Rinnovo Patente all'Isola d'Elba? Facile ed Economico

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                <em>Da Jacopo Bononi – presidente premio letterario la Tore isola d’Elba</em>

Il nostro candidato 2025 alla vittoria del premio, Federico Rampini, premio poi assegnato a Antonio Scurati, ha una visione molto precisa su Donald J. Trump. Il mio invito è alla prudenza. Giudicare prima del tempo un personaggio pubblico, specialmente così influente come Donald J. Trump può essere rischioso. Ero ancora un ragazzo e ricordo certi giudizi infamanti verso Ronald Reagan che fu bollato subito come una macchietta da ex-attore di serie B: eppure ha segnato la storia americana e lo ha fatto in positivo, favorendo la distensione tra le due superpotenze che allora tenevano il mondo col fiato (atomico) sospeso, USA e URSS. Dichiarantamente anticomunista, seppe però all’atto pratico mediare tra due culture e due civiltà antitetiche. La sua, simbolo della libertà e della democrazia, l’altra simbolo del socialismo reale più spietato e della ‘messa in pratica’ di una ideologia barbara che ha seminato morte e schiavitù, specie mentale, in tutto il mondo. Ero un ragazzo e la pensavo così. Federico Rampini invece da ragazzo era molto lontano dalle mie posizioni liberali, poi nel tempo divenute più libertarie. Rampini, nostro candidato col figlio nel 2025, si iscrive al Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1974, durante gli anni della segreteria di Enrico Berlinguer. Inizia la sua carriera nel 1977 scrivendo per Città futura, il settimanale della FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), allora guidata da Massimo D’Alema. Nel 1979 passa a lavorare per Rinascita, la storica rivista di dibattito politico e culturale del PCI. Nel 1982, Rampini pubblica su Rinascita un’inchiesta giornalistica incentrata sulla corruzione interna al PCI. A causa delle tensioni generate da questa pubblicazione, entra in rottura con i vertici e decide di abbandonare la testata e, poco dopo, la militanza attiva nel partito. Pur definendosi politicamente un riformista e dichiarando di votare per il Partito Democratico negli Stati Uniti (paese di cui è cittadino), Rampini ha assunto negli ultimi anni una posizione fortemente critica verso la sinistra occidentale contemporanea, espressa in saggi come ‘La notte della sinistra’ (2019) e ‘Suicidio occidentale’ (2022). Quindi, come ha sempre sostenuto un caro musicista ed intellettuale a me caro, dicendo che ‘non conta avere idee nella vita, ma saperle cambiare’ ecco che Federico Rampini, cittadino americano, pur rimanendo un ‘liberal’ diviene molto critico verso la sinistra americana e anche quella italiana. Rampini cresce in Belgio a causa del lavoro del padre presso la Comunità Europea. Frequenta Economia e politica alla Bocconi di Milano e a La Sapienza di Roma, studiando anche a Parigi, ma ha mai conseguito la laurea. Inizia nel 1977 scrivendo per il settimanale ‘Città futura’. Lavora poi per ‘Rinascita’, testata legata al PCI. Negli anni novanta è corrispondente da Parigi e vicedirettore dal 1991 al 1995. Nel 1995 inizia una lunghissima collaborazione con il quotidiano romano. Lavora come inviato e capo ufficio di corrispondenza da città chiave tra cui Bruxelles, San Francisco, Pechino e New York. Nel 2021 passa al quotidiano milanese Corriere della Sera. Dal 2014 possiede appunto anche la cittadinanza americana. Rampini è autore di oltre trenta ‘bestseller’ incentrati sulle dinamiche geopolitiche ed economiche mondiali. Tra le opere più significative di economia, geopolitica e società, troviamo i libri di Federico Rampini: La comunicazione aziendale (1990), Il crack delle nostre pensioni (1994), Imprenditori italiani nel mondo (1996), Germanizzazione (1996), Kosovo. Gli italiani e la guerra (1999), Per adesso (1999), New economy (2000), Dall’euforia al crollo (2001), Effetto euro (2002), Le paure dell’America (2003), San Francisco-Milano (2004), Tutti gli uomini del presidente (2004), Il secolo cinese (2005), L’impero di Cindia (2006), L’ombra di Mao (2006), La speranza indiana (2007), Centomila punture di spillo (2008), Con gli occhi dell’Oriente (2009), Slow Economy (2009), Occidente estremo (2010), Alla mia sinistra (2011), Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo (2012), Banchieri (2012), La trappola dell’austerity (2013), Rete padrona (2014), All you need is love (2015), L’età del caos (2015), Banche: possiamo ancora fidarci? (2016), Il tradimento (2016), Le linee rosse (2017), Quando inizia la nostra storia (2018), La notte della sinistra (2019), L’oceano di mezzo (2019), La seconda guerra fredda (2019), Oriente e Occidente (2020), Fermare Pechino (2021), Suicidio occidentale (2022), America (2022), Il lungo inverno (2022), La speranza africana (2023), Il nuovo impero arabo (2024), Grazie, Occidente! (2024) e l’ultimo libro pubblicato Il gioco del potere (2025). I suoi scritti offrono uno sguardo acuto e documentato sui grandi cambiamenti globali. Rampini ritiene che il contrasto rigoroso all’immigrazione clandestina intrapreso da Trump risponda a un problema reale e fortemente percepito dalla classe lavoratrice americana. Sostiene che le frontiere aperte o la tolleranza verso l’illegalità abbiano danneggiato i lavoratori autoctoni, penalizzati dalla concorrenza al ribasso sui salari. Pur venendo da studi di economia classica, il giornalista riconosce i meriti del protezionismo economico di Trump. Condivide l’introduzione di dazi per difendere la manifattura nazionale, giudicando