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Cinquantamila metri di pellicola. Un film girato nell’arco di vent’anni e mai terminato. Quattro cineteche europee – Roma, Parigi, Madrid e Monaco di Baviera – che si mettono insieme per portarlo a compimento più di quarant’anni dopo la morte del suo autore. Il film è il Don Chisciotte di Orson Welles, e chi lo sta facendo tornare al mondo è l’uomo che a Venezia si occupa di tutt’altro: i restauri e la memoria del cinema italiano.

C’è infatti un cinema che non passa dal red carpet e arriva al Lido per un’altra strada: quella degli archivi. È la strada che percorre ogni anno la Cineteca Nazionale, e che quest’edizione della Mostra ha messo in evidenza fin dal primo minuto. Il film di preapertura dell’83ª Mostra è Col cuore in gola di Tinto Brass, girato nel 1967 e restaurato in 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale con il sostegno di Netflix e in collaborazione con Compass Film. Pochi giorni dopo, in Venezia Classici, arriva in anteprima mondiale il restauro di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, del 1976.

Due film distanti nove anni e agli antipodi per tono, ma tenuti insieme da qualcosa: raccontano un’Italia che all’epoca si è guardata malvolentieri. A decidere che meritassero di tornare visibili è stato il lavoro di un’istituzione che opera lontano dai riflettori e che dal 2024 ha come Conservatore Steve Della Casa – critico, storico del cinema, documentarista, tra i fondatori del Torino Film Festival, di cui è stato direttore, e già direttore artistico della Festa del Cinema di Roma.

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Custode del tempo, più che degli oggetti. Perché il suo mestiere non è mettere in salvo delle bobine, ma decidere cosa di un secolo di cinema italiano resterà visibile e cosa scomparirà: ottantamila film depositati per legge, un patrimonio che si deteriora in silenzio e che ogni anno impone una scelta.

Alla Mostra, Della Casa non arriva soltanto in veste di conservatore. Nella sezione Open – Fuori Concorso viene presentato Juso per ferie, documentario diretto da Karen Di Porto e scritto con lui, dedicato al produttore Galliano Juso: oltre cinquant’anni di cinema italiano attraversati attraverso una figura fuori dagli schemi. Da un lato chi conserva quel cinema, dall’altro chi lo racconta: due mestieri che, parlando con lui, si scoprono essere lo stesso.

Cosa fa, concretamente, un Conservatore della Cineteca Nazionale? Molti pensano si tratti solo di conservare pellicole in un magazzino. Con quale criterio si sceglie, prima di tutto, cosa restaurare?

“Intanto, il primo criterio per restaurare un film è che ne abbia davvero bisogno. Che sia un film che ha sintomi di deperimento, cioè che da parecchio tempo non sia più visibile e proiettabile. Il secondo concetto chiave, secondo me, è che sia un film che rappresenta qualcosa, che lo spettatore di oggi va a scoprire. Si parla chiaramente sempre di un’epoca passata, ma ci deve essere la curiosità su aspetti di vita poco noti di quegli anni, di quel periodo. C’è un terzo criterio: penso di dover restaurare dei film che possano trovare un pubblico di nicchia. Cerco sempre che i film abbiano una seconda vita anche commerciale, perché il cinema è l’unica arte che è al tempo stesso arte e commercio. Per legge, dal 1949 chiunque faccia un film in Italia deve depositarne una copia. Abbiamo un patrimonio di circa 80mila film. Il Conservatore deve provvedere a restaurare questi film quando ci sono dei problemi di deperimento, così come quando non sono più proiettabili. Deve poi promuoverli con la partecipazione ai festival e deve organizzare anche tutta l’attività editoriale intorno. Praticamente mi trovo a essere il custode di quello che è stato il cinema italiano degli ultimi cento anni”.

Col cuore in gola ha aperto la Mostra. Perché un Brass del 1967?

“Una scelta che viene dalla Mostra stessa. È una scelta che appartiene al primo periodo di Tinto Brass, che è quello oggi meno noto, perché Brass è noto soprattutto per i film erotici che ha fatto dopo La chiave. Questo è un film tutto girato a Londra, è intriso di pop art, ci sono tantissimi riferimenti al fumetto. Abbiamo pensato fosse il film giusto. E devo dire che sia la moglie di Brass che Tinto hanno apprezzato”.

