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C’è chi attraversa il palcoscenico seguendo una strada già tracciata e chi, invece, è costretto a realizzarla passo dopo passo. Cristina Bugatty, attrice e scrittrice, tra le più note del panorama transgender italiano, è un’artista poliedrica del panorama culturale e dello spettacolo italiano. Tra le sue tante e alte collaborazioni figurano i nomi di Ferzan Özpetek, Maurizio Costanzo, Debora Villa, Piero Chiambretti e Vittorio Sgarbi. Dal clamore mediatico dei primi anni Duemila alle battaglie per il riconoscimento della dignità e del talento oltre ogni etichetta, passando per il teatro, il cinema e la televisione, Cristina Bugatty, in questa intervista, racconta il prezzo della libertà, delle sue lotte, tutte necessarie, e quanta forza ci vuole per restare fedeli a se stessi in un mondo che troppo spesso ci vuole tutti uguali e preferisce i pregiudizi alla consapevolezza.
Cristina, quando hai capito che la tua identità di genere avrebbe potuto influire anche sul tuo percorso professionale?
L’ho capito molto presto. In casa la preoccupazione non era tanto chi fossi io, quanto il modo in cui avrebbe reagito il mondo. E li capisco. Venivamo da una famiglia normale, senza denaro che potesse attutire i colpi, senza conoscenze influenti, senza quella rete che in certi momenti ti salva almeno dalla parte peggiore della realtà. La domanda era semplice e durissima insieme: che lavoro farà, come si manterrà, che posto riuscirà a trovare in una società che non era affatto pronta. Io però sentivo troppo forte quello che ero per fermarmi a fare un calcolo di convenienza. Ci sono persone che possono rimandare alcune scelte per proteggersi. Io no. Sarebbe stato come chiedermi di vivere in affitto dentro la mia stessa vita. Quindi ho capito presto che il lavoro ne avrebbe risentito, ma ho capito anche che rinunciare a me stessa mi sarebbe costato molto di più.
Nel mondo dello spettacolo hai mai avuto la sensazione di essere scelta o esclusa non per le tue capacità, ma perché sei una donna transgender?
Sì, molte volte. E il punto non è solo l’esclusione esplicita, che già esiste. Il punto è la gabbia mentale. In Italia, per molto tempo, un attore o un’attrice cisgender hanno potuto interpretare ruoli trans senza grandi problemi, mentre una donna trans, anche quando è credibile, preparata e perfettamente in linea con il personaggio, viene spesso considerata adatta quasi solo a interpretare una persona trans. Già questo dice molto. Ma c’è un livello ulteriore, secondo me ancora più rivelatore. Anche quando i ruoli trans esistono, salvo rare e lodevoli eccezioni nate di recente dalla sensibilità di pochi autori, troppo spesso sono pochissimi e quasi sempre scritti dentro lo stesso recinto: la trans disperata, la prostituta, la carcerata, la problematica, la rifiutata, il corpo da scandalo o da sofferenza. Come se una donna trans potesse entrare nell’immaginario narrativo solo quando è ferita, marginale o degradata. Questo non è realismo, è pigrizia culturale. Per questo dico che non è vero che non si può fare diversamente. Si può. Molto più semplicemente, spesso non lo si vuole fare. Quando però arriva qualcuno con uno sguardo più libero, succedono cose interessanti. Erick Veneziano, per esempio, ha creduto che fosse possibile uscire da quel binario e mi ha voluta nel ruolo di una madre di famiglia nel cortometraggio Blu, come i tuoi occhi, che poi è stato anche pluripremiato. Quindi la questione non è la fattibilità. La questione è la volontà. E poi c’è tutto il resto, che nel nostro ambiente conoscono in tanti ma raccontano in pochi. A volte non perdi un lavoro perché non sei adatta. Lo perdi perché non appartieni ai circoli giusti, non accetti certe dinamiche, non pratichi quella forma di adulazione che in certi contesti viene scambiata per professionalità. E se sei trans, il margine di tolleranza verso la tua indipendenza si restringe ancora di più.

Ci sono stati episodi di discriminazione che ti hanno particolarmente ferita e che oggi senti di poter raccontare?
