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Ucraina, notte di attacchi: colpite Kharkiv e Odessa, vittime e feriti. Kiev bombarda Belgorod, 13 feriti. Intanto Zelensky apre a Vucic

È stata un’altra notte di attacchi incrociati tra Russia e Ucraina, con esplosioni che hanno raggiunto da una parte Kharkiv e Odessa e dall’altra Belgorod, città russa a circa 40 chilometri dal confine ucraino. Nel bilancio provvisorio ci sono vittime e feriti in Ucraina, mentre le autorità russe hanno riferito di 13 persone ferite nell’attacco con droni contro Belgorod. A Odessa, sul Mar Nero, un attacco missilistico russo ha danneggiato edifici residenziali e provocato almeno sei feriti, secondo le autorità locali. Anche Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina e a poca distanza dal confine russo, è stata nuovamente presa di mira. La città è da tempo uno degli obiettivi principali della campagna russa, proprio per la sua posizione geografica e per la sua importanza industriale e logistica.

Nelle stesse ore, l’attacco si è spostato anche sul territorio russo. Decine di droni ucraini, secondo le testimonianze raccolte dai media locali, hanno sorvolato Belgorod, città che si trova a poche decine di chilometri dall’Ucraina e che rappresenta un importante nodo logistico per le operazioni russe nella regione. Una serie di esplosioni ha scosso la città e le autorità hanno confermato danni ad almeno quattro edifici. 13 le persone rimaste ferite, secondo quanto comunicato dal governatore ad interim Alexander Shuvayev.

La svolta di Belgrado

Intanto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è detto “assolutamente soddisfatto” dei risultati di un’operazione di 40 giorni contro la logistica russa, conclusa il 4 agosto: decine di petroliere dirette in Crimea distrutte e numerosi magazzini Wildberries colpiti in tutta la Russia. Le perdite, ha detto, ammontano a circa 12,2 miliardi di dollari, e gli attacchi proseguiranno anche oltre la scadenza fissata. E intanto, a Belgrado, il Presidente ucraino ha stretto la mano ad Aleksandar Vucic nella sua prima visita ufficiale in Serbia da presidente. Già, la Serbia: tra i pochi paesi europei rimasti legati a Mosca, da cui dipende quasi interamente per l’energia. Ma leggerlo come una virata anti-russa è probabilmente sbagliato.

Vucic gioca da anni la stessa partita: tenere un piede a Est e uno a Ovest, alla maniera della Jugoslavia di Tito. In queste settimane il suo dossier di adesione UE è bloccato – otto stati membri hanno appena respinto l’apertura di un capitolo negoziale citando “regresso dello stato di diritto”, ma i nodi veri restano il Kosovo (che Belgrado non riconoscerà mai) e il rifiuto di allinearsi alle sanzioni contro Mosca. Ospitare Zelensky con tanto di accordo di libero scambio in cantiere potrebbe essere un modo a basso costo per rasserenare Bruxelles, senza però toccare il vero tabù, cioè le sanzioni. Vucic, in carica dal 2017, al secondo e ultimo mandato, è da mesi sotto pressione e vede il suo consenso erodersi rapidamente, con voci di elezioni anticipate tra settembre e novembre. Un accordo commerciale con l’Ucraina – e la promessa di aiutare la ricostruzione – potrebbe essere una vetrina utile in un momento di fragilità politica interna.

Con Mosca, infatti, nulla cambia. Vucic ha ribadito da tempo di non voler imporre sanzioni alla Russia e di considerare i legami russo-serbi storici e non negoziabili; e proprio a Kiev, il 15 luglio, era stato l’unico leader presente a non allinearsi sulla linea europea comune. La cooperazione militare, significativamente, non è stata discussa nemmeno stavolta. Quello di Belgrado è dunque un equilibrismo, non una scelta di campo: la Serbia continua a coltivare Mosca e Pechino sul piano energetico e degli armamenti, mentre usa l’apertura a Kiev come merce di scambio con l’UE. Ma intanto si avvicina – come detto dai due nell’incontro – “un altro inverno difficile”.

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