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Quattro braccianti sono morti nel rogo di un minivan ad Amendolara. Il superstite si è salvato rompendo un finestrino. Andrea Ferrone, segretario generale della Cgil Pollino-Sibaritide-Tirreno, racconta il sistema che soffoca le campagne della Piana di Sibari: paghe negate, trasporti in mano ai caporali, paura e lavoratori lasciati soli.
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I minivan partono all’alba, Ferrone: “Senza servizi pubblici il caporale resta padrone”
La strage dei braccianti morti ad Amendolara apre uno squarcio durissimo sulle campagne calabresi. Non solo il fatto di cronaca, con quattro lavoratori uccisi e un superstite riuscito a scappare dal minivan in fiamme, ma anche il sistema che sembra emergere dalle prime ricostruzioni: paghe non versate, trasporti gestiti dai caporali, ricatti, paura, controllo del territorio. Una vicenda che riporta al centro il tema del caporalato nella Piana di Sibari e, più in generale, nelle aree agricole del Mezzogiorno. Per capire cosa sta accadendo e quali risposte servano davvero, Affaritaliani ha intervistato Andrea Ferrone, segretario generale della Cgil Pollino-Sibaritide-Tirreno.
L’intervista ad Andrea Ferrone, segretario generale della Cgil Pollino-Sibaritide-Tirreno
Ferrone, la Cgil parla di un possibile “cambio di passo” criminale. Che cosa significa? Amendolara è un caso isolato o il segnale di qualcosa che covava da tempo nella Piana di Sibari?
Noi crediamo che ci sia qualcosa in più. Alle quattro oggi pomeriggio c’è la conferenza stampa degli investigatori, del procuratore e del questore, e da lì sicuramente acquisiremo ulteriori elementi. Sappiamo con certezza che è un fenomeno molto esteso di bracciantato sfruttato, di controllo, di caporalato, all’interno delle varie etnie di braccianti che lavorano e vivono in queste zone. Perciò parliamo di salto di qualità, ma qua ormai è diventata la normalità. C’è una sorta di controllo e di tolleranza, forse più di tolleranza che di controllo, dei caporali da parte della criminalità organizzata. Non sappiamo se perché gli ritorna qualcosa in termini di lavoro, soldi, controllo del territorio. Non abbiamo ben capito. Ma di sicuro, per come è fatta la criminalità organizzata in queste zone, il fenomeno è tollerato. Quindi ci sarà un motivo. Non posso dire altro perché è tutto in divenire.
Qual è la condizione reale dei braccianti migranti nelle campagne calabresi? E come si combatte concretamente il caporalato?
Noi siamo impegnati in una battaglia ormai da tempo immemore. Tant’è che si riuscì ad approvare una legge, la 199, che bisognerebbe applicare. Lo strumento c’è già. La categoria della Cgil, la Flai, che segue questi settori e questi lavoratori, è impegnata ogni giorno nel provare a costruire con i Comuni il trasporto dei lavoratori, gli alloggi e una serie di questioni che dovrebbero aiutarli e, nel contempo, smorzare la pressione della criminalità. Ci sarebbe da fare tutto un lavoro che purtroppo non è ancora stato fatto con le associazioni datoriali, con le istituzioni, con le aziende, per capire come si fa a togliere di mezzo il caporale di turno. Il fenomeno è molto esteso. Abbiamo decine di migliaia di braccianti. Non parliamo di una roba limitata, che vai in un’azienda con un sindacato, con un ispettore del lavoro, ed è finita là. Qua la mattina alle quattro partono minivan come quello bruciato ad Amendolara. Ne partono a centinaia. Controllare questa roba è francamente impossibile se non c’è uno scatto di reni.
Che cosa chiedete a Regione, prefetture e Governo? C’è una richiesta concreta?
Mi viene difficile esprimermi. Ci sono contatti, ci sono grandi prese di posizione che noi condividiamo. La dico come l’ha detta il vescovo monsignor Francesco Savino: bisogna provare a organizzare una risposta collettiva, istituzionale, nei confronti del fenomeno. Bisogna provare a coinvolgere una rete territoriale che intanto prenda atto del fenomeno nella sua completezza. Qui prendiamo atto di quello che succede giornalmente: incidenti, ora questi omicidi. Poi purtroppo dall’enfasi mediatica si passa facilmente, nel giro di pochi giorni, al silenzio e alla rassegnazione. Bisogna mantenere accesa la luce e continuare, con gli strumenti che si hanno, insieme con le forze dell’ordine, a cui va fatto un plauso, con la magistratura, con le istituzioni, dalla prefettura ai Comuni, con la Regione, a provare a fare una rete che tolga dalle grinfie di questi banditi i lavoratori inermi.
Ci voleva una tragedia del genere per sollevare il problema e chiedere risposte?
Non si sarebbe dovuto arrivare a questo, ma ci siamo arrivati. E questo è un altro tassello che si aggiunge a quello che è già successo nel passato. C’è uno sfruttamento che non si vede. C’è una pervasione della criminalità di queste etnie, o anche di quella locale italiana. Solo con l’esplosione di casi come quello drammatico, senza precedenti, di Amendolara, forse si è presa coscienza della vastità del fenomeno e dell’impossibilità di contrastarlo se non si prendono in mano strumenti seri. Mi auguro che le quattro morti siano, tra virgolette, servite a questo: che non giriamo domani la pagina di questo triste libro e andiamo avanti come se nulla fosse.
Vi aspettate risposte come sindacato?
Mi auguro che ci sia una sollevazione. Sulla comunità dell’Alto Ionio stanno, insieme alla Cgil, chiedendo che si faccia il lutto cittadino, anche se questi non sono cittadini del posto. Bisogna cominciare a fare qualcosa. Le cose che si possono fare sono tante. Regione, sindacati, anche associazioni datoriali. Per come l’ha detta il nostro segretario della Cgil Calabria poco fa, forse anche le istituzioni e le associazioni datoriali devono dire una parola più chiara nei confronti delle aziende che si servono di questi lavoratori, magari per via indiretta. Le aziende, in tanti casi, non c’entrano nulla con gli episodi di violenza. Però bisognerebbe stilare dei protocolli, provare con le amministrazioni comunali e con le associazioni datoriali a mettere su servizi di trasporto, un alloggio dedicato. Ci sono cose che si possono fare e che a volte sono anche semplici, costano poco e tolgono dalla rete della criminalità questi poveri cristi. Per farci capire: il superstite della tragedia non parla quasi neanche italiano.
Secondo le prime ricostruzioni, i lavoratori non erano pagati e sarebbero stati uccisi dopo aver rivendicato il pagamento e rifiutato di pagare trasporto o benzina. È il classico caso di caporalato, aggravato dalla brutalità?
Sì, dal mancato pagamento esce fuori un quadro, nella fattispecie, proprio desolante, tragico. Non ci sono neanche gli aggettivi per descrivere quello che è successo lì. Le immagini parlano chiaro. Sembrerebbe che nell’arco di neanche un minuto e mezzo si siano fermati lì, abbiano litigato per questi motivi, siano stati prima accoltellati, poi chiusi in macchina, cosparsi di benzina. A un certo punto, quando avevano capito che non riuscivano più a scappare, se ne sono andati i due. Il povero superstite è riuscito, sfondando col gomito un finestrino, a scappare mezzo ustionato. È una roba che neanche nei peggiori film dell’orrore credo che venga. Mi auguro, tornando a prima, che sia servito a qualcosa.
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