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In quest’epoca di digitali speranze e multimediali illusioni, dominata dall’intelligenza artificiale  e da una società sempre più disorientata sul piano sociale, la voce di Aristide Malnati assume un significato più che speciale. Archeologo, papirologo e divulgatore, continua a richiamare alla nostra memoria che il futuro non può essere costruito senza una profonda conoscenza delle nostre radici. Tra ricordi personali, grandi scoperte storiche, riflessioni sul mistero e sugli interrogativi universali, emerge in questa delicata conversazione, il ritratto di un uomo che non si limita a studiare il passato, ma lo rende uno strumento per interpretare le inquietudini della nostra contemporaneità fino alla riscoperta del valore del pensiero critico e del celebre monito inciso nel tempio di Delfi: «Conosci te stesso».

Lei passa la vita a ricostruire il passato. Qual è il ricordo della sua infanzia che, se svanisse, le farebbe sentire di aver perso una parte fondamentale di sé?
Sono numerose le esperienze pregnanti, intense della mia infanzia, premessa della persona che sono, ma soprattutto fondamento della mia “cultura” (termine abusato, che deriva dal latino “cultum”, participio passato del verbo “colo”, appunto vivere, coltivare esperienze, che poi ti definiscono). Mi piace ricordare i tre anni vissuti ad Arma di Taggia, vicino a Sanremo, dalla seconda alla quarta elementare, con mia nonna e i miei fratelli. Un inno alla vita, una boccata di libertà, con continui giochi all’aria aperta come quando inseguivo un pallone o andavo in bicicletta con i miei piccoli amici, lungo un bellissimo viale delle palme. Un toccasana per me, abituato agli spazi angusti e al grigiore frenetico di Milano, città, soprattutto allora, non certo a misura di bambino.

Quando un papiro cambia la storia

Ha mai scoperto una verità storica che avrebbe preferito non conoscere?
Non direi. Anzi è avvenuto il contrario, in almeno due occasioni, studiando importanti papiri greci. Il primo è stato rinvenuto sullo scavo di Tebtynis – sito dell’Egitto greco-romano nell’Oasi del Fayum (90 km a sud-ovest del Cairo), dove ho scavato per nove campagne – e io l’ho letto e tradotto per primo: si tratta di un ampio frammento di un’opera del primo stoicismo, scritta verosimilmente da Zenone di Cizio o Cleante. Il testo tratta degli “Indifferenti”, enti di utilità pratica, come il denaro o la buona salute, ma di nessun peso morale (appunto “indifferenti”). E a un certo punto lo scritto cita nientemeno che Socrate, presentato come maestro di virtù, “che neanche una grande povertà avrebbe potuto incrinare”. Lei si immagini la mia emozione nel leggere il nome di Socrate (espresso all’Accusativo “tòn Sokràten”): mi mancava il respiro, mi sembrava di farlo rivivere. Il secondo papiro ci fa volare ancora più in alto. E’ un minuscolo frammento di undici lettere, databile per le caratteristiche della grafia attorno al 50 d. C. Il contenuto è esplosivo, rivoluzionario: contiene un importante passo del Vangelo di Marco (Mc: 6, 52-53) e questo significherebbe che Marco ha scritto il suo Vangelo poco dopo l’anno 40, vale a dire poco dopo la Passione di Gesù di cui è stato testimone oculare, con i ricordi ancora vivi. Il primo a proporre l’identificazione è stato il biblista Padre José O’Callaghan, ma senza convincere gli esperti. Io ho fatto un’analisi autoptica del frammento e ho mostrato senza dubbio alcuno che il testo conservato coincide proprio con il passo del Vangelo di San Marco, che così acquista totale credibilità storica.

Se potesse trascorrere un’ora con un personaggio del passato, ma senza potergli rivolgere nemmeno una domanda, chi sceglierebbe e perché?
Sceglierei proprio Socrate, un gigante, alla base del pensiero di tutti tempi. Magari lo potrei incontrare in occasione di un banchetto simile a quello descritto nel “Simposio” di Platone, dove il maestro rivela le verità sull’amore, a casa del poeta Agatone. Penso che proverei intimo godimento nel vederlo smontare le teorie farlocche dei sofisti, paladini del pensiero debole, del relativismo in chiave utilitaristica, abbracciato dai politici di tutti i tempi. Dovrei frenarmi per non porgli domande, sarebbe quasi impossibile conoscendo la mia voracità cognitiva; ma sarebbe comunque un momento di puro pensiero e di vertice assoluto vederlo all’opera mentre illumina gli astanti spiegando, tramite la maieutica, le Verità ultime.

Aristide Malnati, custode della memoria nell’era dell’intelligenza artificiale – Intervista
Virginia Reniero e Aristide Malnati al timone di Storia e Misteri su Telenova

Quando spegne le telecamere di Storia e Misteri, il mistero continua a seguirla oppure riesce a vivere una vita assolutamente normale?
Storia e Misteri” – la fortunata trasmissione su Telenova (Canale 18 in Lombardia e Piemonte orientale, ovunque in streaming) che realizzo insieme alla documentarista e inviata in video Virginia Reniero con viaggi intorno al mondo – si propone di mostrare come la realtà sia permeata di mistero. I nostri sono documentari empirici: incontriamo mondi arcani, monumenti antichissimi, ma anche scenari naturali spettacolari e li facciamo conoscere allo spettatore, ponendo domande e suscitando dubbi. Quando diamo risposte sono solo risposte scientifiche, fondate sui fatti e non fondate su costruzioni mentali, su postulati anche logici, ma senza base reale. E mostriamo che si vive in mezzo ai misteri, ai dubbi: non appena ne dipani uno, subito ne arriva un altro.

