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Migranti come arma diplomatica: cosa si nasconde dietro la crisi di Ceuta tra Marocco, Spagna e Algeria. L’analisi

Del Marocco non si parla spesso. Il governo è tra i più stabili del Nord Africa. I massacri di cani randagi (presi a fucilate o abbandonati a crepare di stenti nel deserto) per far spazio alla prossima Coppa del Mondo passano di solito nel totale silenzio dei media italiani. Ed anche Ceuta, sino a qualche giorno fa, era poca cosa. Il Marocco attrae sempre più interesse da parte delle aziende italiane interessate ad avere una sponda tranquilla per entrare nel mercato africano. Le criticità del Paese, quindi, di norma passano inosservate. Tuttavia, c’è un’area del Paese che sta attirando l’attenzione di tutti i grandi imperi: USA, Cina e Russia. La sua evoluzione politica verso l’indipendenza è diventata un argomento di interesse e tutti vogliono dire la loro. Facciamo il punto.

Migranti, arma di distrazione di massa

Nelle guerre del passato non è difficile ricordare l’utilizzo di animali come soluzione militare di sfondamento: maiali e buoi lasciati liberi di correre contro il nemico, spesso spaventati o ai quali era stato appiccato il fuoco per renderli più furiosi e incontenibili. Nell’epoca moderna si usano ancora cani addestrati (vedi anche l’ultimo episodio di Lioness), ma di fatto la guerra è diventata una questione per umani e sistemi sintetici. Tuttavia, esiste ancora l’utilizzo di masse scoordinate di viventi che vengono rilasciate, o espulse, da un’area per creare caos, distrazione e, in ultima analisi, pressione politica e sociale sul bersaglio.

Quando Ceuta è stata raggiunta da oltre 70.000 persone, in parte marocchini delle aree più povere e in parte migranti economici provenienti da altre zone dell’Africa centrale, dai video disponibili in rete pare che il governo marocchino e le autorità non abbiano fatto molti sforzi per contenere la “fuga” dei cittadini africani. Anzi, ci sono video in rete, non confermati, nei quali si vedono guardie di confine far scendere civili da camion e indirizzarli verso il confine. I migranti, tra le armi di “distrazione”, sono divenuti nel tempo un valido strumento che gli Stati possono utilizzare come merce di scambio.

Nel 2010-2011 Muammar Gheddafi dichiarò che la sua caduta avrebbe scatenato un’ondata incontrollata di migranti verso le coste europee. Una previsione che Francia e Regno Unito (che avevano interesse nel petrolio e nel limitare il crescente potere del leader libico) interpretarono come una minaccia e che, dopo la caduta del regime, si concretizzò attraverso la crisi e l’instabilità del dopoguerra. Gheddafi era un “tappo” che teneva a bada i migranti. Una soluzione di contenimento, la sua, apprezzata dall’Italia, che supportava il leader libico, storico alleato italiano dai tempi di Berlusconi. In modo non dissimile, la Turchia di Erdoğan svolge lo stesso compito attraverso la gestione dei flussi di migranti economici che tentano, spesso dal Medio Oriente, di entrare in Europa attraverso la cosiddetta “via dei Balcani”. Nel caso della Turchia Erdogan utilizza i migranti per avere miliardi dall’Unione Europea oppure come merce di scambio in trattative economiche.

Ceuta è stato un incidente?

Quello che colpisce su Ceuta è la sincronia tra l’evento invasivo e preesistenti temi di conflitto diplomatico tra Spagna e Marocco. Una breve cronologia è necessaria. Il 20 di luglio i media spagnoli riportano che il primo ministro spagnolo Sanchez ha visitato l’Algeria. I due leader hanno discusso di cooperazione economica ed energetica. Tuttavia, tra le discussioni minori, si è anche parlato della condizione dei profughi Sahrawi ospitati sul territorio algerino da anni. Abdelmadjid Tebboune, leader algerino, ha menzionato il tema e tutti i media africani hanno subito riportato la notizia, a partire da Asharq Al-Awsat. Al Marocco non è sfuggita l’urgenza di questo tema, pur se laterale rispetto ai principali argomenti discussi.

