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A Milano e nel suo hinterland riemerge con forza il tema della sicurezza urbana. Riacceso da due gravi episodi con un filo conduttore: le stazioni ferroviarie come teatro. Da una parte l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera a Milano Certosa, dall’altra la sassaiola contro un treno alla stazione del Parco delle Groane. Ma i due fatti hanno anche sostanziali differenze. I disordini alla stazione di Garbagnate, adiacente ad una nota piazza dello spaccio, rientrano nel novero degli episodi criminali con protagonisti balordi organizzati in piccoli gruppi che si confrontano per il predominio sul territorio. Spesso si tratta di cittadini di origine nordafricana o di italiani di seconda generazione. Proprio come i cosiddetti “maranza”, protagonisti ormai da tempo di aggressioni con coltello che popolano le pagine della cronaca cittadina. Episodi che destano allarme sociale, causati di fatto da bande mobili e poco strutturate, più simili a costellazioni di cani sciolti che a organizzazioni vere e proprie.
L’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, invece, ha riportato alla luce un’altra forma di violenza: quella delle pandillas latinoamericane. Non semplici gruppi occasionali, ma sigle con gerarchie, codici, riti di affiliazione, territori da presidiare e nemici da colpire. Un universo criminale più strutturato, con tratti para-mafiosi, che a Milano ha radici profonde e che sembrava essersi inabissato dopo anni di blitz, arresti e indagini. La notte di Certosa dimostra che quella mappa non è scomparsa: è rimasta sotto traccia, pronta a riemergere nel modo più brutale.
Prima le pietre, poi le coltellate: così è morto Gianluca
È cominciato tutto poco prima delle 22.30 alla stazione Milano-Certosa. Gianluca Ibarra Silvera, 22 anni, era con il fratello Gianfranco e un amico quando, secondo le ricostruzioni, i tre sarebbero stati aggrediti da un gruppo di giovani di origine sudamericana, forse fino a quindici e alcuni minorenni. L’assalto sarebbe partito in via Mambretti, dopo un primo incrocio con il branco: il padre della vittima ha raccontato che quei ragazzi bevevano vicino ai binari e mimavano simboli delle gang latine. Poi il lancio di pietre e bottiglie, l’inseguimento, la caduta di Gianluca tra le traversine del binario 6, le coltellate, una delle quali gli avrebbe reciso l’arteria femorale, e il corpo trascinato o spinto sui binari. Sul posto sono stati trovati coltelli, mentre le telecamere hanno ripreso solo sagome in fuga, con cappellini calati e bandane sul volto. Una parte degli aggressori sarebbe salita su un treno verso Treviglio, altri si sarebbero dispersi a piedi tra via Mambretti e Quarto Oggiaro. Gianluca, il fratello e l’amico non risultano appartenere a bande: non una faida tra affiliati, dunque, ma un’aggressione esplosa contro chi si sarebbe trovato nel posto sbagliato.
“Siamo i King”: la pista seguita dagli inquirenti
Secondo il racconto dei familiari, gli aggressori avrebbero urlato frasi come “siamo i King” e “qui comandiamo noi”. Sui muri della stazione sarebbero state trovate le lettere“LK”, marchio riconducibile ai Latin King. Gli inquirenti, tuttavia, mantengono il riserbo: il padre della vittima a caldo ha fatto riferimento anche agli MS13, affermando di aver riconosciuto uno degli aggressori come il capo della Mara Salvatrucha 13, mentre in serata l’attenzione investigativa si sarebbe concentrata sull’ipotesi Latin King. La prudenza è necessaria. Nel mondo delle gang i simboli possono essere usati per rivendicare, imitare, depistare o intimidire. Una corona disegnata su un muro può essere una firma, ma anche un messaggio generico di appartenenza a un immaginario. Resta il fatto che l’aggressione di Certosa riporta al centro della scena una galassia criminale che Milano conosce da almeno vent’anni.
Le radici delle pandillas a Milano
La morte di Gianluca è il punto di emersione di un fenomeno che a Milano ha radici profonde. Le gang latine sembravano scomparse, o almeno ridimensionate, dopo le grandi operazioni di polizia e carabinieri che, già intorno al 2015, ne avevano colpito capi, batterie operative e reti di reclutamento. In realtà, secondo gli investigatori, non hanno mai abbandonato del tutto il territorio. Hanno cambiato forma, linguaggio, zone di influenza, canali di comunicazione. Hanno perso centralità mediatica, ma non presenza urbana.
