Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Il mare come nuova frontiera industriale dell’Italia e la prevenzione come principio guida nella gestione delle calamità. Sono i due fili che attraversano l’intervista al ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, in una fase nella quale il Mediterraneo sta tornando centrale negli equilibri commerciali, energetici e geopolitici internazionali. La sfida, secondo Musumeci, è trasformare la posizione geografica dell’Italia in un vero vantaggio competitivo, facendo del Paese un hub produttivo, logistico, commerciale ed energetico del Mediterraneo e valorizzando una economia del mare che già oggi conta oltre 253 mila imprese, più di 1,1 milioni di occupati e genera 224,9 miliardi di euro.
Ministro Musumeci, l’Italia ha presentato una proposta per la strategia industriale marittima europea fondata su competitività nei settori ad alta complessità, sostegno agli investimenti privati, transizione digitale e ambientale con tempi sostenibili e sviluppo della dimensione subacquea anche in sinergia con la difesa. Come si traducono questi quattro pilastri in investimenti, strumenti finanziari e obiettivi industriali concreti per i prossimi anni?
L’obiettivo è potenziare la sovranità industriale europea nel settore marittimo, sostenendo investimenti, innovazione e competitività lungo l’intera filiera. Sarà una sfida impegnativa dare concretezza a una strategia industriale che l’Italia non si è mai preoccupata di darsi. Dobbiamo difendere un settore che vale oltre un milione di occupati e centinaia di miliardi di fatturato. Quella del mare è una partita che l’Italia deve finalmente giocare, e questo Governo è stato il primo a fornire un contributo concreto dotandosi, con il Piano del Mare, di uno strumento di programmazione e di coordinamento, una sorta di bussola per imprese, istituzioni, comunità scientifica e accademica.
Lei ha più volte affermato che il Mediterraneo sta tornando a essere centrale per i traffici commerciali mondiali. Come può l’Italia evitare che i propri porti rimangano semplici luoghi di transito e trasformarli invece in poli capaci di generare logistica avanzata, trasformazione industriale, ricerca e occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno?
-La prima nostra opportunità è essere sul Mediterraneo: da sempre mare degli scambi commerciali. Per anni l’Europa ha guardato a Nord e ad Est, ma oggi la centralità è nuovamente qui. L’Italia deve diventare un hub produttivo, logistico, commerciale ed energetico del Mediterraneo. Per riuscirci servono infrastrutture adeguate, innovazione, elettrificazione, digitalizzazione e norme europee che sostengano le nostre imprese invece di penalizzarle rispetto ad altri Stati extraeuropei.
Anche perché i grandi porti del Nord Africa, del Medio Oriente e dei Balcani si stanno già organizzando. Solo così l’Italia smetterà di essere un semplice Paese di transito. Ricordo sempre che il porto di Rotterdam movimenta in un anno la stessa quantità di merce di tutti i porti italiani.
Il sistema dell’Economia del mare è composto in larga parte da piccole e medie imprese, ma molte aziende denunciano carenza di competenze, difficoltà di accesso al credito e frammentazione delle politiche pubbliche. Serve un vero Piano nazionale per la formazione marittima, capace di collegare istituti nautici, università, cantieristica, porti e imprese della blue economy?
-Fin dal mio insediamento, l’obiettivo è stato rilanciare la vocazione marittima nazionale e sostenerne l’economia, semplificando il rapporto tra imprese e Pubblica amministrazione. E la recente legge sulla Valorizzazione della risorsa mare va proprio in questa direzione. Interviene sul Codice della navigazione, sulla nautica da diporto, sul turismo subacqueo, sulla Zona contigua per favorire lo sviluppo della blue economy. Parliamo di un settore che conta oltre 253 mila imprese, più di 1,1 milioni di occupati e genera 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del Pil. Si tratta di diverse misure che da tempo attendevano risposte. Quella legge è la conferma che con il coordinamento e il confronto di varie amministrazioni statali che si occupano di mare -è questo il compito del Cipom che mi onoro presiedere- i risultati arrivano. È chiaro che per far fronte alle sfide servono nuove competenze e abilità professionali oggi difficili da reperire. In questo senso si è attrezzato il sistema scolastico nazionale e il mondo universitario, con corsi di laurea specifici.
