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Il 21 luglio 2024, mentre Roma cercava refrigerio nelle arene estive, nell’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme si accendevano le luci su uno dei più visionari artigiani del cinema italiano. La rassegna Effetto Notte rendeva omaggio a Mario Bava proiettando Terrore nello spazio, pellicola del 1965 considerata un’opera fondamentale della fantascienza europea. Un appuntamento particolarmente adatto a una città che, nelle mani di Bava, poteva diventare qualsiasi cosa: un pianeta sconosciuto, un castello infestato, una villa maledetta o un elegante atelier attraversato da un assassino senza volto.
Dalla ruspante Cinecittà ai confini dell’universo
Nato a Sanremo il 31 luglio 1914, Bava trascorse a Roma gran parte della propria vita professionale, lavorando inizialmente come operatore, direttore della fotografia e tecnico degli effetti speciali. Morì nella Capitale il 26 aprile 1980. Prima di diventare regista aveva imparato a creare mondi con mezzi ridotti: una lastra di vetro dipinta, qualche luce colorata, fumo artificiale e un’inquadratura studiata con precisione. Nel 1960 firmò La maschera del demonio, trasformando il bianco e nero in una materia quasi tattile, fatta di volti, nebbia, cripte e rami contorti. Fu l’inizio di una filmografia capace di rinnovare l’horror e il thriller italiani, influenzando autori arrivati molti anni dopo.
Il pianeta di Bava che anticipò “Alien”
In Terrore nello spazio alcuni astronauti raggiungono un pianeta apparentemente disabitato, dove una forza misteriosa prende possesso dei loro corpi. Dietro le rocce, le nebbie e i cieli innaturali del film non c’erano produzioni hollywoodiane né effetti digitali, ma soprattutto l’ingegno di Bava.
La rassegna romana del 2024 presentò il film come un’opera seminale, capace di anticipare alcune atmosfere che sarebbero poi riapparse in Alien di Ridley Scott. Il regista italiano riusciva infatti a rendere inquietante anche un fondale dipinto: gli bastavano una luce rossa, un’ombra fuori posto e il sospetto che, appena oltre l’inquadratura, ci fosse qualcosa pronto a svegliarsi.
Grazie a Mario Bava, la Capitale non fu soltanto la città del neorealismo e delle commedie. Fu anche il luogo in cui un artigiano geniale dimostrò che per raggiungere pianeti lontani non serviva necessariamente un’astronave. A volte bastavano Cinecittà, un po’ di fumo e una lampadina rossa.
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