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Attentato Berlino, l’analista Federico Bertasi: “Dopo il Califfato la minaccia è più frammentata, ma non meno complessa”
Quanto è ancora concreta la minaccia jihadista in Europa? Gli attacchi degli ultimi anni rappresentano episodi isolati, frutto dell’azione di individui radicalizzati, oppure sono il sintomo di una trasformazione più profonda del fenomeno estremista? E quanto incidono, nel nuovo scenario, i cambiamenti geopolitici che stanno ridisegnando il Medio Oriente, dalla caduta del regime di Assad alla ridefinizione degli equilibri in Siria? Sono solo alcune delle domande riaffiorate dopo l’attacco di matrice islamista di sabato sera al Pride di Berlino, alle quali si può provare a rispondere partendo dal mettere in luce alcune evidenze che quest’ennesima strage – ultima in ordine di tempo – ha fatto emergere nel complesso quanto delicato bilanciamento degli equilibri internazionali.
“Anzitutto, l’attacco segnala l’errore di sottovalutazione commesso dagli apparati di sicurezza tedeschi. Abdul Ballout era già stato condannato lo scorso maggio perché intento a preparare un attentato e stava affrontando un percorso di recupero in un centro di consulenza. Controllare ogni centimetro di territorio è impossibile per tutti i servizi d’intelligence, ma è evidente che in questo caso qualcosa non ha funzionato”, dice ad Affaritaliani Federico Bertasi, analista geopolitico e coordinatore editoriale per la rivista DOMINO. La responsabilità degli apparati di sicurezza costituisce soltanto una delle chiavi interpretative dell’episodio. Per comprendere pienamente la logica dell’attacco è necessario spostare lo sguardo dal fallimento della prevenzione alla costruzione simbolica del bersaglio: non solo chi viene colpito, ma il motivo per il quale quel luogo assume un valore strategico agli occhi di chi agisce.
“Tenderei a slegare gli attacchi contro le comunità che si battono per maggiori diritti civili con la dimensione geopolitica dell’evento. Negli ultimi anni le aggressioni sono sensibilmente aumentate, a Berlino sono triplicate in meno di dieci anni, ma sono perlopiù innescate da scontri interni alla società tedesca, non da jihadisti. In questo caso Ballout ha colpito il pride per due motivi drammaticamente ovvi. Da un lato l’evento concentra migliaia di persone e ha un’enorme copertura mediatica, dall’altro è percepito dagli ambienti radicalizzati come espressione di valori molto distanti dalla loro visione politica e religiosa”, sottolinea Bertasi.
La natura del bersaglio apre dunque una riflessione sul significato politico dell’attacco, ma non basta da sola a definirne la rilevanza. Occorre chiedersi se siamo davanti a un’evoluzione della minaccia jihadista in Europa oppure all’ennesima manifestazione di una strategia ormai nota. “Il terrorismo, inteso come tattica geopolitica, segnala quasi sempre una posizione di debolezza. Dato che è assai complesso perseguire i propri obiettivi, si sceglie di colpire in modo asimmetrico, tentando di massimizzare le proprie azioni soprattutto a livello mediatico, senza tuttavia spostare di molto gli equilibri. Inoltre, in questa fase, non c’è una recrudescenza in Medio Oriente tale da assegnare un peso consistente alle azioni dell’attentatore, che peraltro ha agito da solo e non in modo strutturato. Sul piano internazionale questo evento ha un valore decisamente sfumato, così come per gli ultimi attentati avvenuti in Europa”, prosegue l’analista.
La questione tedesca, tuttavia, non può essere letta soltanto attraverso la lente degli episodi recenti. La frequenza degli attentati deve necessariamente essere inserita in un quadro più ampio, nel quale contano tanto le capacità operative degli apparati di sicurezza quanto il rapporto tra Stato, società e processi di integrazione. Dopo gli attentati che hanno colpito Francia e Regno Unito nelle rispettive ondate terroristiche del 2015 e del 2005, Parigi e Londra hanno progressivamente rafforzato strumenti di intelligence, coordinamento istituzionale e capacità di intervento preventivo. La Germania, invece, ha affrontato più lentamente il problema della radicalizzazione interna, anche a causa di una difficoltà storica nel riconoscere e monitorare alcune realtà presenti sul proprio territorio.
“I tedeschi faticano molto a integrare e monitorare le minacce sul proprio territorio” – osserva Bertasi – “Basti pensare a quanto successo negli anni Novanta, quando le autorità berlinesi hanno scoperto di avere nel proprio ventre centinaia di migliaia di immigrati curdi di cui non conoscevano alcunché. Nel medio periodo ignorare intere parti della propria popolazione rischia di avere molteplici effetti avversi”. Proprio il tema della radicalizzazione interna ci porta però a una domanda più ampia: quanto gli sviluppi geopolitici del Medio Oriente continuano a influenzare la minaccia jihadista in Europa? “Diverse cellule siriane hanno tentato di cavalcare il crollo del regime alauita per inserirsi nei possibili vuoti di potere e ampliare il proprio margine di manovra. Ma le milizie di Tahrir al-Sham, che hanno preso il potere lo scorso dicembre con il supporto più o meno esplicito della Turchia, sono in netto contrasto sul piano grammaticale con l’Is. In apparenza perché li considerano eccessivamente estremisti, nei fatti perché si contendono la gestione del medesimo territorio e hanno visioni differenti sulle tattiche da adottare”; sottolinea Bertasi.
L’esperto della rivista DOMINO sottolinea, inoltre, che “lo Stato Islamico risulta notevolmente ridimensionato rispetto a dieci anni fa, quando controllava ampie porzioni della Siria e dell’Iraq. Rimangono invece più vigorosi gli affiliati sparsi tra Sahel, Nigeria e Afghanistan, ma sono un fenomeno profondamente diverso”. In altre parole, se è vero che la caduta del regime di Assad ha certamente aperto nuovi spazi di competizione tra gruppi armati, con diverse cellule jihadiste che hanno tentato di sfruttare il vuoto di potere per ampliare il proprio margine di manovra, sarebbe errato sovrapporre automaticamente le dinamiche siriane alla minaccia europea.
La minaccia jihadista europea, dunque, non sembra muoversi verso un ritorno del passato, ma verso una trasformazione della propria natura: meno legata alla capacità di conquistare territori e più connessa alla possibilità di sfruttare fratture sociali, radicalizzazioni individuali e crisi geopolitiche. Berlino rappresenta proprio un segnale evidente di questa nuova fase: una minaccia meno visibile, meno organizzata e proprio per questo più difficile da anticipare.
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