Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Far trionfare le democrazie liberali è ancora possibile in Occidente? Il commento
Nader Hashemi è il direttore dell’ “Alwaleed Center for Muslim-Christian Understanding“, nonché professore associato di politica mediorientale e islamica presso la Georgetown University. Spesso scrive per il bimestrale statunitense “Foreign Affair”, che si occupa di relazioni internazionali e strategia geopolitica. La sua pubblicazione è a cura del “Council on Foreign Relations”, che la fondò nel 1922 con il primo direttore all’Università di Harvard. Viene considerato uno dei think tank americani più influenti e potenti.
Charles A. Kupchan è ricercatore senior di questo Centro Studi, ed afferma che la competizione tra le grandi potenze è tornata e gravi conflitti affliggono molte parti del globo. “I mercati interdipendenti e globalizzati emersi dopo la Guerra Fredda si stanno sgretolando” – ammette – sicché “i paesi che un tempo erano considerati democrazie stabili, compresi gli Stati Uniti, stanno vacillando e regredendo. In gran parte del mondo democratico, il centro politico non regge”.
Secondo l’illustre studioso ci sarebbero “due cambiamenti tettonici che stanno spingendo il mondo in un interregno gramsciano”.
Uno è una ridistribuzione del potere globale che porrà fine al lungo periodo di egemonia materiale e ideologica dell’Occidente. I dati sono inequivocabili: dopo la Guerra Fredda, le economie degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici rappresentavano quasi il 70% del PIL mondiale.
Ma “entro il 2060 – afferma con fermezza – la produzione economica complessiva delle democrazie occidentali rappresenterà meno del 40% del PIL globale. Nella seconda metà del XXI secolo, tre delle quattro maggiori economie mondiali saranno probabilmente in Asia: Cina, India e Indonesia. Entro il 2100, si prevede che oltre l’80% della popolazione mondiale sarà africana o asiatica. A quel tempo, si prevede che l’Europa, le cui grandi potenze un tempo colonizzarono gran parte del mondo, rappresenterà circa il 10% del PIL globale. Ci attende un mondo decentrato e multipolare”.
Queste sono dichiarazioni ufficiali, che provengono da uno dei più affermati, prestigiosi e longevi gruppi di potere statunitensi, non sono propaganda cinese o russa. Evidentemente, si basano su dati concreti e, come insegnano i latini: “contra facta non valet argumentum”. Infatti, la spiegazione ce la fornisce sempre il Prof. Kupchan, esponendo il secondo cambiamento epocale: entrando nell’era digitale, l’automazione e le tecnologie in continua evoluzione trasformano i mercati del lavoro e con essi il “contratto sociale” dell’era industriale.
“Il cambiamento tecnologico è il principale motore dello sconvolgimento socio-economico che colpisce la classe media e spinge i lavoratori da impieghi ben retribuiti nel settore manifatturiero a lavori a basso salario nel settore dei servizi”.
Perciò, il “Council on Foreign Relations” propone il rafforzamento delle “democrazie liberali”, che conferirebbe loro la funzionalità e lo scopo necessari per ancorare la transizione verso un nuovo ordine internazionale. Secondo il CFR “una ripresa politica permetterebbe, inoltre, alle democrazie di superare le autocrazie in termini di servizi offerti ai propri cittadini. In un periodo di immense fluttuazioni geopolitiche e ideologiche, le democrazie devono mettere ordine al proprio interno, se vogliono prevalere sulle alternative autocratiche”. Non appare, però, così semplice tornare indietro, dopo due cambiamenti epocali.
Consideriamo, ad esempio, le incerte prospettive diplomatiche tra Stati Uniti e Iran: potrebbe sembrare prematuro prevedere un futuro postbellico, quindi l’incertezza allunga i tempi della fase intermedia che stiamo vivendo, senza che vi sia un orizzonte limpido per fare programmi ragionevoli.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran si trova di nuovo in una “guerra su vasta scala”. Il 27 luglio, dopo due settimane di bombardamenti, l’amministrazione Trump ha annunciato un cessate il fuoco e l’Iran ha risposto con un gesto analogo, ma il rischio di una ripresa delle ostilità militari è rimasto elevato.
Secondo una nuova valutazione dell’intelligence – riportata dal Washington Post – è improbabile che l’Iran “subisca un impatto significativo o ammorbidisca la propria posizione negoziale a seguito di nuove ondate di attacchi militari statunitensi”. Gli Stati Uniti e i loro alleati si trovano quindi di fronte a una realtà ineludibile: non riusciranno a rovesciare la Repubblica islamica.
Con ogni probabilità – scrive il Prof. Hashemi sul Foreign Affairs – il regime sopravviverà alla guerra, per cui la questione urgente è cosa significherebbe un accordo globale per porre fine al conflitto per il futuro della politica iraniana. Interrogativo fondamentale, che probabilmente non si è posto con la forza dovuta, prima di iniziare questo conflitto.
Un’opinione diffusa è che raggiungere un nuovo accordo non farebbe altro che consolidare l’attuale leadership degli Ayatollah. In realtà, un accordo aumenterebbe significativamente le prospettive di democrazia in Iran. La questione cruciale, quindi, diventa come creare le condizioni postbelliche migliori affinché le forze democratiche abbiano maggiori possibilità di crescita.
“È chiaro che una conclusione diplomatica della guerra con l’Iran, qualora si verificasse, implicherebbe una sorta di accordo complessivo” – scrive il CFR. Le ostilità a bassa intensità potrebbero continuare ancora per qualche tempo”. Poi, raggiunto il cessate il fuoco, sarà essenziale istituire una strategia chiara di de-escalation, per prevenire un ritorno alla guerra.