A fine luglio, circa 70.000 cittadini nordafricani e centroafricani hanno invaso pacificamente Ceuta, mandando nel caos le autorità locali, stimolando in Europa un rinnovato dialogo sulla chiusura delle frontiere di Schengen e inasprendo i rapporti tra Italia e Spagna. La tempistica tra il meeting di Sanchez con il leader algerino e la successiva, in apparenza non collegata, invasione di Ceuta è quanto meno sospetta. Come riportato da Al Jazeera, tra il 20 e il 30 di luglio i social media hanno visto un’esplosione di gruppi e post virali che invitavano i cittadini marocchini e chiunque fosse nell’area a entrare in Spagna via Ceuta.

Le compagnie che mantengono i social media, a oggi, non hanno ancora potuto mappare l’origine e gli autori di questi gruppi e post. Ovviamente si sono fatte le speculazioni più creative: dalla Russia che vuole gettare nel caos il Nord Africa, agli USA e Israele che sono rimasti indispettiti per le scelte spagnole in merito alla guerra iraniana. Tuttavia, non si può escludere a priori un’operazione marocchina, volta a mandare un messaggio velato alla Spagna, non dissimile da quello che mandò Gheddafi poco prima di cadere. La ragione di questa scelta si può trovare nella visita di Sanchez in Algeria?

Sarhawi: il Marocco sconosciuto ai più, ma conosciuto da chi conta

Per capire Ceuta, e per quale ragione il governo del Marocco potrebbe essere dietro l’ennesima invasione (non è la prima in pochi anni come vedremo tra poco) si deve far un passo indietro di qualche anno nella storia di quest’area. Il sud del Marocco, nel Sahara Occidentale, è un territorio immenso, scarsamente popolato e apparentemente periferico. Negli ultimi anni è diventato uno dei punti più sensibili della geopolitica mediterranea e africana.

Il motivo è semplice: nel Sahara Occidentale non si confrontano soltanto Marocco e Fronte Polisario (un movimento indipendentista e separatista). Attorno a questa disputa si sono progressivamente posizionati Algeria, Spagna, Stati Uniti, Unione Europea, Mauritania, Francia e, con modalità differenti, Cina. E la posta in gioco non è più soltanto la sovranità su un territorio. Sono entrati nella partita energia, migrazione, pesca, agricoltura, porti, infrastrutture e corridoi commerciali.

La questione del Sahara Occidentale nasce dal ritiro della Spagna dal territorio nel 1975. Il Marocco ne rivendica la sovranità, mentre il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, rivendica l’indipendenza sahrawi. Nel 1991 l’ONU riuscì a ottenere un cessate il fuoco e istituì la MINURSO, con l’obiettivo di accompagnare un referendum sull’autodeterminazione. Il referendum, tuttavia, non si è mai svolto. Per decenni la situazione è rimasta congelata. Nel 2020 qualcosa cambia.

Il 10 dicembre 2020 Trump riconosce ufficialmente la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Washington sostiene il piano di autonomia proposto da Rabat come base per una soluzione della controversia e annuncia anche l’intenzione di favorire investimenti e sviluppo economico nell’area. Per il Marocco è una vittoria diplomatica di enorme portata: per la prima volta una grande potenza riconosce esplicitamente la posizione di Rabat.

Il riconoscimento americano non risolve però la questione sul piano internazionale. Il Sahara rimane un territorio conteso e il processo ONU continua. Ma modifica il peso politico della posizione marocchina. E soprattutto introduce una nuova prospettiva: il Sahara non viene più considerato soltanto come una questione di confini e autodeterminazione, ma anche come una possibile piattaforma economica. Nel frattempo, però, la rivalità tra Marocco e Algeria si intensifica.

Il 24 agosto 2021 Algeri interrompe le relazioni diplomatiche con Rabat. La questione del Sahara è una delle principali ragioni della rottura, all’interno di una rivalità più ampia che comprende sicurezza regionale, influenza nel Maghreb e rapporti con gli Stati Uniti e Israele. Poche settimane dopo arriva un’altra decisione destinata ad avere conseguenze molto concrete.

