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Il sociologo Maurizio Ambrosini: “Il modello Albania è propaganda, non la soluzione ai rimpatri. Ecco cosa servirebbe”
Dopo la nuova crisi migratoria a Ceuta, il tema dei rimpatri è tornato al centro del dibattito europeo. Sul tavolo c’è anche la proposta italiana di estendere il cosiddetto “modello Albania”, attraverso la creazione di hub in Paesi terzi per gestire gli immigrati irregolari destinati all’espulsione. Un progetto che continua a dividere governi, istituzioni europee ed esperti, tra chi lo considera uno strumento utile per rafforzare il controllo delle frontiere e chi, invece, ne mette in dubbio l’efficacia e la compatibilità con il diritto internazionale.
Il nodo riguarda non solo la gestione delle emergenze migratorie, ma anche il futuro delle politiche europee in materia di immigrazione: i centri nei Paesi terzi possono davvero rendere più efficaci i rimpatri oppure il vero ostacolo resta la mancanza di accordi con i Paesi d’origine? E quali criteri dovrebbero essere utilizzati per valutarne il successo? A fare il punto è Maurizio Ambrosini, sociologo, professore ordinario all’Università degli Studi di Milano ed esperto di migrazioni, che ad Affaritaliani analizza limiti e prospettive del modello: “Il trattamento degli immigrati non autorizzati è un punto debole delle politiche di gestione dell’immigrazione, ma non è detto che i rimpatri, tanto più quelli forzati, siano sempre la soluzione migliore”.
La crisi di Ceuta ha riportato al centro dell’agenda europea il tema dei rimpatri. Il “modello Albania” può essere una risposta efficace a emergenze come questa o rischia di intervenire quando il problema si è già manifestato?
“Il trattamento degli immigrati non autorizzati è un punto debole delle politiche di gestione dell’immigrazione, ma non è detto che i rimpatri, tanto più quelli forzati, siano sempre la soluzione migliore. Nel caso di Ceuta, la gran parte delle persone arrivate in modo improvvido sono già rientrate in Marocco: nessun bisogno di costosi centri di rimpatrio. I centri in Albania comunque erano stati progettati per un altro obiettivo, ossia il trattamento di una parte dei richiedenti asilo salvati in mare.
Il fallimento di quell’impostazione li ha trasformati in Centri per il trattenimento di immigrati destinati all’espulsione, non per la gestione di situazioni di emergenza. Faccio anche notare che questi vengono fermati in Italia, mandati in Albania, poi riportati in Italia, se la procedura ha successo, per essere infine rimpatriati. Immagini se si fosse adottata una procedura del genere nel caso di Ceuta”.
L’Italia propone di replicare il modello Albania con hub in altri Paesi terzi. Quali sono le condizioni indispensabili perché un sistema del genere possa funzionare davvero?
“Sono tra coloro che auspicano che non entri mai in funzione: è una soluzione che cozza con diritti umani fondamentali. Che senso ha mandare in Ruanda una persona che viene dal Marocco o dal Bangladesh? L’obiettivo è quello di rassicurare l’opinione pubblica e di spaventare chi vorrebbe spostarsi verso l’UE, spesso per chiedere asilo. A mio avviso, il modello si ridurrà a qualche caso dimostrativo, come appunto i due centri in Albania, per scopi di propaganda. Per funzionare davvero richiederebbe risorse enormi, la compressione dell’autonomia del sistema giudiziario, la collaborazione di governi che, come nel caso del Marocco, verrebbero dotati di un potere di ricatto nei confronti dell’UE”.
Molti sostengono che il vero collo di bottiglia non siano i centri di rimpatrio, ma gli accordi con i Paesi d’origine. È questa la vera sfida, più ancora della creazione degli hub?
“Il guaio, dal mio punto di vista, è che gli accordi coinvolgerebbero paesi terzi, non quelli di origine. I paesi terzi, spesso con governi scarsamente democratici, non hanno troppo da perdere nel mostrarsi collaborativi con l’UE, e possono guadagnare qualcosa. I governi dei paesi di origine, benché autoritari, dovrebbero fronteggiare una crescita di impopolarità nel mostrarsi succubi dei governi occidentali a spese dei propri cittadini”.
Quali indicatori dovremmo osservare per valutare il successo del modello: numero di rimpatri effettivi, tempi delle procedure, costi sostenuti o capacità di deterrenza delle partenze?
“Io credo che dovremmo allargare lo sguardo: da una parte si vogliono frenare gli arrivi, e magari allontanare, stile Trump, persone che sono qui da anni, hanno imparato la lingua e lavorano o potrebbero lavorare. Dall’altra -se ne parla poco- si elaborano politiche per attrarre lavoratori da paesi terzi. Pensiamo al caso italiano: 450.000 ingressi autorizzati per il 2023-2025, quasi 500.000 per il 2026-2028. Molti di più degli ingressi spontanei. Semmai c’è inefficienza e lungaggine nella gestione delle procedure, ragione per cui arrivano molti meno immigrati di quelli di cui avremmo bisogno. Basta sentire i datori di lavoro. Il vero successo sarebbe dotarsi di politiche degli ingressi legali realmente alternative agli ingressi non autorizzati”.
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