La democratizzazione dell’ Iran è fondamentalmente incompatibile con sanzioni paralizzanti e sforzo bellico. In parole semplici, è impossibile mobilitarsi per un cambiamento politico, mentre la gente muore di fame e le bombe continuano a cadere. L’idea che impoverire economicamente l’Iran e punirlo militarmente possa produrre una rivolta popolare è sempre stata un’utopia.
Questa analisi potrebbe sorprendere i politici statunitensi, che da tempo sostengono che lo strangolamento economico, supportato dalla pressione militare, creerà un’apertura democratica. “Gran parte di questo fraintendimento riflette le giustificazioni ufficiali della guerra fornite da Israele e dagli Stati Uniti. Entrambi i governi hanno professato a parole l’idea che l’intervento militare possa produrre un cambio di regime”.
Durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu disse al popolo iraniano che Israele stava “spianando la strada affinché voi possiate raggiungere la vostra libertà”. A gennaio, quando il Paese era travolto dalle proteste, Trump incoraggiò gli iraniani a “continuare a protestare, a prendere il controllo delle vostre istituzioni” e assicurò loro che “gli aiuti sono in arrivo”. Dopo l’inizio della guerra del 2026, Netanyahu scrisse: “Stiamo conducendo una guerra storica per la libertà”, e Trump disse agli iraniani, mentre le bombe cominciavano a cadere, che “l’ora della vostra libertà è vicina”.
Ma la feroce campagna di bombardamenti ha avuto l’effetto opposto. Il regime è sopravvissuto all’assassinio della sua Guida Suprema Ali Khamenei e di molti altri alti funzionari politici e militari. Ha inoltre consolidato il potere internamente, ha superato una crescente crisi economica e, bloccando lo Stretto di Hormuz, ha portato Israele e gli Stati Uniti a un pareggio in battaglia. Gli iraniani non sono scesi in piazza, come Trump aveva chiesto loro di fare. L’attacco alle scuole, in particolare quello alla scuola femminile di Minab, il primo giorno di guerra, oltre agli attacchi a università, ospedali e siti del patrimonio culturale, ha rapidamente scatenato un’ondata di patriottismo iraniano.
Questa reazione si è potuta osservare nella cerimonia funebre di sei giorni per Khamenei, all’inizio di luglio. Senza dubbio il regime ha fatto leva sui suoi sostenitori più fedeli, ma data la quantità di folla riportata dai giornalisti stranieri sul posto, sembra probabile che la partecipazione pubblica sia stata molto più alta del previsto. Molti iraniani indecisi sembrano essersi schierati con lo status quo politico a seguito della guerra, confermando la tesi del politologo Robert Pape secondo cui le operazioni di cambio di regime condotte tramite bombardamenti esterni raramente hanno successo.
Sempre il Foreign Affair scrive che sul fronte dello sviluppo socioeconomico, la società iraniana ottiene risultati eccellenti, con un tasso di alfabetizzazione degli adulti intorno al 90% e un tasso di urbanizzazione del 78%. E sebbene la quota di popolazione appartenente alla classe media sia diminuita rispetto al picco di due terzi raggiunto nel 2012, non vi è motivo per cui questo numero non possa risalire. L’Iran possiede uno Stato amministrativo efficiente e, in passato, durante le presidenze riformiste, ha assistito a una crescita della società civile.
Però la tradizione di lotta democratica risale alla Rivoluzione Costituzionale del 1905 e non appare riemergere visibilmente. Ampie fasce della sua economia sono controllate da reti fedeli al regime, profondamente radicate nella élite al potere e che la avvantaggiano. Questo modello economico ha il potenziale di creare nuove opportunità politiche, in seguito a una soluzione diplomatica, quando le sanzioni saranno revocate e l’economia iraniana sarà integrata nell’economia globale.
A causa della guerra, i riformatori iraniani dovranno superare ostacoli molto significativi al processo di democratizzazione. La coesione dell’élite al potere si è rafforzata e i falchi hanno consolidato il loro controllo, anche attraverso una successione senza intoppi alla guida del regime, con Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei e candidato favorito del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.
Secondo uno studio del 2025 pubblicato sull’ “European Journal of Political Economy”, le sanzioni statunitensi hanno avuto un “costo devastante e misurabile sul tessuto sociale” dell’Iran. Questo approccio drastico, sostengono gli autori, “costituisce un grave fallimento strategico per l’Occidente”.
La crisi interna di legittimità del Regime persiano è profonda e il desiderio di un cambiamento politico strutturale è diffuso, soprattutto tra i giovani, che costituiscono circa il 70% della popolazione. Nel caso della guerra del giugno 2025, sono bastati solo sei mesi perché le rivendicazioni politiche riemergessero sotto forma di proteste nazionali contro un’economia in crisi e la repressione politica.
Inevitabilmente, la guerra in corso giungerà al termine e, quando ciò accadrà, gli iraniani inizieranno a guarire e la lotta per la libertà si riaffermerà con rinnovato vigore. La strada sarà lunga e ardua e non vi è alcuna garanzia.
Senza contare tutti gli altri conflitti che nel mondo coinvolgono le maggiori potenze economiche e tecnologiche del pianeta, che allargano l’interrogativo sulla durata di questo periodo di transizione dal vecchio al nuovo mondo, soprattutto mettono in discussione le reali capacità delle democrazie liberali di riemergere, come propone il CFR, perché il multipolarismo è l’epitaffio su di esse, che saranno costrette a rimodularsi, forse secondo le idee del docente americano Patrick J. Deneen, che sottolinea quanto siano grandi ed irreparabili le contraddizioni sistemiche che hanno sconvolto il mondo, per poter essere, in qualche modo, resuscitate.
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