Il gasdotto Maghreb-Europe, che trasportava gas algerino attraverso il Marocco verso la Spagna, viene progressivamente abbandonato da Algeri. La sua capacità era di circa 13,5 miliardi di metri cubi all’anno. Dal 1° novembre 2021 il gasdotto smette di trasportare gas algerino verso il Marocco e la Spagna. Madrid deve quindi affidarsi maggiormente al Medgaz, il collegamento sottomarino diretto tra Algeria e Spagna, con una capacità iniziale di circa 8 miliardi di metri cubi all’anno, successivamente potenziata. La disputa territoriale si è così trasformata in una questione energetica. E non è l’unica leva a disposizione del Marocco.

Nel maggio 2021, infatti, la crisi tra Madrid e Rabat aveva già mostrato quanto la migrazione potesse diventare parte della relazione strategica. Circa 8.000 persone entrarono a Ceuta in pochi giorni, in una crisi che si sviluppò mentre i rapporti tra i due Paesi erano già fortemente deteriorati e mentre la Spagna ospitava per ragioni mediche Brahim Ghali, leader del Polisario. Ceuta e Melilla rappresentano infatti qualcosa di molto particolare nella geografia europea: due territori spagnoli direttamente confinanti con il Marocco. La loro posizione rende il controllo dei flussi migratori una delle principali leve di pressione nei rapporti tra Madrid e Rabat. La crisi del 2021 anticipa quello che accadrà sul piano diplomatico.

Il 18 marzo 2022 Pedro Sánchez comunica a Mohammed VI che la Spagna considera la proposta marocchina di autonomia per il Sahara Occidentale, presentata da Rabat alle Nazioni Unite nel 2007, la base “più seria, realistica e credibile” per una soluzione della disputa. È una svolta. La Spagna non riconosce formalmente la sovranità marocchina sul Sahara, ma abbandona la precedente posizione di sostanziale equilibrio e si avvicina nettamente alla soluzione proposta da Rabat. Il 7 aprile Sánchez vola in Marocco per incontrare Mohammed VI. I due Paesi aprono una nuova fase delle relazioni bilaterali, costruita attorno a sicurezza, migrazione, commercio, infrastrutture e cooperazione economica. Per Madrid la logica è evidente. Il Marocco è indispensabile per il controllo della frontiera meridionale europea e per la gestione dei flussi migratori. Per Rabat, invece, la posizione spagnola sul Sahara rappresenta una vittoria diplomatica di primissimo livello. La reazione algerina arriva rapidamente.

L’8 giugno 2022 Algeri sospende il Trattato di amicizia, buon vicinato e cooperazione con la Spagna, firmato nel 2002, e il rapporto commerciale tra i due Paesi entra in una fase di forte tensione. Madrid si trova così nella situazione apparentemente più scomoda possibile: il Paese con cui ha costruito una nuova partnership strategica, il Marocco, è il principale rivale regionale dell’Algeria, mentre l’Algeria è uno dei suoi fornitori energetici fondamentali. La Spagna deve quindi gestire due relazioni che non possono essere separate. Da una parte Rabat offre sicurezza, controllo migratorio, accesso all’Africa e una posizione strategica sull’Atlantico. Dall’altra Algeri offre gas, energia e accesso a una delle principali fonti energetiche del Mediterraneo occidentale.

Nel 2023 Madrid consolida ulteriormente il rapporto con Rabat. Nel corso della nuova fase di cooperazione vengono firmati accordi su commercio, migrazione, difesa, tecnologia e cultura, accompagnati da un protocollo finanziario da 800 milioni di euro. Il rapporto sta quindi diventando sempre meno diplomatico e sempre più economico. Ed è proprio qui che il Sahara cambia significato. Il territorio non è soltanto una questione di sovranità. È una regione che offre accesso all’Atlantico, risorse ittiche, attività agricole, fosfati e soprattutto la possibilità di costruire nuove infrastrutture energetiche e logistiche.

