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Sergio Caputo nasce a Roma e la città, anche quando non viene nominata apertamente, resta spesso sullo sfondo delle sue canzoni. Non la Roma monumentale delle cartoline, ma quella dei locali, delle notti troppo lunghe, dei tavolini, delle telefonate sbagliate, degli amori complicati e delle mattine che arrivano prima del previsto.
Prima ancora di diventare musicista professionista lavora nella pubblicità e nella grafica. Forse anche da lì deriva quella particolare capacità di costruire immagini rapide, frasi fulminanti e personaggi che sembrano usciti da una vignetta sofisticata.
Poi arriva la musica. E soprattutto arriva un disco destinato a diventare un piccolo classico.
Un sabato italiano che non finisce mai
Nel 1983 pubblica Un sabato italiano, album che lo impone immediatamente come una voce diversa da tutte le altre. La canzone che dà il titolo al disco diventa il manifesto di una generazione urbana sospesa tra jazz, locali notturni, sigarette, relazioni sentimentali e malinconia.
Caputo racconta l’Italia degli anni Ottanta senza celebrarla. La guarda di sbieco, con il sorriso di chi sembra divertirsi ma contemporaneamente prende nota di tutto. Nei suoi testi entrano cocktail, telefoni, automobili, camerieri, amori improbabili e personaggi sconfitti con grande eleganza. Musicalmente guarda allo swing, al jazz e alla tradizione americana, ma il risultato rimane profondamente italiano. Anzi, romano nel modo di osservare gli altri: ironico, apparentemente svagato, sempre pronto alla battuta.
Il cantautore che scelse di essere diverso
Negli anni successivi arrivano altri brani diventati riconoscibilissimi, da Italiani mambo a Il Garibaldi innamorato, mentre Caputo continua a costruire una carriera lontana dalle formule più prevedibili della canzone d’autore. A un certo punto sceglierà anche di trasferirsi negli Stati Uniti, continuando a suonare e sperimentare. Ma quella Roma notturna, elegante e un po’ stralunata dei suoi primi dischi rimarrà impressa nella musica italiana.
Perché Sergio Caputo non ha soltanto scritto canzoni. Ha inventato un piccolo universo dove Cole Porter poteva entrare in un bar romano alle due di notte, mentre qualcuno ordinava l’ultimo drink e una storia d’amore stava inevitabilmente andando a rotoli. E forse è proprio per questo che, dopo oltre quarant’anni, quel suo sabato italiano non è ancora finito.
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