la globalizzazione selvaggia degli ultimi decenni un fallimento che ha impoverito la classe operaia e desertificato il tessuto industriale delle aree interne americane. Egli concorda pienamente sulla necessità di arginare l’espansionismo economico e militare di Pechino. Riconosce a Trump il merito storico di aver interrotto la linea della condiscendenza occidentale verso la Cina, costringendo anche i Democratici a convergere, successivamente, sulla stessa linea di fermezza. Rampini esprime forte sintonia con la battaglia ideologica di Trump contro la cultura woke e le derive del politicamente corretto. Condivide le critiche del Presidente verso le grandi università d’élite (come Harvard), accusate di essersi trasformate in centri di indottrinamento ideologico radicale, distanti dai valori e dal sentire comune della maggioranza dei cittadini americani. Egli ha affermato che Trump ‘non è il male assoluto, soprattutto in politica estera’. Ne apprezza l’approccio transazionale e pragmatico. Il punto di maggiore convergenza indiretta risiede nella critica di Rampini all’establishment progressista. Il giornalista accusa i media e le élite occidentali di snobismo culturale per aver liquidato l’elettorato di Trump come una ‘massa di incolti e reazionari’, rifiutandosi di comprendere i disagi reali (economici e sociali) che ne hanno decretato il successo politico. Inoltre, sottolinea la coerenza di Trump nel fare esattamente ciò che promette in campagna elettorale, una dote che spiazza la politica tradizionale. Insomma pur rimanendo un riformista di formazione liberal, con un trascorso comunista in Italia, esprime sostanzialmente un giudizio positivo sul presidente americano. Non esite un vasto e completo apparato bibliografico che riguarda Trump e seguendo le tracce della sua biografia appare evidente che la sua formazione sia stata fondamentale per capire il Trump di adesso. Dico sempre, guardate il film ‘The apprentice’ (2024) che fu sconfessato dallo stesso politico e imprenditore perché è un ritratto perfetto della persona che sta influenzando di più la storia del nostro pianeta. Ne viene fuori un ritratto impietoso, ma realistico che evidenzia tutti i pregi e i difetti che, così bene, Rampini illustra sempre parlandone. Direi che, tagliata qualche scena osè, andrebbe poiettato nelle scuole nell’epoca dei reels di Instagram e dei video di Tik Tok. Più critica la visione di Rampini sul rapporto con il Papa da parte di Trump. Rampini ricorda come, negli anni ’80, esistesse una profonda sintonia strategica tra il presidente repubblicano Ronald Reagan e Papa Giovanni Paolo II. L’obiettivo comune era il collasso del blocco sovietico e la difesa dell’Occidente. Trump tenta spesso di accreditarsi come l’erede di quella tradizione conservatrice per intercettare il voto cattolico americano. Tuttavia, Rampini evidenzia che l’ideologia di Trump spezza quel legame. Trump non persegue una strategia di ‘liberazione globale’ o di difesa dei valori occidentali universali (come faceva Wojtyła), ma applica un isolazionismo radicale basato sull’interesse nazionale egoistico (‘America First’) Il giornalista e scrittore sottolinea la nascita di una complessa ‘questione cattolica’ interna agli Stati Uniti. I cattolici conservatori americani (la base MAGA) idolatrano l’eredità dottrinale di Giovanni Paolo II e, al contempo, sostengono Trump. Nelle sue analisi, Rampini fa notare come la destra conservatrice che sostiene Trump tenda a ‘isolare’ solo alcuni temi del magistero di Giovanni Paolo II (come la bioetica e l’opposizione all’aborto), ignorando deliberatamente la dottrina sociale del Papa polacco. Wojtyła era un fermo sostenitore dell’accoglienza, dei diritti dei migranti e del multilateralismo internazionale, principi che lo scontro frontale di Trump con le autorità vaticane in materia di immigrazione e muri calpesta apertamente. Attaccando direttamente l’autorità del Pontefice, Trump commette secondo Rampini un grave errore strategico. Rampini rammenta che proprio la storia di Giovanni Paolo II ha dimostrato a Washington quanto il soft power spirituale e geopolitico della Chiesa sia in grado di abbattere imperi e spostare equilibri globali senza sparare un colpo. Sottovalutare o insultare il Vaticano definendolo ‘debole in politica estera’ dimostra la cecità storica di Trump rispetto alla reale efficacia della diplomazia pontificia, che Wojtyła aveva elevato a potenza globale. Insomma una visione critica ma non aprioristicamente contraria al presidente USA, come si vede e si sente a reti unificate ogni giorno in Italia. Una visione lucida e concreta del giornalista che forse viene proprio da quella formazione comunista giovanile. Perché anche io alla fine mi ritrovo sempre più con loro che con gli ‘altri’. ‘Non voglio morire democristiano’: la frase fu coniata dal giornalista e scrittore Luigi Pintor. La frase nacque come titolo di una storica e memorabile prima pagina del quotidiano comunista ‘Il Manifesto’ nel lontano giugno 1983. L’articolo di fondo fu scritto da Luigi Pintor, all’indomani delle elezioni politiche, che videro la Democrazia Cristiana subire un clamoroso crollo storico, perdendo oltre il 5% dei voti. Il titolo esprimeva il sollievo e l’illusione della sinistra dell’epoca di essersi finalmente liberata dall’egemonia politica della DC. Ecco, se morire si deve come sembra, almeno facciamolo da liberali e libertari, capendo e comprendendo cosa ci circonda e chi ci circonda. Anche uno come Tump.

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