella fascia più recente, invece, figurano governi decisamente più brevi: Draghi (616 giorni), Gentiloni (536), Monti (529), Conte II (527), Conte I (461).

All’estremo opposto della classifica ci sono i governi “lampo”: il Fanfani I durò appena 22 giorni nel 1954, non riuscendo a ottenere la fiducia; il De Gasperi VIII resistette 32 giorni; il D’Alema II, nato dopo la sconfitta elettorale della sinistra alle regionali del 2000, durò 126 giorni. Anche il D’Alema I, pur essendo tra gli esecutivi di durata “media”, si fermò a 427 giorni, poco più di un anno.

In media, dal 1948 a oggi, un governo italiano resta in carica circa 429 giorni: poco più di un anno e due mesi. Nessun esecutivo, va ricordato, è mai arrivato a coprire l’intera legislatura di cinque anni prevista dalla Costituzione.

Prima e Seconda Repubblica

I governi più longevi si concentrano quasi tutti dopo il 1994, cioè nella cosiddetta Seconda Repubblica; quelli più brevi appartengono quasi tutti alla Prima Repubblica (1948-1992). Questo scarto ha una spiegazione istituzionale piuttosto precisa. Fino agli anni Novanta l’Italia votava con un sistema proporzionale puro, che favoriva un’estrema frammentazione partitica: per governare servivano coalizioni ampie ed eterogenee, spesso tenute insieme da equilibri interni fragilissimi (le correnti della Democrazia Cristiana, i rapporti di forza tra i partiti laici, il ruolo del PCI all’opposizione). Bastava che un partito minore ritirasse l’appoggio, o che una corrente interna cambiasse posizione, per far cadere l’esecutivo – spesso non per una vera bocciatura popolare, ma per un riassestamento tutto interno al Palazzo.

Con la crisi della Prima Repubblica (Tangentopoli, referendum del 1993) e l’introduzione di sistemi elettorali a impianto più maggioritario, la logica cambia: si formano coalizioni pre-elettorali più definite, gli elettori scelgono più direttamente uno schieramento di governo, e i cambi di maggioranza a legislatura in corso diventano – pur non scomparendo mai del tutto – meno frequenti. Non a caso, quattro dei cinque governi sopra i mille giorni (Berlusconi II, Berlusconi IV, Renzi, Meloni) nascono in questo secondo periodo. L’eccezione è il Craxi I, che regge oltre mille giorni già negli anni Ottanta grazie a un pentapartito insolitamente coeso per gli standard dell’epoca.

Cosa spiega la tenuta del governo Meloni

Rispetto ai suoi predecessori più longevi, il governo Meloni condivide un ingrediente comune – una maggioranza parlamentare solida in entrambe le Camere, frutto di una coalizione pre-elettorale coesa – ma ne aggiunge altri più specifici a questa legislatura. In primis, un’unica forza trainante: a differenza dei pentapartiti degli anni Ottanta, Fratelli d’Italia è nettamente il partito di maggioranza relativa della coalizione, il che riduce (senza eliminarlo) il rischio di veti incrociati tra alleati di pari peso. In secundis, l’assenza di scissioni rilevanti – o almeno la loro tenuta a bada: nessuno dei tre partner di coalizione ha vissuto fratture tali da mettere in discussione i numeri in Parlamento, fattore che invece aveva eroso rapidamente esecutivi come il D’Alema II o alcuni governi della Prima Repubblica. In terz’ordine, un contesto economico-istituzionale che disincentiva le crisi: la gestione del PNRR e i vincoli di finanza pubblica rendono, in generale, più costoso politicamente aprire una crisi di governo a legislatura in corso.

Durare è la stessa cosa che governare bene?

Il record di longevità dice qualcosa di importante sulla tenuta politica di una maggioranza, ma è un indicatore diverso da quello dell’efficacia delle politiche pubbliche o del consenso popolare, che vanno valutati separatamente con altri strumenti (sondaggi, dati economici, attuazione del programma). È un distinguo che vale per ogni esecutivo lungo la storia repubblicana: il Berlusconi II, ad esempio, è ricordato tanto per la sua durata quanto per le polemiche sui provvedimenti approvati; lo stesso vale, con segno diverso, per gli altri governi in classifica.

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