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Trump, 2,2 miliardi di dollari in un anno: il New York Times accende i riflettori sui conflitti di interesse
Un articolo del New York Times ha rivelato che Donald Trump, e i suoi cari, hanno guadagnato almeno 2,2 miliardi di dollari in questo primo anno che ha visto il suo ritorno alla Casa Bianca. Una cifra folle. Nessun altro presidente americano o leader di una democrazia liberale si è mai avvicinato a una tale ricchezza durante il suo mandato. E questo comporta un numero senza precedenti di potenziali conflitti di interesse, non solo in patria ma anche all’estero. Le attività economiche globali di Trump sono un vero rischio rafforzano gli autocrati e alimentano la corruzione in tutto il mondo. La dichiarazione finanziaria annuale del presidente Trump ha fornito ai giornalisti Usa molto materiale su cui lavorare.
Secondo Eric Lipton, che si occupa delle attività commerciali della famiglia Trump, lanciando una freccia su una cartina geografica cadrebbe in un posto dove il presidente americano o la sua famiglia hanno interessi commerciali. Lo scorso anno la holding di Trump ha incassato almeno 125 milioni di dollari in pagamenti diretti da fonti estere in paesi come Gran Bretagna, India, Indonesia, Irlanda, Oman, Filippine, Qatar, Romania, Arabia Saudita, Corea del Sud, Turchia, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti.
Basta pensare che un fondo degli Emirati Arabi ha acquistato quasi la metà della principale società di criptovalute della famiglia Trump, World Liberty Financial. Quattro mesi dopo, l’amministrazione Trump ha dato agli Emirati sofisticati chip che alimentano l’intelligenza artificiale.
Ma non basta. Trump ha telefonato al presidente del Kazakistan per aiutare una piccola e poco conosciuta società mineraria americana per ottenere l’accesso a una delle più grandi riserve inesplorate al mondo di tungsteno, un metallo importante. Poco tempo dopo, i due figli maggiori di Trump, Donald Jr. ed Eric, sono diventati investitori in una società che ora detiene una partecipazione nella stessa.
E la lista continua. Funzionari governativi vietnamiti hanno accelerato i tempi per la realizzazione di un campo da golf voluto da Trump, mentre cercavano di evitare le pesanti tariffe statunitensi. Un’azienda sudcoreana, che ha fatto pressioni sugli Stati Uniti affinché non imponessero sanzioni sulle sue esportazioni di alluminio, ha versato 2 milioni di dollari alla holding di Trump per il progetto di campo da golf. Un produttore di droni, sostenuto dai due figli maggiori di Trump, sta negoziando con i Paesi del Golfo che devono difendersi a causa di una guerra iniziata dal padre. Queste operazioni avranno probabilmente ripercussioni non solo negli Usa ma in tutto il mondo. Eppure per molto tempo, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo ben diverso: quello di garanti dell’applicazione delle norme anticorruzione.
Sotto Trump le cose sono cambiate. Sul fronte politico, una delle prime cose che Trump ha fatto dopo essere tornato alla Casa Bianca è stata quella di sospendere in gran parte l’applicazione del Foreign Corrupt Practices Act. L’amministrazione ha di fatto chiuso un occhio sulle tangenti versate da aziende americane in nome della sicurezza economica e nazionale, sostenendo che la legge, così come applicata, rendeva più difficile per le aziende statunitensi acquisire risorse strategiche come minerali e porti in acque profonde.
A ciò si aggiungono i potenziali conflitti di interesse dello stesso Trump. Insieme, questi due fattori rischiano di essere interpretati come un via libera a sistemi di corruzione in tutto il mondo.
La scusa della casa Bianca è sempre la stessa: non ci sono conflitti di interesse perché sono i figli di Trump a gestire le attività imprenditoriali della famiglia.
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