I numeri e i soldi parlano

I numeri aiutano a capire la dimensione economica della questione. Nel 2023, secondo i dati riportati nel dossier europeo sul rapporto con il territorio, circa 129.200 tonnellate di prodotti ittici e 74.000 tonnellate di prodotti agricoli provenienti dal Sahara Occidentale sono state esportate verso l’Unione Europea. Si tratta di oltre 203.000 tonnellate complessive. Il valore degli scambi ha raggiunto circa 590 milioni di euro e le preferenze tariffarie hanno prodotto circa 44,4 milioni di euro di risparmi sui dazi. Sempre secondo le stime riportate dalle istituzioni europee, le attività economiche legate a questi accordi sostengono circa 49.000 posti di lavoro diretti nel territorio, equivalenti a circa il 18% della popolazione attiva.

Questi numeri spiegano perché la questione giuridica e quella economica siano ormai inseparabili. Più il territorio viene integrato nelle catene produttive marocchine, più aumenta il suo valore economico. E più aumenta il valore economico, più la questione della sovranità diventa strategica.

Ma Rabat non vuole fermarsi al Sahara. Il vero progetto marocchino è trasformare la propria posizione geografica in una piattaforma verso l’Africa occidentale. Da qui nasce l’importanza crescente dell’Atlantico. Il Marocco sta sviluppando una strategia che punta a collegare il Paese all’Africa occidentale attraverso porti, energia, infrastrutture e corridoi commerciali. Uno dei progetti più ambiziosi è il gasdotto Nigeria-Marocco, lungo circa 6.800 chilometri, di cui circa 5.100 offshore, con un costo stimato nell’ordine dei 25 miliardi di dollari. Se realizzato, il progetto potrebbe collegare le risorse di gas della Nigeria al Marocco e quindi all’infrastruttura energetica europea. La conseguenza geopolitica sarebbe significativa. Il Sahara non sarebbe più soltanto una periferia contesa tra Marocco e Polisario, ma potrebbe diventare un segmento di una nuova direttrice energetica tra Africa occidentale, Atlantico ed Europa.

Il gioco algerino-spagnolo vale una “Ceuta”?

Nel frattempo anche l’Algeria sta costruendo la propria strategia energetica. Il Paese punta a rafforzare il proprio ruolo di fornitore dell’Europa attraverso gas naturale, infrastrutture esistenti e nuovi progetti sull’idrogeno verde. Il Southern H2 Corridor, ad esempio, dovrebbe svilupparsi per oltre 3.300 chilometri collegando il Nord Africa all’Europa attraverso Italia e Germania. La competizione tra Algeri e Rabat si sta quindi spostando progressivamente dalla diplomazia alla costruzione di infrastrutture. È una competizione nella quale il territorio conta, ma conta altrettanto ciò che viene costruito sopra e attraverso quel territorio.

Nel dicembre 2025 Madrid consolida ulteriormente il rapporto con Rabat. Durante il 13° High-Level Meeting Spagna-Marocco vengono firmati 14 accordi su settori che vanno dalla digitalizzazione all’agricoltura, dalla cultura alla sicurezza, dalla fiscalità alla migrazione. La Spagna ribadisce contemporaneamente il proprio sostegno alla proposta marocchina di autonomia per il Sahara Occidentale.

Ma Madrid non può permettersi di perdere definitivamente Algeri. Ed è questo il motivo per cui il 20 luglio 2026 Pedro Sánchez torna nella capitale algerina dopo circa quattro anni di forte deterioramento diplomatico. Con lui arrivano anche il ministro degli Esteri José Manuel Albares, la ministra Sara Aagesen e rappresentanti di alcune delle principali aziende energetiche spagnole, tra cui Repsol, Naturgy, Moeve ed Enagás.

Il tema centrale è il gas. La Spagna vuole aumentare le forniture provenienti dall’Algeria. Attraverso Medgaz esiste un margine di incremento dei flussi di circa il 10%, mentre Madrid punta anche ad aumentare gli acquisti di GNL. Il rapporto economico non è marginale. Nel 2025 il commercio complessivo tra Algeria e Spagna ha raggiunto circa 8,5 miliardi di euro, dei quali 6,3 miliardi rappresentati dalle esportazioni algerine. Oltre 100 aziende spagnole operano nel mercato algerino.

