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Non capisco perché gli organi ufficiali ci passano sopra. All’indomani del maxi processo di Falcone che portò alla condanna di quelli che erano stati inquisiti da Falcone sì capì che sistema mafioso aveva cambiato pelle: da potere anti Stato a potere nello Stato, da potere violento a potere costituente, la Mafia ha capito (pur restando operativi i picciotti) che il potere si poteva svolgere attraverso l’interlocuzione col sistema politico e imprenditoriale italiano. Questa idea è stata capita da Falcone che, insieme al Ros guidato da Mori, dette incarico di combattere il nuovo sistema mafioso. Il ROS fece una relazione di 997 pagine a Falcone che non potè agire perché i suoi colleghi lo denigrarono al punto da insinuare che la prima bomba se l’era messa lui. Quando lascia l’incarico lo sostituisce Borsellino che veniva da Marsala. Borsellino inizia anche lui a fare l’indagine. Io non c’ero: (…)però poi frequento il Ministero come perito elettronico per informatizzare il Palazzo di Giustizia. In seguito muore ammazzato Falcone e lo sostituisce Borsellino. Invito a rivedere il funerale di Falcone: io sono appoggiato alla colonna con Borsellino. Lo racconto a chiunque, nessuno mi ascolta che in quella circostanza Borsellino mi disse: Antonio dobbiamo fare presto, teniamoci in contatto. Poi invece salta aria anche Borsellino. Dovevamo fare un coordinamento delle indagini nel novembre del 91, era già fatto il rapporto del ROS che invece non fu sviluppato dal procuratore Giammanco e al contrario fu consegnato alla criminalità, ossia a Salvo Lima. Non c’era più il fucile e la lupara, ma si interloquiva con il potere. Borsellino capisce tutto e poi viene ucciso: io ero arrivato ai massimi dirigenti (poi enuncia una serie di nomi n.d.r), parlo a voi per dire a loro. Il sistema affaristico poteva essere scoperto a Palermo dove li hanno ammazzati, a Roma c’era il porto delle nebbie e a Milano dove c’ero io. Lo so che alla piazza non importa, ma io parlo a tizio per parlare a sempronio. Poi a Palermo arriva Caselli, prende in mano la situazione e si smonta il potere mafioso dei colletti bianchi. Ecco come nasce Mani Pulite: mafiopoli e tangetopoli sono due facce della stessa medaglia. (…): io per aver fatto Mani Pulite ne ho subiti 253″. Parole di piombo queste di Antonio Di Pietro che ha voluto ricostruire le vicende che lo hanno coinvolto in quegli anni eroici e difficili. Restano vive le differenze tra i due protagonisti del Premio che si sono amichevolmente esplicitate anche in alcuni incontri privati sul tema in hotel. I punti di vista di Antonio Di Pietro e Stefano Zurlo su Mani Pulite in fondo sono strutturalmente inconciliabili perché toccano le fondamenta stesse dello Stato di diritto, della giustizia e della separazione dei poteri in Italia. Mentre Di Pietro difende la legittimità e la necessità storica del suo operato, Zurlo ne critica gli effetti collaterali sul sistema democratico. L’azione del pool era un atto dovuto di fronte a una corruzione sistemica e istituzionalizzata. La magistratura ha semplicemente applicato la legge per smantellare un sistema criminale che soffocava l’economia e la democrazia. Zurlo pur non negando la corruzione, sostiene che l’inchiesta sia andata oltre il dovuto, trasformandosi in una spallata politica. Secondo il giornalista, l’uso massiccio della carcerazione preventiva è stato spesso utilizzato come strumento di pressione per ottenere confessioni, violando le garanzie individuali. Di Pietro rivendica il merito di aver fatto pulizia e ritiene che la fine della Prima Repubblica sia stata la naturale conseguenza del collasso morale dei partiti, non dell’azione dei giudici. Zurlo invece ritiene che Mani Pulite abbia causato una profonda e permanente alterazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Da quel momento, secondo Zurlo, la magistratura ha assunto un peso politico eccessivo, inaugurando la stagione del ‘giustizialismo’ e condizionando la vita democratica del Paese. Di Pietro ha sempre difeso la legittimità della sua discesa in politica (fondando l’Italia dei Valori e diventando ministro) come una scelta democratica e trasparente alla luce del sole, avvenuta dopo le sue dimissioni dalla magistratura nel dicembre 1994. Zurlo invece vede in questo passaggio la prova di un cortocircuito. Il giornalista poi ha più volte sottolineato come la vera eredità di Tangentopoli non sia stata l’eradicazione della corruzione, ma il ‘balzo di carriera’ politico-istituzionale ottenuto da Di Pietro e altri magistrati, confermando il sospetto di una politicizzazione delle toghe. Di Pietro ha espresso rammarico umano per i tragici suicidi di quegli anni (come Raul Gardini o Gabriele Cagliari), ma ha sempre respinto le accuse di durezza disumana, scaricando la colpa sul peso del senso di colpa e sul crollo del sistema di potere in cui gli indagati vivevano. Invece Zurlo mette sotto accusa il ‘metodo Milano’ e la gogna mediatica che accompagnava gli arresti. Per Zurlo, la pressione psicologica esercitata dal pool e il clima da ‘colosseo’ alimentato dai media hanno superato i limiti della giustizia ordinaria, calpestando la presunzione di innocenza. Insomma le differenze restano grandi tra i due, ma la serata ha dimostrato che un confronto civile su temi così importanti della storia del nostro Paese è possibile e financo doveroso. A Di Pietro è stato consegnato dalle mani dell’autrice Francesca Groppelli il ‘Riconoscimento speciale alla carriera Luigi Catta’ che è una bellissima opera d’arte intitolata ‘Le mani della giustizia’(2026), mentre il maestro Lorenzo D’Andrea ha realizzato e consegnato il premio 2026, ossia un bellissimo ritratto di Stefano Zurlo e anche un ritratto dello stesso Di Pietro.  Il Premio letterario La Tore isola d’Elba 2026  è stato promosso da Franco e Lucia Semeraro e dall’Hotel Gabbiano Azzurro.  Ha collaborato all’evento la Libreria ‘Libri in Piazza’ di Marciana Marina. Acqua dell’Elba, nella persona dell’amico Architetto Fabio Murzi, ha acquistato l’opera premio per il vincitore, mentre il dott. Marcello Bruschetti, patron di Evo Enoglam, lo ha omaggiato coi suoi preziosi distillati. Ha condotto magistralmente la serata il prof. Angelo Filippo Rampini dell’Università di Brescia. Il giornalista, collega e amico di Zurlo, dott. Giorgio Gandolo si è unito alla serata, formando una coppia di colleghi giornalisti affiatati, che hanno interloquito con Di Pietro, seduti uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Il premio ha avuto come sempre il Patrocinio del Comune di Marciana Marina e la partecipazione della Pro Loco marinese.

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