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Il nemico pubblico dell’estate? I social! Non ci salveranno multe e sanzioni, ma qualcosa di più faticoso che si chiama responsabilità

Agosto è il mese perfetto per indignarsi. Fa caldo, le città si svuotano, i parlamenti rallentano e sui giornali c’è sempre qualche nuovo nemico pubblico da mettere alla berlina. Quest’estate, tra i candidati più gettonati, ci sono loro: i social network. Facebook, Instagram, WhatsApp e tutto l’universo Meta sono finiti da tempo nel mirino di autorità, governi e tribunali. Le multe si moltiplicano, le accuse pure. Sul banco degli imputati c’è Mark Zuckerberg, ormai trasformato nell’equivalente digitale del cattivo delle fiabe, il miliardario che, attraverso gli algoritmi, tiene in ostaggio una generazione intera.

Ora, che i social abbiano dei problemi è difficile negarlo, sono strumenti potentissimi, progettati per catturare attenzione e, in molti casi, per mantenerla il più a lungo possibile. L’economia dell’attenzione non è un’invenzione complottista, più tempo trascorriamo sulle piattaforme, più pubblicità vediamo, più dati produciamo, più il sistema guadagna. Nessuno può negare che esista un problema di dipendenza quando si parla di Meta (che controlla Facebook e Instagram). La multinazionale cattiva, il capitalismo cattivo, gli algoritmi cattivi, i ragazzi vittime inconsapevoli di un gigantesco esperimento sociale. Poi però ci dimentichiamo di una cosa abbastanza evidente. Il ragazzo che passa ore e ore su Instagram non vive necessariamente in una casa nella quale gli adulti leggono libri davanti al caminetto e discutono di filosofia. Spesso vive in una casa dove mamma e papà guardano continuamente il proprio telefono, rispondono ai messaggi mentre mangiano, controllano WhatsApp appena si svegliano e finiscono la giornata scorrendo Instagram a letto. Insomma, forse il problema non è soltanto spiegare ai figli che devono smettere di guardare il telefono.

Forse dovremmo cominciare a spiegare la stessa cosa agli adulti. La verità è che la tecnologia ha semplicemente reso industriale qualcosa che conosciamo da sempre, ovvero la capacità degli esseri umani di diventare dipendenti da ciò che offre una gratificazione immediata. Il meccanismo del like non è poi così diverso, nella sua logica elementare, da quello della slot machine o del gratta e vinci. Il reel successivo promette sempre qualcosa di più interessante così come un nuovo gratta e vinci promette di essere quello buono. La differenza è che i social sono entrati nella nostra vita con una facilità infinitamente maggiore. Sono in tasca, sul comodino, durante la cena, mentre aspettiamo l’autobus, mentre siamo in bagno, mentre guardiamo un film. Proprio per questo vanno regolamentati, certamente, ma pensare che una legge possa risolvere tutto è un’illusione.

Le istituzioni possono stabilire un’età minima, imporre obblighi alle piattaforme, sanzionare comportamenti scorretti, pretendere trasparenza dagli algoritmi, tutelare i minori (tutto giusto), ma le istituzioni non potranno mai sostituirsi completamente alla nostra capacità di scegliere e non potranno mai decidere quali contenuti vogliamo cercare e guardare. Quello, alla fine, resta affare nostro. Se ogni mattina decidiamo di informarci attraverso i post e i reel che l’algoritmo ci propone automaticamente sulla base delle nostre interazioni precedenti, stiamo facendo una scelta. Se invece decidiamo di leggere giornali diversi, confrontare opinioni, andare alla fonte, distinguere un’informazione da un’opinione e un’opinione da una sciocchezza, stiamo facendo un’altra scelta.

Qui entrano in gioco due parole interconnesse molto meno spettacolari delle multe: responsabilità e consapevolezza. La stessa consapevolezza che dovrebbe portarci a capire che non possiamo mangiare qualsiasi cosa, bere qualsiasi cosa, fumare quanto vogliamo o passare le nostre giornate davanti a uno schermo. Non serve necessariamente un divieto, serve prima di tutto un limite. Il problema è che parlare di responsabilità individuale è molto meno popolare che dare la colpa a Zuckerberg. Il primo discorso richiede educazione, pazienza e anche un po’ di fatica. Il secondo, molto più diffuso, produce titoli, campagne politiche, indignazione e qualche consenso. Cosi la multinazionale americana Meta diventa un bersaglio irresistibile: non paga abbastanza tasse, è enorme, è potentissima, influenza milioni di persone e guadagna miliardi. Tutte ragioni per controllarla e, quando necessario, sanzionarla. Trasformarla però nel grande satana digitale è un’altra cosa, perché se davvero ritenessimo i social una minaccia incompatibile con una società libera, dovremmo avere il coraggio di arrivare alla conseguenza estrema: chiuderli per legge. Ovviamente non sarà fatto (e credo che non si debba arrivare a questo), così come non sono state messe fuori legge le sigarette o gli alcolici. Quindi solo una sana responsabilità individuale ci salverà. Anche se essere responsabili è più faticoso che accusare altri.

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