Milano è da almeno vent’anni una delle capitali italiane delle pandillas. Il fenomeno arriva nei primi anni Duemila, importato e rielaborato dentro le comunità latinoamericane di prima e seconda generazione. I Paesi che più spesso ricorrono nelle analisi investigative sono Ecuador, Perù, Salvador e Repubblica Dominicana. A questi si aggiunge l’influenza statunitense: molte sigle nascono infatti negli Stati Uniti, soprattutto a Los Angeles, e poi si diffondono tra America Centrale, Europa e Italia.
La mappa delle gang: Latin King, MS13, Barrio 18 e Trinitarios
La mappa storica delle gang latine in città ruota attorno ad almeno quattro grandi nomi: Latin King, Mara Salvatrucha 13, Barrio 18 e Trinitarios. Attorno a queste sigle principali si muovono gruppi minori, derivazioni locali, bande di seconda generazione e formazioni metropolitane più fluide, spesso più giovani e meno strutturate ma non per questo meno violente. I quartieri citati dalle indagini disegnano una geografia precisa: Certosa, Villapizzone, Quarto Oggiaro, Bicocca, via Chiese, via Padova, Parco Trotter, Centrale, Brenta, Assago, San Giuliano Milanese. Sono luoghi diversi, ma legati da una stessa dinamica: aree di passaggio, stazioni, parchi, quartieri popolari, spazi interstiziali dove il gruppo criminale può tentare di imporre una propria grammatica del potere.
Latin King, la “Nacion” e la struttura delle Corone
I Latin King sono tra i primi gruppi ad affermarsi a Milano. La loro organizzazione internazionale si fonda su una struttura gerarchica: tribù, capitoli, ruoli interni, rituali di affiliazione. Al vertice ci sono le “Corone”, figure di comando che compongono il governo del gruppo. L’appartenenza passa attraverso prove d’ingresso, riti di giuramento, regole di segretezza e fedeltà alla “Nacion”. Nel tempo la sigla Latin King ha conosciuto diverse articolazioni. Una delle ultime operazioni rilevanti, nell’aprile 2023, ha colpito la fazione Chicago dei Latin King: nove arresti eseguiti dalla Squadra mobile di Milano per accuse che comprendevano associazione per delinquere, tentato omicidio, lesioni gravi, rissa, danneggiamento, furto aggravato e getto pericoloso di cose.
Il machete in Bicocca e la faida con la Ms13
L’indagine del 2023 era partita da un episodio del 5 marzo 2022: l’aggressione a colpi di machete contro un ex capo della banda rivale Mara Salvatrucha 13, avvenuta in via Chiese, zona Bicocca. La vittima, un trentaquattrenne salvadoregno, era stata circondata, picchiata con pugni e bottiglie di vetro e ferita con un machete a un braccio e a una mano. Gli investigatori avevano inquadrato quell’episodio dentro una sequenza più ampia di scontri tra pandillas per il controllo del territorio e per la supremazia simbolica. Nella stessa inchiesta erano finite anche due risse violente: una del 30 aprile 2022 in via Avezzana e un’altra del 30 giugno 2022 al Milano Latin Festival di Assago, con aggressioni reciproche a calci, pugni e bottiglie di vetro tra gruppi rivali.
Mara Salvatrucha 13, la banda dei tatuaggi e della violenza estrema
Se i Latin King rappresentano una delle sigle più antiche e riconoscibili, la Mara Salvatrucha 13, nota come Ms13 o semplicemente Mara, è considerata tra le bande più violente. Nasce nel contesto dell’immigrazione salvadoregna e centroamericana nella California meridionale degli anni Ottanta, poi si diffonde in America Centrale e arriva in Europa, soprattutto in Spagna e in Italia. A Milano e Genova la sua presenza è stata documentata da numerose indagini. La Ms13 ha un’identità visiva potente: tatuaggi con le lettere “MS”, il numero 13 in caratteri gotici, simboli come le corna del diavolo, richiami ai “sureños”, indicazioni della banda o del territorio di appartenenza. Ma la sua reputazione criminale a Milano è legata soprattutto a episodi di estrema violenza.
Villapizzone, il capotreno e il simbolo del machete
Il caso più noto resta l’aggressione del 2015 alla stazione di Villapizzone, quando un capotreno di Trenord venne colpito con un machete e rischiò di perdere un braccio. L’uomo si salvò, e con lui l’arto, grazie ai soccorsi tempestivi. Quell’episodio segnò uno spartiacque nella percezione pubblica del fenomeno: le pandillas non erano più soltanto bande giovanili dedite a risse e intimidazioni, ma gruppi capaci di colpire con modalità brutali e armi bianche devastanti.
