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Mps e l’ultima mossa di Lovaglio. Analisi
In finanza ci sono i fatti e poi tante parole. I primi pesano, le seconde divertono. Ascrivibile al primo gruppo quanto fatto da Luigi Lovaglio per salvare Monte dei Paschi di Siena, portando a termine un aumento di capitale capolavoro che ha permesso allo Stato di non bruciare il suo investimento, ai correntisti di non dover sudare freddissimo e ai lavoratori del Babbo Monte di non finire nelle liste di collocamento. Chapeau avrebbe detto Antonio Cassano. Memorabile anche l’operazione, triangolata con altri grandi player, Lovaglio si è portato a casa Mediobanca con un’operazione che ha letteralmente lasciato a bocca aperta perché inattesa e sorprendente: la banca in crisi che si “pappa” il salotto buono della finanza. Capolavoro. C’è un altro fatto, importante: l’assemblea del Monte di aprile in cui, a sorpresa, lo stesso Lovaglio ha scardinato i pronostici e ha ribaltato quello che sembrava un sentiero già tracciato.
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Oggi però lo scenario è cambiato. Ai fatti, inequivocabili, sono seguite un po’ troppe parole. Un tentativo in extremis di fusione alla pari con BancoBpm annunciato solo per difendersi – lo vedremo tra poco – dall’Opas di Intesa (un altro fatto). Un tentativo goffo di aggregazione, in cui veniva riconosciuto eguale valore a due realtà che non sono, valori di Borsa alla mano, sovrapponibile. Mps vale quasi il 60% in più di market cap e non si capisce perché dovrebbe avere invece una analoga valutazione rispetto al Banco. Che invece è una macchina che macina utili sotto la guida di Giuseppe Castagna (fatto) ma che, proprio per il suo essere un gioiellino, è diventato contendibile. Ci ha provato Unicredit, ma è stata respinta in maniera misteriosa non già dal mercato, ma dalla politica che ha deciso di opporre un golden power inaudito, sostenendo che la banca guidata da Andrea Orcel non è esattamente italiana.
Solo che adesso il meccanismo si è incistato. Se Crédit Agricole decidesse di lanciare un’opa sul Banco (ipotesi non del tutto remota), che cosa risponderebbero da Via XX Settembre? E se invece, come fatto capire da Lovaglio al Financial Times, Siena provasse a comprarsi BancoBpm (che è partecipato per oltre un quarto del capitale proprio dai francesi), che cosa ne sarebbe delle remore del Mef una volta che Crédit Agricole diventasse un azionista di riferimento della nuova creatura che detiene, via Mediobanca, oltre il 13% di Generali? Insomma, non se ne esce.
Insomma, di fronte a tante parole e tante ipotesi, torna un unico fatto: che Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Opas che mette sul piatto anche soldi, per un controvalore di oltre 30 miliardi. E che è la formula probabilmente più adatta per passare alla “fase 2” di Monte dei Paschi. Con buona pace di chi sognava un terzo polo in salsa francese: nel caso il Crédit Agricole decida di lanciare l’Opa su BancoBpm, ci sarebbe comunque il dubbio del golden power. Nel caso dovesse essere il primo azionista della nuova creatura BancoBpm-Mps, si aprirebbero grandi problemi per la quota di Generali. Non c’è dubbio, dunque, che siamo in un momento di stallo. La via d’uscita, almeno per ora, sembra una sola.
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