Sì, ci sono stati, e alcuni preferisco ancora non raccontarli per senso della misura, non per paura. Non tutto ciò che si è vissuto deve per forza essere esposto. A volte il silenzio non è debolezza, è governo di sé. Posso però parlare di episodi che mi hanno ferita molto. Uno è stato l’allontanamento da Sanremo nel 2003. La ferita non fu solo perdere un’occasione, perché le occasioni si possono perdere e fa parte del gioco. Quello che mi colpì fu essere esclusa prima ancora di essere davvero conosciuta, valutata, messa alla prova. Non per qualcosa che avevo mostrato di non saper fare, ma per una chiusura pregiudiziale. È una sensazione che ti resta addosso: come voler correre in un sogno e scoprire che il pavimento ti trattiene. Un altro episodio doloroso è stato il comportamento di una persona che consideravo amica e che, invece di aiutarmi a realizzare un progetto, si è adoperata per fare in modo che altri non mi aiutassero. Le ostilità dei nemici si mettono in conto. Le piccolezze travestite da amicizia, invece, insegnano qualcosa di più amaro. Poi ci sono state delusioni anche all’interno di ambienti da cui mi sarei aspettata più lucidità e più gratitudine. Ed è stata una lezione importante, perché ti fa capire che non basta condividere una fragilità o una battaglia per condividere anche profondità, equilibrio o correttezza. A volte si lotta per qualcuno e quel qualcuno, invece di capire, fraintende tutto. Fa male, ma chiarisce molto.
Molte persone transgender denunciano grandi difficoltà nell’accesso al lavoro. Secondo la tua esperienza, quali sono gli ostacoli più diffusi?
Secondo me l’ostacolo più diffuso è l’ipocrisia sociale. Finché una persona trans resta lontana, marginale, confinata in uno spazio che non disturba l’immaginario comune, in molti tollerano. Ma quando quella stessa persona chiede di essere presente alla luce del giorno, in un ufficio, in un negozio, in un’azienda, in una scuola, in un ospedale, allora improvvisamente nasce il problema. Non perché non sia capace, ma perché costringe gli altri a fare i conti con qualcosa che preferivano tenere separato dalla vita ordinaria. Per le donne trans questo meccanismo è spesso ancora più duro, perché tocca un nervo antico della cultura: il rapporto con il potere, con il femminile, con l’idea stessa di gerarchia tra i sessi. Molti magari non se lo dicono in questi termini, ma reagiscono così. Come se una donna trans fosse una presenza che disobbedisce a un ordine che loro considerano naturale. E ciò che disobbedisce, in certi ambienti, viene punito. Poi c’è un elemento brutalmente pratico. Ci sono datori di lavoro che magari, sul piano personale, non hanno neppure una posizione ostile, ma temono il giudizio degli altri. Temono di perdere clienti, di irritare una parte dell’ambiente, di dover gestire tensioni che non vogliono affrontare. E così la discriminazione non si presenta sempre con la faccia ideologica del fanatico. A volte si presenta con la faccia apparentemente rispettabile di chi ti dice che non ha nulla contro di te, ma non vuole pagare il prezzo della tua presenza. Ed è proprio questo che rende il problema più insidioso, perché oggi c’è più linguaggio sull’inclusione, ma non sempre c’è più coraggio nelle scelte concrete. Anzi, per certi versi ho l’impressione che in alcuni ambienti si fosse più disposti anni fa a rischiare una scelta fuori schema di quanto non lo si sia oggi, quando tutti vogliono sembrare aperti ma pochi vogliono davvero esporsi.

Quanto pesa il timore del giudizio sociale durante un colloquio di lavoro o all’interno di un ambiente professionale?
Pesa, eccome. Poi certo, dipende dal carattere, dalla storia personale, dal grado di sicurezza che una persona ha raggiunto. Ci sono persone che vengono attraversate dal giudizio e persone che ne restano intrappolate. Ma il fatto che alcune riescano a reggerlo meglio non significa che quel giudizio non esista o non lasci tracce. La forma più alta di equilibrio, secondo me, è sapere chi sei al punto da non dipendere dallo sguardo altrui, pur vedendolo con lucidità. Non è far finta che non accada. È accorgersene senza permettergli di diventare il tuo padrone. Però sarebbe disonesto dire che faccia piacere a qualcuno sentirsi osservata, misurata, esaminata anche su parametri che con il lavoro c’entrano poco o nulla.
Credi che in Italia si stia facendo abbastanza per favorire l’inclusione lavorativa delle persone transgender?