Un altro momento chiave nella storia recente della Mara a Milano è il ritrovamento, il 15 marzo 2019, del cadavere di Odir Ernesto Barrientos Tula a Rocca Brivio, San Giuliano Milanese. Barrientos Tula era indicato come uno dei fondatori dell’organizzazione a Milano. Secondo le indagini, sarebbe stato ucciso da altri membri della stessa gang. Un dettaglio che racconta un altro tratto delle pandillas: la violenza non è rivolta soltanto all’esterno, contro bande nemiche o persone percepite come ostili, ma può esplodere anche all’interno, tra gerarchie, tradimenti, sospetti e regolamenti di conti.
Barrio 18, la rivale storica della Mara
Il nemico storico della Mara Salvatrucha è Barrio 18, altra gang nata a Los Angeles e poi diffusa su scala internazionale. A Milano, Barrio 18 ha radicato la propria presenza in alcune aree precise: via Padova, Parco Trotter, l’area tra piazza Costantini e via Sammartini, vicino alla stazione Centrale. Secondo le fonti investigative, il gruppo è presente anche a Genova e, in misura minore, a Roma. La cultura interna è segnata da codici durissimi: offendere il capobanda o mostrare rispetto verso membri di bande rivali può comportare punizioni collettive, come pestaggi di gruppo della durata simbolica di 18 secondi; nei casi più gravi, secondo le ricostruzioni, la sanzione può arrivare all’uccisione. Barrio 18 e Ms13 sono storicamente in guerra. La rivalità tra le due sigle è uno dei fili rossi della geografia criminale latina. Non si tratta solo di controllo dello spaccio o di altri affari illeciti: spesso il territorio è un simbolo prima ancora che una risorsa economica. Una piazza, una stazione, un parco, un muro segnato da una sigla diventano dichiarazione di esistenza.
Trinitarios, codici d’allarme e nuove fratture
Accanto a Latin King, Ms13 e Barrio 18 ci sono i Trinitarios, gang di origine dominicana. Anche loro compaiono nelle mappe investigative più recenti. Le intercettazioni mostrano un linguaggio interno fatto di codici e segnali d’allarme. Il codice “2*27”, ad esempio, viene indicato come un codice rosso, un’allerta da veicolare rapidamente. In una conversazione, un membro dei Trinitarios invita gli altri a raggiungerlo in zona Brenta perché “c’è qualcosa di molto serio” e perché un soggetto soprannominato Fresa starebbe per combattere con un membro dei Bloodz. In un altro passaggio emerge l’attesa per l’arrivo di un’arma, indicata in modo allusivo come “la cosa”.
Dalle pandillas alle baby gang: come stanno cambiando le organizzazioni
Questi dettagli restituiscono l’immagine di un sottobosco mobile, fatto di sigle storiche, alleanze momentanee, inimicizie permanenti e gruppi che si contaminano con l’immaginario delle gang statunitensi, delle bande francesi di banlieue e delle nuove baby gang metropolitane. Uno studio di Transcrime, ha inserito Milano tra i principali centri italiani del fenomeno, individuando gruppi come Z2, San Siro, Ko Gang, MS13 e Barrio Banlieu. Alcuni sono composti prevalentemente da giovani stranieri di prima o seconda generazione, spesso minorenni, attivi in città e nell’hinterland. Alcuni gruppi usano i social per rilanciare aggressioni, risse e atti di intimidazione. Altri mostrano un livello maggiore di organizzazione. Altri ancora sembrano vivere di emulazione, reputazione digitale e violenza performativa.
Le pandillas dei primi anni Duemila erano spesso organizzazioni più riconoscibili, con simboli, gerarchie, riti e appartenenze relativamente stabili. Le gang più recenti sono talvolta più fluide, meno disciplinate ma più imprevedibili. Non sempre rispondono a una catena di comando solida. Non sempre hanno un obiettivo economico chiaro. Spesso la violenza nasce da provocazioni, sconfinamenti, sguardi, frasi, video, rivalità di quartiere. È in questo scenario che gli investigatori parlano di “tutti contro tutti”: pochi equilibri consolidati, molte rivalità, alleanze fragili e antagonismi che possono accendersi improvvisamente.
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