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La Piazza 2026, la seconda giornata di dibattito. L'intervento del professore Francesco Giorgino </p><div>
<p>Né apocalittici né integrati, ma impegnati. È la terza via che Francesco Giorgino, professore di Comunicazione e Marketing politico alla Luiss e direttore Uffici Studi Rai, propone ai giovani delle forze politiche giovanili riuniti per il loro primo raduno nazionale, a margine della nona edizione de La Piazza, la kermesse di Affaritaliani. Dopo aver parlato, il giorno precedente, del passaggio dall’era della comunicazione che diventa politica all’era della politica che diventa comunicazione, Giorgino dedica la sua riflessione introduttiva al valore dell’innovazione tecnologica, partendo da una celebre distinzione di Umberto Eco, uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso: quella tra apocalittici e integrati. Con un’aggiunta, che dà il titolo all’intervento: “Apocalittici, integrati ma soprattutto impegnati”.
L’era del determinismo tecnologico
Il punto di partenza è una grande intuizione della Scuola di Toronto, una delle esperienze più importanti nell’analisi delle connessioni tra processi economici, socio-culturali e innovazione tecnologica. Dal suo capostipite, Harold Innis, fino al suo allievo prediletto McLuhan — di cui è a sua volta allievo Derrick de Kerckhove, oggi molto presente nelle università italiane come libero pensatore e professore emerito — quella scuola ha consegnato un’idea ancora attualissima: la tecnologia non si limita ad accompagnare il cambiamento sociale, lo determina. È il paradigma del determinismo tecnologico.
Il determinismo, spiega Giorgino, è un concetto chiave: se la tecnologia è deterministica rispetto ai principali effetti macrosociali, non c’è più un elemento di probabilità ma la certezza che l’infrastruttura tecnologica, e soprattutto il suo assorbimento, condiziona il modo di agire dei singoli e della collettività — dove per singoli si intendono non solo le persone, ma anche le organizzazioni. “Il primo concetto che voglio consegnarvi è che il ventunesimo secolo è l’era del determinismo tecnologico”, afferma, pur ricordando che alcuni studiosi mitigano la tesi parlando di co-determinismo: il cambiamento sociale e culturale dipende in gran parte dalla tecnologia, ma non solo da essa.
Da Platone a Gutenberg: un tema antico
Non si tratta, del resto, di un tema nuovo. Già Platone, nel Fedro, metteva a confronto due visioni dicotomiche ben prima che esistessero le condizioni minime per parlare di innovazione tecnologica come la conosciamo oggi. La questione filosofica era se la verità fosse più compatibile con la preservazione della cultura orale — la trasmissione della conoscenza da persona a persona — o con quella che all’epoca costituiva la prima grande innovazione: la scrittura. Scrivere significa riprodurre il pensiero, e un conto è trasferire la conoscenza attraverso la parola parlata, un altro è farlo attraverso la parola scritta, dove la riproduzione del significato denotativo e connotativo passa per scelte molto precise, a cominciare dalle parole con cui attivare significati nei propri interlocutori.
La scrittura prima, e la stampa a caratteri mobili poi — la rivoluzione di Gutenberg — hanno creato i presupposti per un’interpretazione completamente diversa della verità, compresa quella religiosa. Il tema, dunque, riguarda in modo chiaro e inequivocabile la postura che l’essere umano assume nei confronti di tutto ciò che cambia il suo modo di agire e di pensare. Da qui il secondo concetto: l’innovazione tecnologica appartiene all’evoluzione della natura umana ed è quindi inevitabile, nella considerazione dei suoi effetti macrosociali più rilevanti.
Le quattro intelligenze artificiali
È a questo punto che il discorso arriva all’intelligenza artificiale, tecnologia sicuramente impattante ma da maneggiare con distinzioni precise. C’è l’AI descrittiva, che consente per esempio la catalogazione dei contenuti ed è un grande supporto per l’essere umano. C’è quella predittiva, molto utilizzata nel marketing da chi è impegnato nei processi di creazione e gestione del valore percepito e ha bisogno di predire i comportamenti futuri, prossimi e remoti: per un’azienda è fondamentale sapere dove sta andando il mercato, come dimostra il concetto di churn prediction, la predizione dell’abbandono di un segmento di consumatori rispetto a determinati prodotti e mercati. C’è poi l’AI prescrittiva, che in realtà non prescrive ma raccomanda: è quella degli algoritmi che quotidianamente riconoscono il nostro interesse, potenziale o reale, verso una tipologia di contenuto e ci indirizzano sempre più e sempre meglio verso di essa — un sistema legittimo, se gestito con oculatezza e senso di responsabilità.
Il problema principale nasce con l’intelligenza artificiale generativa, quella che genera testi, audio e video: lì si innesca il grande tema dei deepfake, delle fake news e, soprattutto, del primato della verosimiglianza sulla verità.
Il precedente della televisione: Popper e Sartori
Quando si studia l’impatto socioculturale delle tecnologie, avverte Giorgino, bisogna sempre considerare la complessità del loro uso. Anche quando si sviluppò la televisione si creò un dibattito simile a quello odierno sull’intelligenza artificiale. Karl Popper, uno dei più grandi filosofi del Novecento, in “Cattiva maestra televisione” metteva a nudo tutti i rischi connessi all’uso del mezzo televisivo nel trasferimento e nell’acquisizione della conoscenza. E Giorgino ricorda un momento di forte dialettica personale con Giovanni Sartori, politologo di grande successo, che in “Homo videns” sosteneva una tesi che lui — figlio di quella cultura televisiva e professionista dell’azienda di servizio pubblico — respingeva: l’idea che l’uomo che acquisisce la conoscenza attraverso il linguaggio dell’audiovisivo sia predisposto, se non addirittura condannato, all’ignoranza concettuale. La sua replica: il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che se ne fa.
La terza via: governare il cambiamento
Da qui la conclusione, con lo sguardo rivolto a chi ha l’ambizione di fare politica. Le tecnologie sono strumenti, non fini: come tutti gli strumenti, dipende dal modo in cui le utilizziamo se l’effetto prodotto è benefico per gli individui e per la collettività oppure negativo. Di fronte a esse, gli apocalittici sono coloro che assumono un atteggiamento sempre negativo verso tutto ciò che innova e cambia il comportamento umano: spaventati dal cambiamento, oppongono una resistenza che spesso si evolve in vera e propria ostilità. Gli integrati, al contrario, sono i tecno-entusiasti, convinti che la stessa possibilità del cambiamento — indipendentemente dalla direzione in cui si produce — vada salutata, sociologicamente parlando, con grande favore.
La proposta di Giorgino è una terza via: quella degli impegnati. Impegnati a governare il cambiamento tecnologico, culturale e sociale, che è uno dei compiti di chi vuole fare politica e ha l’ambizione di perseguire il bene comune. Ma per governare il cambiamento bisogna conoscerlo: il primo elemento dell’impegno è dunque la consapevolezza dei fattori di opportunità e dei fattori di rischio. Solo se c’è consapevolezza di entrambi si riesce ad assumere, di conseguenza, l’atteggiamento più costruttivo, compatibile con una dimensione frutto di equilibrio e non semplicemente di un approccio dicotomico.
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