Brutti, sporchi e cattivi è uno Scola meno amato di altri suoi film. Cosa ci dice oggi, restaurato, che allora forse non avevamo colto?

“È un film del 1976 ispirato all’opera di Pier Paolo Pasolini, che se non fosse stato assassinato avrebbe dovuto fare una sorta di discorso introduttivo al film. Quell’anno la pellicola ebbe un successo incredibile, è stato il decimo incasso in Italia e a Cannes vinse il premio per la miglior regia, consegnato a Ettore Scola, che grazie a quel successo ebbe il trampolino di lancio in Francia. Credo che oggi restituisca un mondo che non c’è più, perché esistono ancora i posti in cui vivono i baraccati, ma oggi sono per lo più stranieri. Qui la baracca era addirittura vicino al Vaticano, era una baraccopoli vera e alcuni interpreti sono veri baraccati. C’è un Nino Manfredi straordinario, veramente cattivissimo. È un film che oggi ci racconta un’Italia che non c’è più, ma che tutto sommato forse esiste ancora, con altri protagonisti”.

Il digitale ha risolto il problema della conservazione o ne ha aperto uno nuovo?

“Il digitale ha portato una svolta in tutta la storia del cinema, perché ha abbattuto i costi per farlo, ma paradossalmente ha creato nuovi problemi nella conservazione. Perché noi sappiamo che una pellicola girata dai fratelli Lumière oggi è ancora visibile, diversamente non sappiamo se il digitale durerà. Il digitale è una grossa incognita: serve per mettere in sicurezza i film, ma è bene avere sempre anche la copia in pellicola”.

Il cinema di genere italiano è stato a lungo considerato minore e oggi lo si restaura e si studia. Come è cambiato lo sguardo su quella stagione?

“Fino a qualche tempo fa le maggiori domande di restauro arrivavano per i grandi capolavori del cinema italiano, i grandi classici. Da quando Quentin Tarantino e altri hanno detto che la loro fonte di ispirazione era il cinema di genere italiano, cresce anche la richiesta di restaurare questi film. L’apertura internazionale rispetto al cinema di genere italiano è una traccia da coltivare, perché credo che quel genere fosse la ‘pizza’ del cinema italiano: come la pizza, un cibo povero ma geniale”.

Galliano Juso faceva i film che voleva anche senza averne i mezzi.

“A Venezia c’è un documentario che si chiama Juso per ferie, fatto da una giovane cineasta che si chiama Karen Di Porto. ‘Juso per ferie’ era come veniva chiamato Galliano a Cinecittà, perché quando c’era da pagare diceva che era in ferie, lontano, macinando vittime fra quelli che collaboravano con lui. Al tempo stesso era geniale nel cinema popolare: era quello che aveva inventato I Monnezza. Un personaggio molto caratteristico della Roma di quegli anni. Sono stato molto contento di collaborare con questo film, che ha una bella caratteristica: è molto fedele al personaggio”.

Un sogno nel cassetto non ancora aperto.

“Io sto lavorando a quello che è stato il sogno della mia vita, e per realizzarlo ho dovuto mettere insieme quattro cineteche. La nostra, quella di Parigi, di Madrid e quella di Monaco di Baviera. Abbiamo trovato cinquantamila metri di bobine di un film che Orson Welles ha girato nel corso di vent’anni, il film della sua vita che non è mai riuscito a finire. Si tratta di un film su un Don Chisciotte moderno. Abbiamo fatto un’operazione molto dispendiosa: la cineteca francese ha pagato i diritti alla vedova e agli eredi, quella italiana digitalizza queste copie in modo che la cineteca spagnola possa riscrivere i testi secondo la traccia lasciata da Welles. Praticamente facciamo un film di Orson Welles a quarantuno anni dalla sua morte. Spero che venga bene, ma in ogni caso è una sfida veramente affascinante, e ci abbiamo messo cinque anni per concretizzarla”.

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