Crede che l’umanità stia vivendo un’epoca che un giorno sarà definita oscura come il Medioevo?
Non ritengo che il Medioevo sia da considerarsi oscuro, almeno non del tutto. Storici come Jacques Le Goff e i suoi colleghi degli “Annales”, che hanno ricostruito la vita quotidiana all’ombra delle cattedrali o a corte dei grandi feudatari di quella lunga epoca (convenzionalmente durata dal 476, fine dell’Impero Romano, al 1492, scoperta dell’America: più di 1000 anni!), hanno dimostrato le tante luci di quel mondo. Hanno ricostruito un vitalismo nei costumi (anche sessuali), nella letteratura, nell’arte, nella quotidianità delle persone (anche dei religiosi), che cozza ad esempio con il quadro a tinte fosche della società oscurantista e fideista descritta nel “Nome della rosa” di Umberto Eco, che pure è un capolavoro. Detto questo, vedo scarsissime somiglianze tra il Medioevo, incentrato comunque su una fede viva e che permeava e vivificava ogni settore della società, e il nostro mondo che è fondamentalmente ateo, utilitarista, fondato sulla tecnocrazia e ormai addirittura virtuale. Questo ci sta rendendo sempre più narcisisti sociopatici, ben diversi dell’uomo medievale, molto più empatico e collaborativo.

«Conosci te stesso»: il messaggio di Delfi nell’era digitale

 Se dovesse lasciare una sola frase incisa su una pietra per i posteri, quale sarebbe?
Sicuramente “Gnòthi seautòn”, “Conosci te stesso”, il motto dell’oracolo di Delfi, poi ripreso anche da Socrate. È il principio fondante del pensiero mondiale e dell’antropologia in genere. Si invita chiunque a conoscere se stesso in quanto essere umano in generale, ma anche in quanto persona singola, unica e irripetibile (mai replicabile neanche dall’Intelligenza Artificiale). Perdiamo tempo prezioso in mille banalità e non ci concentriamo sul Focus. È importante conoscere la nostra Natura, la nostra Ontologia, anche per meglio relazionarci con una qualsiasi altra persona o in generale con ogni realtà.

Quale paura la accompagna da sempre e come ha imparato a conviverci?
È una paura che si manifesta con intensità alterna; è una paura, a volte una vera e propria angoscia, che è sempre latente e che è determinata da una sofferenza concreta, per fortuna passata e, spero, archiviata. Tra i 13 e i 32 anni ho sofferto di una patologia neurologica invalidante: ripetuti movimenti nervosi, scatti secchi e incontrollati che mi hanno accompagnato nella mia quotidianità. Quotidianità che, anche grazie all’aiuto di tante persone (i miei familiari in primis, ma anche amici di straordinaria sensibilità, come Alfonso Signorini con cui ho condiviso momenti bellissimi tra i banchi del Liceo classico), ha sempre mantenuto una certa normalità ed è stata corollata da importanti soddisfazioni: ho completato con successo gli studi in Lettere classiche e Papirologia, ho partecipato a quindici campagne archeologiche in Egitto, ho viaggiato, sono persino stato un atleta agonistico (correvo i 100 metri attorno agli 11 secondi). Però questo ha minato le relazioni con gli altri, a livello emotivo avevo sempre il timore di essere giudicato inadatto, se non malato e impresentabile. Poi la sindrome è decaduta praticamente del tutto, grazie anche a una cura farmacologica; ma il timore, anzi l’ansia che possa un giorno ripresentarsi è sempre molto presente e mi ostacola nell’intraprendere rapporti duraturi.

La domanda senza risposta: cosa c’è dopo la morte?

Dopo una vita trascorsa a cercare risposte nel passato, qual è la domanda a cui ancora oggi non riesce a dare una risposta?
È la domanda più classica, a cui nessuno può né potrà mai dare una risposta oggettiva: c’è qualcosa dopo la morte? E, se sì, che cosa? Tutti affrontiamo questo tema, soprattutto oggi che molte certezze supportate dalla fede sono crollate. E nessuno, neanche i giganti del pensiero né i fondatori delle più grandi religioni, è mai riuscito a dare una risposta incontrovertibile, tale da convincere chiunque. Voglio però citare Epicuro, il grande filosofo ellenistico del IV secolo a. C.: neanche lui ha ovviamente risolto il dubbio su cosa ci attenda “post mortem”. Tuttavia, intendendola come assenza di vita, ha detto qualcosa di profondamente vero, e in qualche modo consolatorio: che è inutile temerla, perché quando ci siamo noi, non c’è lei, e quando c’è lei, non ci siamo noi.

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