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ANBI, Osservatorio sulle Risorse Idriche: Nord sempre più in sofferenza tra deficit nivale e fiumi in calo mentre cresce l’emergenza climatica

In coincidenza con l’iniziativa promossa da ANBI contro la ripresa delle trivellazioni nell’Alto Adriatico — ritenute responsabili di un aumento della subsidenza nei territori del Polesine, già esposti all’innalzamento del livello del mare — viene pubblicato il “Rapporto sullo stato del clima europeo 2025” di Copernicus. Il documento evidenzia come la regione artica sia quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo e come l’Europa, a partire dagli anni ’80, registri un incremento termico doppio rispetto alla media globale: +0,56°C per decennio contro +0,27°C. Nel solo 2025, l’aumento è stato di +0,87°C nel continente europeo a fronte di +0,44°C a livello globale.

Questo andamento accelera la perdita di massa glaciale in Europa e contribuisce alla fusione della calotta glaciale lungo le coste della Groenlandia. Il progressivo scioglimento del permafrost, sia in Groenlandia sia in Antartide, rappresenta infatti una delle principali cause dell’innalzamento del mare. Nell’anno idrologico 2025, la calotta groenlandese ha perso 139 gigatonnellate di ghiaccio, pari a circa una volta e mezza il contenuto dei ghiacciai alpini, determinando un aumento del livello marino di circa 0,4 millimetri. A livello globale, la perdita glaciale nello stesso anno ha raggiunto 410 gigatonnellate, equivalenti a un innalzamento di 1,1 millimetri. Dal 1975, la riduzione complessiva della massa glaciale è stata di 9.580 gigatonnellate, di cui circa il 20% proveniente da Europa e Groenlandia. Dal 1993, il livello dei mari è salito di oltre 10 centimetri, con un incremento medio annuo di circa 3,6 millimetri. Lo stesso rapporto ricorda inoltre che la sola calotta groenlandese contiene acqua sufficiente a far crescere il livello del mare di ben 7 metri.

Nel 2025 si è registrato anche un nuovo record per la temperatura media annuale delle acque oceaniche europee, che per il quarto anno consecutivo ha raggiunto i 10,94°C. Nel Mar Mediterraneo, invece, la temperatura media annuale si è attestata a 21,35°C, risultando la seconda più alta mai rilevata e superiore di 1,03°C rispetto alla norma. Sempre nel bacino mediterraneo, oltre la metà delle superfici marine (il 51%) è stata interessata da ondate di calore di intensità severa o estrema, terzo valore più elevato dopo il 2024 (65%) e il 2023 (53%). Attualmente, le acque del Mare Nostrum lungo le coste italiane mostrano anomalie termiche comprese tra +1,5°C e +3°C, con conseguenze rilevanti per gli ecosistemi marini: le praterie di Posidonia oceanica, fondamentali per la biodiversità, rischiano di scomparire entro la fine del secolo.

Sono dati, che purtroppo non stanno trovando adeguata attenzione da parte dei soggetti decisori, perché il futuro è già oggi e la crisi climatica sta pregiudicando la vita di intere comunità anche nel nostro Paese. Servono urgenti politiche di adattamento: il Piano Invasi proposto con Coldiretti e quello per l’Efficientamento della Rete Idraulica sono a disposizione del Paese”, evidenzia ancora una volta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI).

Per quanto riguarda la situazione italiana, il report settimanale dell’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche segnala come i principali laghi del Nord presentino livelli idrometrici in linea o superiori alla media: il Verbano è al 96% della capacità, il Lario al 54,1%, il Garda all’80,7% e il Sebino al 53,6%. In Valle d’Aosta, grazie alle temperature miti della scorsa settimana, si osserva un aumento delle portate della Dora Baltea e del torrente Lys per effetto dello scioglimento della neve. In Piemonte, invece, si registra una diminuzione dei flussi nei fiumi Stura di Demonte, Toce e Tanaro, con quest’ultimo in calo del 30% rispetto alla media.

In Lombardia emerge una marcata carenza di neve in quota: il deficit dell’indice SWE è pari al -60,6%, corrispondente a una riduzione di 1.134 milioni di metri cubi di riserva idrica nivale, dato ancora più critico se confrontato con il 2025, quando il manto nevoso risultava già inferiore del 51%. In Veneto prosegue la contrazione delle portate fluviali: l’Adige, in prossimità della foce, registra appena 68,43 metri cubi al secondo, circa il 40% dei valori tipici stagionali, ben al di sotto della soglia critica di 79 mc/s necessaria a impedire l’intrusione salina. Situazioni di deficit rilevanti interessano anche Bacchiglione (-62%), Livenza (-50%), Piave (-42%) e Brenta (-40%).

Anche il fiume Po mostra una riduzione dei flussi: mentre nel tratto piemontese le portate restano consistenti, nella sezione lombardo-emiliana il deficit cresce rapidamente, arrivando a circa -41% a Pontelagoscuro. In Emilia-Romagna, i fiumi Santerno, Reno, Secchia, Enza, Taro e Trebbia scendono sotto i minimi storici. In Liguria diminuiscono i livelli di Entella, Vara e Argentina, mentre in Toscana si registra un calo significativo dei principali corsi d’acqua: l’Arno segna un -80% rispetto alla media degli ultimi vent’anni, il Serchio -79% e l’Ombrone -69%.

Nelle Marche i flussi sono in calo, con Esino e Sentino tra i più critici dell’ultimo quinquennio, sebbene gli invasi contengano oltre 54 milioni di metri cubi d’acqua. In Umbria il lago Trasimeno mantiene livelli bassi ma stabili, risultando inferiore di quasi un metro rispetto alla media storica, mentre i fiumi Chiascio, Topino e Paglia mostrano portate in diminuzione. Nel Lazio, i laghi scendono fino a 2 centimetri rispetto alla settimana precedente; a Roma, il Tevere cresce fino a 101,62 mc/s, avvicinandosi ai valori tipici stagionali, così come il Velino, mentre resta stabile l’Aniene.

E’ interessante evidenziare come, a parità di stabili condizioni climatiche, il fiume di Roma abbia attualmente una portata nettamente superiore ed un trend di crescita positivo rispetto all’Adige: generalmente nel principale bacino delle Alpi Orientali dovrebbe scorrere oggi il 57% d’acqua in più rispetto al Tevere, mentre invece i flussi sono ora inferiori del 33%”, commenta Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI.

Nel Sud Italia la tendenza non cambia: in Campania diminuiscono le portate di Volturno, Sele e Garigliano. In Basilicata, complice il bel tempo e l’avvio della stagione irrigua, i volumi degli invasi si stanno riducendo dopo il rapido riempimento dovuto ai nubifragi di inizio mese; in una settimana si sono persi quasi 8 milioni di metri cubi, con le principali dighe — Monte Cotugno, Pertusillo, Camastra e Basentello — che attualmente raccolgono circa 398 milioni di metri cubi. In controtendenza la Puglia, dove i bacini della Capitanata registrano ancora un incremento, raggiungendo 294,36 milioni di metri cubi, pari all’89% della capacità autorizzata.

Ancora una volta l’Italia idrica si sta capovolgendo e, come previsto, le criticità si stanno registrando maggiormente al Nord. E’ questa fotografia a segnalare l’esigenza di infrastrutture idrauliche come invasi e reti di collegamento, capaci di calmierare l’estremizzazione degli eventi atmosferici, raccogliendo l’acqua piovana per trasportarla laddove necessario”, conclude il Presidente di ANBI, Francesco Vincenzi.

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