Rinnovo Patente? Facile ed Economico

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A La Piazza 2026 il dialogo su lavoro, suolo, capitali ed export con Rosario De Luca, Alessandra Gallone, Paolo Perrone, Lorenzo Zurino, e Sebastiano Leo

Consueto appuntamento di fine estate a La Piazza, la kermesse di Affaritaliani che anche quest’anno ha portato a Ceglie Messapica i protagonisti dell’economia e delle istituzioni. Sul palco, intervistati da Barbara Politi, si sono confrontati Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Alessandra Gallone, presidente di Ispra, Paolo Perrone, presidente di Cdp Equity, Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export, e Sebastiano Leo, assessore della Regione Puglia.

Al centro del dibattito, i nodi che si intrecciano nel futuro del Paese e del Mezzogiorno: l’inverno demografico e il mercato del lavoro, il consumo di suolo e la transizione energetica, i capitali per le piccole e medie imprese, i dazi e le nuove rotte dell’export, la formazione.

De Luca: «Il lavoro c’è, mancano i lavoratori»

Ad aprire il confronto è Rosario De Luca, partendo dal paradosso che segna il mercato del lavoro italiano. «I bambini non sono nati vent’anni fa, trent’anni fa, quindici anni fa, e continuano a non nascere: l’inverno demografico non è una parola astratta, è qualcosa che si concretizza, per esempio, nella mancanza del tasso di sostituzione dei lavoratori», osserva il presidente dei Consulenti del Lavoro. «I numeri sono buoni, molto positivi, anche quelli del lavoro femminile e del lavoro giovanile, per quanto siamo sotto la media europea. Ma continuano ad aversi sul mercato del lavoro queste strane situazioni per cui il lavoro c’è ma mancano i lavoratori. E l’intelligenza artificiale non fa che accelerare queste situazioni».

La risposta, per De Luca, sta in una parola ripetuta tre volte: «Formazione, formazione, formazione. Per poter restare al passo dell’intelligenza artificiale nessuno di noi può sentirsi esentato dall’interrogarsi se quello che fa, quello che sa fare, può continuare a farlo con la stessa capacità rispetto alle richieste del mercato». E in questo quadro si innesta il lavoro femminile, «che dovrebbe essere incentivato e agevolato proprio per compensare i lavoratori giovani che non entreranno nel mercato del lavoro: l’Istat ci dice che saranno circa tre milioni e mezzo in meno nel giro di cinque anni».

Cosa fare, dunque? Servizi alla famiglia, a partire dalle istituzioni territoriali, «che hanno un ruolo di prossimità». «Noi abbiamo una cosa strana in Italia – nota De Luca –: nelle zone dove i servizi alla famiglia funzionano, asili nido e quant’altro, c’è un tasso di occupazione femminile che è quasi in media europea; dove non funzionano, i dati crollano. Sono collegati, e questo ci dà anche una rotta, la visione di quello che si dovrebbe fare».

Sul punto il presidente dei Consulenti del Lavoro tornerà anche a proposito della direttiva europea sul divario retributivo di genere, applicata di recente: «È una direttiva che non riesce a centrare il problema. In Italia la differenza non c’è perché ci sia una differenza di paga oraria o di salario: i contratti collettivi non prevedono la differenziazione. La differenza c’è perché le donne lavorano di meno, ma non perché non vogliono lavorare. Sul territorio ci devono essere servizi che possano mettere le donne nelle condizioni di lavorare, o di poter lavorare full time invece che part time: da qui nasce tutto».

Gallone (Ispra): «La sfida è l’equilibrio: usare la conoscenza per proteggere»

Dal lavoro al suolo. Barbara Politi incalza la presidente di Ispra con i dati dello stesso istituto: l’Italia consuma quasi tre metri quadrati di suolo al secondo, il valore più alto degli ultimi dodici anni, e una parte crescente di quel consumo è dovuta al fotovoltaico a terra installato sui terreni agricoli. Come si concilia tutto questo con lo sviluppo sostenibile?

«Il bisogno di energia del nostro Paese non deve andare a scontrarsi con il tema dello sviluppo sostenibile e quindi della tutela dell’ambiente, che deve essere nello stesso tempo una tutela ambientale, economica e sociale», risponde Alessandra Gallone, precisando che in Puglia sono 132 gli ettari occupati dall’agrifotovoltaico, che peraltro non rientra nei dati di consumo del suolo. E ricorda il ruolo dell’istituto che presiede: «Ispra è l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, il maggiore detentore di dati, un istituto che lavora al fianco del sistema Paese, dei governi di ogni livello». Non manca un saluto al capo del dipartimento Biodiversità, Luigi Ricci, cegliese, «una sentinella anche su questo territorio».