No, non credo affatto. Credo che spesso si confonda il rumore con il progresso. Il fatto che oggi si parli di più di persone trans sui social o che in televisione compaiano un po’ di più non significa automaticamente che la loro vita sia migliorata nel lavoro o nello spazio pubblico. A volte significa soltanto che il tema è più esposto, e l’esposizione da sola non coincide con il rispetto. Anzi, in molti casi ho l’impressione che si continui a invitare le persone trans quasi solo per raccontare il dolore, lo scandalo, la tragedia, il caso umano. Tutte cose reali, certo, ma una persona non può essere ridotta sempre alla propria ferita. Se mostri sempre e solo il lato traumatico, non stai costruendo integrazione. Stai costruendo una vetrina emotiva. Il criterio vero è molto più semplice. Quante persone trans vengono assunte. Quante fanno carriera. Quante possono vivere senza sentirsi costantemente sotto processo. Quante possono camminare per strada senza essere insultate solo per il fatto di esistere. Se guardiamo questi indicatori, direi che non stiamo facendo abbastanza e, in alcuni aspetti, direi persino che il clima si è incattivito.
Secondo te, quali stereotipi continuano a danneggiare maggiormente la comunità trans?
Il danno più grande lo fa sempre la semplificazione. Uno stereotipo diventa potente quando una sola immagine viene ripetuta così tante volte da sembrare l’unica disponibile. Se per decenni mostri una persona trans sempre dentro gli stessi codici, gli stessi toni, gli stessi estremi, alla fine il pubblico non vede più una parte: vede una condanna all’uniformità. La realtà invece è molto più normale e, proprio per questo, molto più interessante. Le persone trans non sono una categoria narrativa. Sono persone. Ci sono persone colte e persone superficiali, persone eleganti e persone disordinate, persone straordinarie e persone comunissime, come ovunque. Il problema nasce quando i mezzi di comunicazione o certi ambienti scelgono sempre la stessa tonalità e la spacciano per l’intera tavolozza. Credo anche che una parte della responsabilità, a volte, esista dentro la stessa comunità. Non per colpe essenziali, ma per mancanza di strategia o di consapevolezza. Se non capisci quando vieni usata per confermare una caricatura, rischi di aiutare chi ti riduce. E invece bisognerebbe avere più attenzione su come si parla, dove si parla, con quali parole e dentro quali cornici, per non lasciare agli altri il diritto di definirti.
Pensi che il cinema e la televisione possano contribuire a combattere la discriminazione? In che modo?
Sì, possono farlo moltissimo, ma soltanto se rinunciano alla pigrizia e al folklore. Il cinema e la televisione diventano davvero utili quando smettono di usare le persone trans come simboli o anomalie e cominciano a raccontarle come esseri umani completi. Se in una fiction o in un film una donna trans compare sempre e solo come corpo problematico, vittima designata, scandalo o creatura marginale, il pubblico finirà per pensare che quello sia il suo posto naturale nella società. Se invece la vede nei ruoli in cui esiste davvero, come medico, infermiera, imprenditrice, insegnante, madre, professionista, collega, titolare di un’attività, allora cambia lo sguardo. E non per propaganda, ma per familiarità. Quando ciò che ti sembrava eccezionale entra nel paesaggio della normalità, smette anche di farti paura. La rappresentazione migliore non è quella che addolcisce tutto, ma quella che mostra la realtà nelle sue sfumature. Senza santificare nessuno, senza deformare nessuno, senza trasformare ogni vita trans in un manifesto o in una farsa. La verità, quando viene raccontata bene, è già rivoluzionaria abbastanza.

Tu non chiedi privilegi, ma opportunità. Ti è mai capitato di pensare che, se non fossi stata una donna transgender, la tua carriera e la tua vita sarebbero state più semplici?
All’inizio sì, l’ho pensato. Sarebbe finto dire il contrario. Poi però ho capito che il quadro era più grande. Essere una donna transgender ha certamente aggiunto difficoltà specifiche, soprattutto nel lavoro, nella rappresentazione e nei pregiudizi che arrivano ancora prima di qualsiasi prova concreta. Però non era l’unico ostacolo. A un certo punto ho capito che, in certi ambienti, anche molte donne non trans ottengono spazio solo se accettano compromessi, parentele utili, protezioni, obbedienze o quell’insieme di dinamiche che tutti conoscono. La mia difficoltà restava e resta maggiore per la questione dei ruoli e del pregiudizio, questo è evidente. Ma se fossi stata una donna cisgender, con la mia stessa famiglia, la mia stessa provincia, la stessa assenza di protezioni e la stessa indisponibilità a piegarmi, non è che avrei avuto una strada spianata. Ne avrei avuta forse una un po’ meno dura, ma non pulita per magia. Io non ho accettato compromessi che mi umiliassero, e non l’ho fatto neppure per i lavori che ho ottenuto. Questo magari rallenta, magari ti lascia fuori da certi giri, magari ti impedisce di stare vent’anni sulla cresta dell’onda se non sei figlia di ambienti forti o ben collocati. Però c’è una differenza tra arrivare e farsi usare per arrivare. E io quella differenza non l’ho mai persa di vista.
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