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La presidente di D.i.Re Cristina Carelli: “Numeri in calo, ma il sistema non funziona. La politica investe poco sulla prevenzione”
“Il femminicidio è il capo estremo di un filo che si svolge ancora uguale a sé stesso, perché la violenza è ancora trasversale, frequente, intergenerazionale, strutturale ad una cultura che la origina e allo stesso tempo la nutre”. Così, Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – commenta ad Affaritaliani gli ultimi dati sul femminicidio, che raccontano un fenomeno in lieve diminuzione ma ancora fortemente vivo. Il numero delle donne morte nei primi quattro mesi del 2026 è infatti pari a dodici, mentre tra gennaio e aprile dello scorso anno si sono registrati 15 femminicidi, con una distribuzione progressiva nel corso dei mesi e un’intensificazione nella seconda parte del periodo osservato.
Nel complesso, dunque, il confronto tra i due anni suggerisce una riduzione numerica nel 2026 rispetto al 2025 nel primo quadrimestre, ma anche una diversa intensità temporale degli episodi. Se nel 2025 l’andamento appare progressivo e crescente, nel 2026 si osserva invece una maggiore concentrazione in un arco temporale più ristretto, elemento che rende il fenomeno meno lineare nella sua distribuzione mensile ma non meno significativo nella sua incidenza complessiva.
“Questa tendenza racconta che il sistema realizzato per il contrasto alla violenza maschile contro le donne e di genere non è efficace – spiega Carelli – È proprio l’origine della violenza che resta ancora salda, o meglio vista, ma non trasformata; questo accade in particolare nelle relazioni che rimangono radicate alla cultura dello stupro. Un dato di realtà che permea relazioni private, nel rapporto tra partner, relazioni sociali in cui il concetto di consenso è assente, relazioni professionali permeate da discriminazioni importanti che passano dal gap salariale fino ad arrivare alla scarsità di donne nei luoghi del potere”.
Pur essendo evidentemente fondamentali, educazione e prevenzione sembrano – per la presidente di D.i.Re – essere poco considerati da una politica che tende a neutralizzare il fenomeno, considerando i femminicidi come fatti privati da contrastare con interventi di tipo securitario. “Il sistema pensato per affiancare le donne che vivono situazioni di violenza ha ancora evidenti lacune: una rilevante mancanza di capacità di riconoscere la violenza e i suoi segnali, non c’è una conoscenza approfondita degli strumenti di valutazione del rischio e non di rado le donne vengono rivittimizzate proprio da quelle istituzioni che dovrebbero sostenerle. La risposta è l’obbligo per tutte/i le/i professioniste/i che operano all’interno del sistema, dalla magistratura al servizio sociale a tutto il sistema sanitario”, prosegue Carelli.
La Legge Femminicidio
Per quanto riguarda la cosiddetta Legge Femminicidio, Elena Biaggioni, avvocata penalista e coordinatrice della Rete Avvocate D.i.Re spiega che non ha solo introdotto la fattispecie autonoma – quindi lo specifico reato di femminicidio – ma anche molte altre disposizioni che andrebbero monitorate: le aggravanti, per esempio, ma anche le novità in materia di indagini, di informazione e partecipazione, per la persona offesa, sulle misure cautelari. L’introduzione del reato di femminicidio, comunque, è quella più evidente e che si presta a particolare visibilità anche nel breve periodo.
“Tuttavia – sottolinea Biaggioni – la qualificazione giuridica è ancora provvisoria: può ancora essere messa in discussione e sarà interessante vedere come prosegue. La Legge stessa prevede una relazione annuale che il Ministro della giustizia deve presentare alle camere entro il 30 giugno, proprio sull’applicazione delle misure contenute nella legge; una novità nel panorama della legislazione relativa alla violenza maschile alle donne. Sarà quello il primo reale momento per fare un bilancio. Lo aspettiamo con molto interesse”.
Tuttavia, sono diverse le applicazioni provvisorie che suscitano perplessità, ma la comprensione della violenza maschile non può dipendere solo da una definizione o dall’introduzione di un reato: “Ci vorrà tempo e tanta formazione perché si consolidi di concetto di violenza come atto di discriminazione, odio, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna. In questo senso la Legge Femminicidio ha inserito espressamente un obbligo formativo per tutta la magistratura, questo è quel che farà la differenza. Se ci sarà adeguata formazione, impareremo tutte e tutti ad indossare le giuste lenti e vedere quelle che sono macroscopiche discriminazioni ai danni di un gruppo che certo non è minoritario, le donne”, conclude.
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