La strada indicata dalla presidente passa da una legge sul consumo del suolo, «che ovviamente non spetta a Ispra porre, ma spetta a Ispra affiancare, per dare ai decisori tutti i dati possibili perché scelgano le migliori decisioni». Gallone si dice inoltre «sostenitrice di un testo unico per l’urbanistica, qualche cosa che aiuti lo sviluppo sostenibile a non mangiare di fatto la tutela dell’ambiente». Con un criterio pratico: «Prima di utilizzare i terreni e i territori, usare tutto ciò che sta in alto: i tetti, gli edifici, tutto ciò che può consentire di sviluppare un sistema agricolo insieme al sistema della produzione. La sfida è proprio questa, è l’equilibrio: usare la conoscenza per proteggere».

Perrone (Cdp Equity): «Affiancare gli imprenditori, al di là della latitudine»

Il testimone passa a Paolo Perrone, che di Cdp Equity – oltre 15 miliardi di partecipazioni nelle imprese strategiche del Paese – è presidente, dopo essere stato per dieci anni sindaco di Lecce. Da salentino e da pugliese, gli chiede la conduttrice, una presidenza “del Sud” può aiutare lo sviluppo del Mezzogiorno?

Perrone parte dal perimetro della società: «Fanno capo a Cassa Depositi e Prestiti tutte le partecipazioni non energetiche – non Eni, non Italgas, non Terna, non Snam – e tutte le altre partecipazioni sono nel portafoglio di Cdp Equity: alcune realtà importantissime come Autostrade, Nexi, Fincantieri. Però non è soltanto questo, non sono soltanto capitali investiti in aziende mastodontiche quotate in borsa. Ci sono anche linee un po’ più piccole: il Fondo Italiano d’Investimento, partecipato da Cdp Equity, che investe in società di medie dimensioni, e Cdp Venture Capital, che investe in realtà piccolissime e piccole», purché abbiano nel loro modello di business «qualche elemento di novità e una prospettiva di crescita sul mercato interessante».

Nessuna corsia preferenziale territoriale, chiarisce: «Il presidente non può decidere di indirizzare i capitali verso la Puglia o il Salento». Ma la sensibilità c’è, anche per esperienza diretta: «Io faccio anche l’imprenditore nel settore dell’innovazione, in questo territorio: forse sono un imprenditore medio, ma raffrontato agli operatori nazionali e internazionali la mia azienda è grande come un microbo. L’idea è quella di affiancare gli imprenditori di piccole e medie dimensioni, al di là della latitudine nella quale si opera. Significa invitare gli imprenditori a guardare a un capitale: i nostri imprenditori, quando devono fare investimenti, o i soldi ce li hanno o se li fanno prestare dalla banca. Ecco, ci sono altre vie». Un’assistenza, quella di Cdp, «non soltanto finanziaria: ti accompagna cercando di indirizzare verso l’innovazione, l’internazionalizzazione, la capacità di strutturare managerialmente un’impresa. I nostri imprenditori hanno l’idea, il talento, la capacità di realizzarla, però rischiano, proprio per le dimensioni, di perdere tantissime occasioni».

Zurino: «Sui dazi basta leggerezza: l’agribusiness ha subito il 15%»

Il registro cambia con Lorenzo Zurino, che rivendica il ruolo di voce fuori dal coro: «Ti ringrazio, Barbara, per la domanda che mi consente di essere un po’ più realista del re. Dovremmo fare tutti uno sforzo comune per dire che è finito quel periodo in cui “va tutto bene”». Il presidente del Forum Italiano dell’Export, sorrentino trapiantato da vent’anni negli Stati Uniti ed erede di una famiglia che di export vive da quattro generazioni, invita a leggere i dati aggregati «con un po’ meno leggerezza», e lo fa parlando alla piazza di una regione, la Puglia, che conosce e frequenta: «Se chiedo ai pugliesi come sarà quest’anno la campagna del pomodoro e dell’olio d’oliva, molti diranno che hanno paura: avremo tanto olio e tanto pomodoro, ma a un prezzo relativamente più basso».

