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Il 23 luglio 1957 moriva a Roma Giuseppe Tomasi di Lampedusa, aristocratico siciliano, lettore instancabile e autore pressoché sconosciuto. Aveva sessant’anni ed era arrivato nella Capitale nel maggio precedente per curare la grave malattia che lo aveva colpito. Dopo i funerali, la salma venne trasferita a Palermo e sepolta nella tomba di famiglia al cimitero dei Cappuccini.
Il principe Salina respinto dagli editori
Tomasi lasciava dietro di sé il manoscritto di un romanzo al quale quasi nessuno sembrava disposto a concedere fiducia. Il Gattopardo era stato rifiutato da due importanti case editrici e il suo autore morì senza poterlo vedere stampato, né immaginare la fortuna che lo attendeva.
In quelle pagine aveva raccontato il tramonto dell’aristocrazia siciliana attraverso la figura del principe Fabrizio Salina, osservatore disincantato di un mondo che cambia insegne e padroni, ma conserva intatti molti dei propri meccanismi. Dietro il Risorgimento, i balli e le proprietà di famiglia si muove una riflessione più profonda: tutto passa, gli uomini decadono e perfino le rivoluzioni rischiano di trasformarsi in eleganti operazioni di facciata.
Un successo arrivato in ritardo
Fu Giorgio Bassani a interessarsi al manoscritto, pubblicato da Feltrinelli nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore. Il successo fu immediato e nel 1959 Il Gattopardo conquistò il Premio Strega. Nel 1963 Luchino Visconti lo trasformò poi in uno dei film più celebri del cinema italiano.

Roma rappresentò dunque l’ultima tappa terrena di Tomasi di Lampedusa e, insieme, il luogo di un paradosso amarissimo: vi morì da scrittore respinto, mentre il libro destinato a renderlo immortale attendeva ancora di essere scoperto. Anche nella sua vita, come nel suo romanzo, il cambiamento arrivò. Soltanto troppo tardi perché il principe potesse vederlo.
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