Il problema, però, è che Sánchez arriva ad Algeri senza modificare la propria posizione sul Sahara.

Madrid vuole quindi recuperare il rapporto energetico con l’Algeria senza rinunciare alla partnership strategica costruita con il Marocco. È una posizione difficile, ma perfettamente razionale dal punto di vista degli interessi spagnoli. Il Marocco è la porta verso l’Africa occidentale e il principale interlocutore spagnolo sulla migrazione e sulla sicurezza. Se i profughi del Sarahwi tornassero “in patria” nell’area contesa con pretese indipendentiste, potrebbero essere una leva che le differenti parti interessate all’area (limitrofe o i grandi fratelli come Usa, Cina e Russia) potrebbero valorizzare. E questo è un timore che il Marocco rovina le notti del governo marocchino.  Anche solo una discussione in merito tra Spagna e Algeria, potrebbe esser bastato per stimolare nel governo del Marocco una necessaria “risposta” usando i migranti.

L’Algeria è una delle principali porte energetiche verso il Mediterraneo. Madrid ha bisogno di entrambi. La partita, tuttavia, coinvolge anche gli Stati Uniti. Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina nel 2020 e considera Rabat un partner strategico nel Nord Africa. La Francia, tradizionalmente vicina al Marocco, mantiene a sua volta una relazione privilegiata con Rabat. L’Unione Europea, invece, deve muoversi tra interessi economici e vincoli giuridici internazionali.

Poi c’è la Mauritania. Il Paese si trova immediatamente a sud del Sahara Occidentale e rappresenta il naturale punto di passaggio tra il territorio conteso e l’Africa occidentale. Per questo il consolidamento della presenza marocchina nell’area ha inevitabilmente conseguenze anche sulla proiezione di Rabat verso il Sahel. La Cina osserva invece soprattutto la dimensione infrastrutturale della partita: porti, energia, logistica, accesso ai mercati africani e corridoi commerciali. Non ha la stessa esposizione politica degli Stati Uniti sul dossier della sovranità, ma ha interesse a vedere crescere le infrastrutture che possono collegare il Nord Africa all’Africa occidentale.

Lo scacchiere nord occidentale africano

A questo punto il quadro diventa più chiaro. Dal 2020 il Sahara Occidentale è passato dall’essere una disputa territoriale relativamente congelata a diventare una piattaforma sulla quale si sovrappongono interessi energetici, migratori e infrastrutturali. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la posizione marocchina. L’Algeria ha risposto sostenendo il Polisario e utilizzando il proprio peso energetico. La Spagna ha prima rotto con la propria tradizionale prudenza sul Sahara, poi ha dovuto riaprire il dialogo con Algeri per ragioni energetiche. Il Marocco ha progressivamente trasformato il dossier territoriale in una strategia economica più ampia, puntando sull’Atlantico e sull’integrazione con l’Africa occidentale. La questione, quindi, non può più essere letta semplicemente come una disputa tra Rabat e il Polisario (area con pretese di indipenenza).

È una partita a più livelli. Il territorio è il punto di partenza. Il gas è una leva. La migrazione è una leva politica. I porti sono infrastrutture di potere. L’Atlantico è la prospettiva strategica. Chi riuscirà a trasformare quella geografia in una piattaforma economica capace di collegare Europa, Maghreb, Atlantico e Africa occidentale avrà vinto la partita. Ed è probabilmente questa la ragione per cui oggi, dietro una disputa apparentemente desertica, si muovono Washington, Madrid, Algeri, Rabat, Bruxelles e sempre più anche gli investitori.

Il Sahara non è più soltanto una questione di confini. È diventato una questione di infrastrutture, energia e accesso ai mercati. Con tutto questo in gioco, non è difficile immaginare che l’invasione di Ceuta, avvenuta (e pianificata da qualcuno) tra il 20 e il 30 luglio, dopo la visita spagnola ad Algeri, possa essere stato un messaggio velato che il governo del Marocco ha inviato alla Spagna di Sanchez.

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