Poi i numeri: «Il dato aggregato dell’export si mantiene al 2%, ma se togliamo la farmaceutica perde l’1,3%. E se guardiamo alla verticale delle piccole e medie imprese, che sono la nostra spina dorsale, noi perdiamo in export, da maggio 2025 ad agosto 2026, l’8,3%. Io personalmente negli Stati Uniti perdo il 13%». Quanto ai dazi, Zurino smonta la narrazione rassicurante: «Quando viene detto che il dazio non ci ha toccato… noi non pagavamo il 15% su tante cose e oggi paghiamo il 15%. Sapete perché “non ci ha toccato”? Perché l’imprenditore italiano è abituato a una gestione che a me piace molto, quella del non sonno: l’imprenditore italiano non dorme. Che cosa ha fatto? Si è assorbito il 7-8% di quel 15% e un po’ l’ha fatto assorbire al distributore, e quindi non siamo usciti fuori prezzo con i nostri prodotti. Tolgo i prodotti ad alto valore aggiunto, il fashion, la farmaceutica: ma se parliamo di agribusiness noi abbiamo subito il 15%. Andare a dire al popolo dei pugliesi, dei campani come me, che va tutto bene, secondo me è un errore di leggerezza».

Leo: «Imprese e pubblica amministrazione non possono parlare lingue diverse»

Tocca quindi a Sebastiano Leo, assessore della giunta guidata da Antonio Decaro, che rivendica con orgoglio l’appartenenza al territorio: «L’imprenditore del Sud, la gente del Sud – e noi qui a Ceglie siamo ancora più a sud – è capace di fare tante cose straordinarie. I nostri imprenditori hanno una marcia in più, ed è quello che ci aiuta a essere competitivi nel mondo». Le deleghe, precisa, «me le ha assegnate il presidente Decaro: non le ho volute né scelte io, ma sono deleghe importanti, interne alla pubblica amministrazione, che incidono moltissimo sul territorio».

Il filo conduttore del suo intervento è la tecnologia come collante: «Gli imprenditori e la pubblica amministrazione non possono parlare lingue diverse: la pubblica amministrazione segue, insegue e raggiunge l’impresa, altrimenti c’è un’incomprensione continua. La tecnologia dovrebbe limitare i divari, agganciare i territori, mettere tutti nelle condizioni di operare al meglio». Anche sulla burocrazia l’assessore rovescia il luogo comune: «Sono convinto che la burocrazia sia fondamentale, non dobbiamo guardarla con un occhio negativo: serve a risolvere le questioni degli imprenditori, delle imprese e del territorio».

E poi la formazione, con l’esempio degli Its: «Siamo stati e siamo ancora un esempio virtuoso dell’Its in Italia, perché ha funzionato, e il Pnrr li ha finanziati in maniera importante. Ma il Pnrr ha un po’ drogato il sistema economico: lo dico sempre ai decisori politici nazionali, bisogna mantenere questo standard. Se agli Its, alle Academy, sono state date risorse importanti per rinnovarsi tecnologicamente, per formare, per avere protocolli d’intesa con le imprese, è chiaro che bisogna continuare, perché la tecnologia oggi non ha limiti, si evolve continuamente, e l’impegno preso con la tecnologia scade dopo pochissimo tempo. Le imprese devono avere questo legame con la formazione, per dire quali competenze servono. Una volta si sceglieva l’indirizzo delle scuole superiori o dell’università senza sapere esattamente quale professione si voleva fare: oggi non è più possibile».

Un’analisi che Perrone conferma dal suo osservatorio: «Quello che ha detto l’assessore è vero. Molto spesso, parlo anche da operatore dell’innovazione, non riusciamo a incrociare talenti locali, perché sono stati indirizzati verso percorsi di studio che purtroppo non incontrano le esigenze del mercato. La sfida è non fermare il futuro, ma renderlo possibile».

La chiusura: «Presidiare l’est del mondo»

L’ultima battuta spetta a Zurino, che alle imprese indica la rotta della diversificazione: «La capacità di export di un Paese si misura da quanto non dipende da nessuno degli Stati dove vende. Noi siamo bravissimi a vendere negli Stati Uniti, bravissimi a vendere in Europa: dobbiamo cominciare a capire che esistono regioni come l’Australia, l’Indo-Pacifico, la Nuova Zelanda, la Malesia, il Vietnam, dove hanno una fame incredibile di made in Italy. Non dobbiamo soltanto vendere prodotti, ma presidiare quei mercati».

E con un annuncio personale: «Sarò l’ambasciatore in Nuova Zelanda: un Paese incredibile, che ci metterà nella condizione non soltanto di vendere prodotti ma di creare connessioni. L’Australia è un continente, ma se domandassi a ognuno quanti Stati ci sono in Australia avremmo difficoltà a saperlo. Guardare al lato est del mondo, e presidiarlo, sarà strategico».

Tra demografia e formazione, suolo ed energia, capitali pazienti e nuove rotte commerciali, da Ceglie Messapica esce un messaggio comune: il Sud – e con lui il Paese – ha i numeri per competere, a patto di guardare i dati senza leggerezza e di trasformarli, come ha detto Gallone, in conoscenza che protegge e costruisce.

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