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Negoziati Usa-Iran, prima tornata chiusa senza svolta: nodi ancora aperti su Hormuz, tregua in Libano e arricchimento dell’uranio

Si è conclusa in Svizzera la prima tornata di colloqui a quattro tra Iran, Stati Uniti, Pakistan e Qatar, secondo quanto riportato dai media iraniani. La televisione di Stato di Teheran aveva parlato in precedenza di una pausa nei lavori dopo circa 80 minuti di riunione. Ad alzare la tensione, nelle ore precedenti ai colloqui, sono arrivate le parole del presidente americano Donald Trump, che attraverso il proprio social Truth ha avvertito l’Iran: “L’Iran deve immediatamente fermare i suoi proxy ben pagati in Libano dal creare problemi. In caso contrario, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la scorsa settimana, ma con ancora maggiore forza”.

Trump è tornato anche sulla questione dello Stretto di Hormuz, in un’intervista a Fox News, minacciando di “far saltare in aria” l’Iran in caso di mancata riapertura del passaggio strategico: “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Li farò saltare in aria. Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello stretto, se necessario”. Il presidente americano ha aggiunto parole ancora più dure, sostenendo che gli iraniani “non riusciranno nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”, e ha ipotizzato che gli Stati Uniti potrebbero diventare “l’angelo custode dello Stretto di Hormuz”, arrivando a trattenere il 20% del petrolio che vi transita. In caso di mancato accordo, ha avvertito Trump, gli Stati Uniti potrebbero anche imporre pedaggi sul passaggio delle navi.

La protesta di Teheran

La delegazione iraniana presente ai colloqui ha presentato una protesta formale agli Stati Uniti in seguito a queste dichiarazioni, secondo quanto riferito dall’emittente Press Tv. Fonti iraniane hanno fatto sapere che sono in corso valutazioni su una possibile risposta alle minacce verbali del presidente americano.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito con fermezza la linea del proprio governo sul programma nucleare: “Non rinunceremo mai al diritto di arricchire l’uranio”. Pezeshkian ha inoltre spiegato che la questione dei missili iraniani sarebbe ormai uscita dal tavolo negoziale, dopo un cambio di posizione da parte degli Stati Uniti: “In passato gli Stati Uniti chiedevano negoziati sui nostri missili ma poi hanno cambiato posizione. Il cambiamento di approccio nei nostri confronti è il risultato del sacrificio delle nostre forze nell’esercito e nelle Guardie Rivoluzionarie, e della nostra unità nazionale”.

Il nodo Hormuz

Secondo i media iraniani, lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino a quando non sarà rispettato il cessate il fuoco in Libano. Sul fronte economico, il ministro degli Esteri pakistano Muhammad Ishaq Dar ha annunciato che l’Iran non introdurrà dazi di transito per le navi che attraversano lo stretto nei prossimi 60 giorni, sottolineando come la situazione debba tornare alla normalità precedente al conflitto. Dar ha anche riferito che la Cina sostiene il libero passaggio delle navi attraverso Hormuz in entrambe le direzioni, senza l’imposizione di dazi.

Un dettaglio significativo ha accompagnato l’arrivo della delegazione iraniana in Svizzera: il capo negoziatore, il presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf, si è presentato ai colloqui con una spilla con la scritta “Minab168”, in memoria delle vittime del bombardamento della scuola elementare femminile di Minab, l’attacco più letale del conflitto, in cui morirono 168 persone, in gran parte bambine tra i 7 e i 12 anni. La stessa scritta era visibile anche sull’aereo di Stato utilizzato dalla delegazione iraniana. Ghalibaf ha scritto su X, dopo l’atterraggio a Zurigo: “Ritengo che i bambini oppressi di Minab e tutti i cari martiri dell’Iran stiano guardando ogni mia singola azione e condotta in ogni momento. Ci si aspetta qualcosa da noi”. Secondo l’agenzia Tasnim, gli organizzatori avevano predisposto un momento ufficiale con strette di mano e foto di gruppo tra le delegazioni durante la seconda sessione di lavori, ma Ghalibaf si sarebbe opposto: la delegazione iraniana non era presente al momento delle dichiarazioni pubbliche del vicepresidente Usa JD Vance e della foto di rito, entrando nella sala solo dopo l’uscita della stampa.

Le posizioni di Israele

Sul fronte israeliano, il presidente Isaac Herzog ha ribadito in un’intervista a Fox News la volontà di raggiungere la pace con il Libano, accusando però l’Iran di ostacolare il processo attraverso Hezbollah: “Un accordo di pace tra Israele e Libano non può essere raggiunto se l’Iran ha così tanta influenza e cerca di intromettersi nel conflitto in Libano attraverso un’organizzazione terroristica riconosciuta come tale, il suo alleato Hezbollah”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, durante una cerimonia di commemorazione del fratello caduto in servizio, ha ribadito la linea dura del proprio governo sia sul fronte libanese che su quello nucleare iraniano: “Rimarremo nella zona di sicurezza nel Libano meridionale per tutto il tempo necessario a proteggere i preziosi residenti del nord e tutti i cittadini dello Stato. Per quanto riguarda l’Iran, qualunque siano gli sviluppi politici e diplomatici, non permetterò all’Iran di dotarsi di armi nucleari”. Sul fronte libanese, Hezbollah ha intanto escluso ogni possibilità di successo per i negoziati diretti tra Beirut e Israele in corso a Washington, definendone la base “errata”.

Il ruolo del Pakistan

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, presente in Svizzera nel ruolo di mediatore, ha ringraziato il presidente Trump per quella che ha definito una “leadership visionaria e molto dinamica”, esprimendo fiducia sull’esito dei colloqui in corso.

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