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Ebola in Italia, l’allarme di Bassetti: “Siamo messi peggio del Covid”
L’allarme scattato a Milano per due casi sospetti, fortunatamente poi risultati negativi ai test, ha riacceso improvvisamente i riflettori su uno dei fantasmi più temuti della sanità globale: il virus Ebola. Mentre l’epidemia corre rapidamente in Africa continentale — con numeri che nella fase iniziale superano già i precedenti storici — l’Italia si interroga sulla propria reale capacità di risposta di fronte alle emergenze infettive. Il sistema sanitario post-Covid è davvero più forte o, al contrario, si è scoperto più fragile? E come si muove il delicato equilibrio tra la necessaria allerta e il rischio di psicosi mediatica?
A fare chiarezza è il professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, che ad Affaritaliani analizza la vulnerabilità del nostro Paese, tracciando un bilancio impietoso ma lucido sullo stato di salute della prevenzione in Italia: “Il rischio zero non esiste, ma oggi la nostra sanità è più fragile rispetto al 2020, soprattutto dal punto di vista umano”.
Pregliasco dice che il “rischio zero non esiste”: oggi quanto è davvero vulnerabile l’Italia a virus come Ebola?
“Il rischio zero non esiste e gli italiani devono capire che i virus non conoscono confini. Viaggiano sugli aerei, non soltanto sui barconi come qualcuno pensa, soprattutto virus di questo tipo. Esiste quindi un rischio concreto che oggi tutto il mondo sta valutando. Naturalmente cambia in base ai rapporti che l’Italia ha con i Paesi interessati dall’epidemia, come Congo e Uganda, ma anche altri Stati che potrebbero essere coinvolti. Si parla già di circa dieci Paesi interessati da questa epidemia, che è una delle più grandi mai viste almeno nella fase iniziale.
L’epidemia del 2014 durò due anni e fece circa 30mila casi, mentre qui siamo già intorno ai mille casi dopo pochissimo tempo dalla dichiarazione dell’emergenza. Sta crescendo rapidamente. Non bisogna fare allarmismo, ma essere preparati. È come fare le prove antincendio: bisogna testare il sistema per capire se è davvero pronto a intercettare casi sospetti, isolare le persone e applicare correttamente i protocolli”.
In casi come questo il pericolo maggiore è sanitario o mediatico?
“In Italia abbiamo un grande problema di comunicazione sanitaria. Dopo il Covid siamo passati dal giornalismo negazionista a quello allarmista senza trovare un equilibrio. Succede con tutti i virus. Fino a ieri in Italia nessuno parlava di Ebola, mentre CNN, BBC e i principali media internazionali seguivano la situazione già da giorni. Poi sono arrivati i due casi sospetti a Milano e improvvisamente tutti hanno iniziato a parlarne. Adesso che i test sono negativi probabilmente non ne parlerà più nessuno.
Non è evitando di parlarne che si evita l’allarmismo. Bisogna invece spiegare le cose con equilibrio, raccontando quali sono i rischi reali e quali no. La comunicazione sanitaria nel nostro Paese ha enormi problemi e dopo il Covid, secondo me, la situazione è peggiorata”.
Il caso Sacco dimostra che siamo preparati a gestire rapidamente emergenze infettive?
“Il caso di ieri dimostra che la Regione Lombardia è organizzata e attrezzata. Le due persone sono state isolate subito, trasportate con barelle di biocontenimento e portate nell’ospedale di riferimento. In poche ore sono arrivati gli esiti che hanno escluso il virus Ebola. In questo caso tutto ha funzionato perfettamente. Il problema è capire se sarebbe successo lo stesso in tutte le altre regioni italiane. Io credo di no.
In Italia abbiamo 21 sistemi sanitari regionali diversi e molto dipende da dove accadono certi episodi. Nel 2014, durante la grande epidemia di Ebola, facevamo esercitazioni praticamente ogni settimana. C’erano protocolli chiari e indicazioni precise del Ministero della Salute. Oggi tutto questo non lo vedo più e mi auguro che casi come quello di Milano servano almeno a riaccendere l’attenzione”.
Dopo il Covid l’Italia ha davvero rafforzato il sistema di prevenzione contro nuovi virus?
“No, secondo me dopo il Covid non abbiamo rafforzato davvero il sistema di prevenzione contro nuovi virus. Avere un piano pandemico sulla carta non significa essere pronti. Anzi, oggi il sistema sanitario italiano è più fragile rispetto al 2020, soprattutto dal punto di vista umano. Se domani si chiedesse di nuovo a medici e infermieri di fare enormi sacrifici, non sono sicuro che la risposta sarebbe la stessa del periodo Covid.
Molti operatori sanitari si sentono stanchi, delusi e arrabbiati. Durante la pandemia hanno dato tutto senza chiedere nulla e spesso hanno avuto la sensazione di non aver ricevuto neanche un grazie. Per questo credo che oggi il nostro sistema sanitario sarebbe più fragile rispetto a quello del 2020 davanti a una nuova grande emergenza infettiva”.
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