Portualità minore e isole rappresentano presìdi economici, sociali e strategici, ma scontano problemi di collegamenti, approvvigionamento idrico, energia e vulnerabilità climatica. Come si può costruire una politica del mare che non si limiti ai grandi porti, ma garantisca continuità territoriale e prospettive di sviluppo anche alle comunità costiere e insulari più piccole?
-La stiamo già costruendo. Ho voluto promuovere la tutela delle isole minori marine, dove vivono tutto l’anno 225 mila italiani in 35 Comuni. Sono cittadini che affrontano i disagi dell’insularità. Con gli Stati Generali delle Isole minori tenuti a Lipari lo scorso anno abbiamo acceso i riflettori sulle loro esigenze, dando vita col collega Calderoli a un apposito disegno di legge, all’esame del Parlamento. E inoltre con il più importante intervento di prevenzione antisismica mai realizzato su quelle isole, abbiamo destinato risorse ai sindaci di sette Regioni per mettere in sicurezza le infrastrutture strategiche pubbliche. Rimangono aperti problemi legati ai collegamenti, alla sanità, all’istruzione, che scoraggiano la permanenza sulle isole. Dobbiamo scongiurare il rischio dello spopolamento.
La scossa di magnitudo 4,7 ai Campi Flegrei ha provocato 26 feriti, danni agli edifici e l’allontanamento di centinaia e centinaia di persone dalle proprie abitazioni, oltre a difficoltà nel porto di Pozzuoli e sulla linea Cumana. Superata la prima emergenza, quali interventi strutturali devono essere accelerati e cosa ha mostrato questo episodio sui punti deboli della prevenzione, dell’informazione alla popolazione e della vulnerabilità del patrimonio edilizio?
La scossa di magnitudo 4,7 è stata la più forte degli ultimi quarant’anni. Ha provocato molta paura e danni, ma fortunatamente nessuna vittima. Il bradisismo è subdolo: potrebbe ripresentarsi tra cento anni o a breve. È una crisi infinita. Il Governo ha previsto il contributo per l’autonoma sistemazione anche per le famiglie colpite dal sisma e ha stanziato 100 milioni di euro per la riparazione e la riqualificazione sismica degli edifici resi inagibili. Finora il governo Meloni ha messo a disposizione dei Campi Flegrei circa 800 milioni di euro. Inoltre, il contributo statale per l’adeguamento sismico degli immobili è stato elevato dal 50% al 70%, accogliendo così le richieste dei sindaci. La frequenza di scosse di moderata intensità finisce per alimentare una sorta di assuefazione al rischio, inducendo nella popolazione la percezione che con il bradisismo si possa continuare a convivere senza correre alcun rischio. Non è così, purtroppo. In questi ultimi tre anni ci siamo affidati alla Regione Campania e ai Comuni più interessati, assieme al nostro Dipartimento nazionale, nelle opere di prevenzione, ricostruzione e assistenza alla popolazione. Si lavora con difficoltà e le risposte non sempre sono rapide come si vorrebbe. Sto pensando quindi ad una soluzione più strutturale, agile e snella.
Il prossimo 24 agosto ricorreranno dieci anni dal sisma del Centro Italia. La ricostruzione guidata dal commissario Guido Castelli sta diventando un modello non soltanto per la velocizzazione dei cantieri, ma anche per digitalizzazione, legalità, miglioramento sismico e prevenzione: dal 2023 è stato liquidato il 69% delle risorse complessive e risulta sbloccato il 98% degli interventi pubblici. La piattaforma Ge.Di.Si. è stata inoltre scelta come riferimento per le future ricostruzioni nazionali. È questo il modello che il governo intende applicare anche ai Campi Flegrei e alle altre aree a rischio, passando finalmente dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione?
Al commissario Castelli abbiamo dato tutti gli strumenti necessari per recuperare il tempo perduto nel recente passato. E li sta usando bene. Al Centro Italia, dopo dieci anni di stato di emergenza, si proseguirà finalmente solo con lo ‘stato di Ricostruzione’, applicando il
Codice da noi varato lo scorso anno. La stagione delle emergenze senza fine appartiene ad altre stagioni. Il Protocollo sottoscritto tra il Commissario Guido Castelli e il nostro Dipartimento Casa Italia consentirà di estendere la piattaforma Ge.Di.Si. a tutte le future ricostruzioni nazionali, valorizzando un modello che garantisce interoperabilità dei dati, monitoraggio degli interventi e tracciabilità delle risorse pubbliche. È questa la strada che il Governo intende seguire.
Rinnovo Patente? Facile ed Economico
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