Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Conti pubblici italiani (di nuovo) sotto pressione
Le prime calure primaverali non hanno portato il sereno sui conti pubblici italiani. Anzi. Come annunciato da un evidentemente depresso Giancarlo Giorgetti, la revisione dei conti pubblici è una vera doccia gelata sulle ambizioni del nostro Paese. Prima di tutto, il rapporto tra deficit e pil rimane sopra il 3,1% e quindi non ci permette di uscire dalla procedura d’infrazione. Non si tratta di una banale coccarda da appuntarsi sul petto, ma di un dettaglio dirimente per la credibilità del nostro Paese e per la possibilità di avere una maggiore flessibilità in Europa.
Un disastro che si somma a quello del taglio alle stime di crescita del prodotto interno lordo (+0,6% nel 2026) e a un ulteriore incremento dello stock di debito tornato prepotentemente sopra il 133% del pil. Insomma, non siamo messi bene e c’è poco da festeggiare. Ma soprattutto, non dimentichiamo – e questo per voler essere più realisti del re – che la fotografia del nuovo documento di finanza è a oggi, ma se dovesse protrarsi la crisi in Medio oriente si rischierebbe di registrare addirittura qualche segno “-“.
La verità, però, è che in molti hanno fatto i conti senza l’oste. Cioè senza riflettere sul fatto non banale che con quest’anno si chiuderà l’erogazione del Pnrr che è stato speso in maniera deficitaria ma che comunque ha aiutato il nostro Paese a crescere in maniera robusta. Senza di esso oggi parleremmo di una situazione assai drammatica. Eppure, nessuno sembra accorgersene e continuiamo come l’orchestrina del Titanic.
La colpa ovviamente non è del governo di Giorgia Meloni, che pure ha nel ministro Giorgetti un interprete non esattamente coraggioso e spregiudicato, ma di un’Europa che come al solito arriva in ordine sparso a comprendere la vastità dei problemi. Se il vicepresidente Dombrovskis, nonostate una crisi energetica che ricorda quella degli anni ’70, dice che non c’è spazio per una deroga al Patto di Stabilità significa che ancora una volta si preferisce guardare agli “zero virgola” e non all’economia reale, all’inflazione che tornerà a correre, alla gente che già è fiaccata da mesi difficilissimi ma che continua a non vedere una speranza.
Serve un piano straordinario, un’economia di guerra, un’iniezione da centinaia di miliardi nell’asfittico sistema europeo. Già ma chi lo fa? Nel 2020 si è lottato a lungo prima di riuscire a stanziare le cifre necessarie. Oggi servirebbe il coraggio di Mario Draghi di annunciare un piano efficace, per investimenti strategici, per abbandonare definitivamente la dipendenza dal gas russo, che punti sulle rinnovabili, sul nucleare, su un’autarchia energetica che non è una brutta parola sovranista, ma un bel bagno di realtà.
Ecco: in Europa oggi manca qualcuno che scuota per la giacchetta i Paesi membro e dica loro chiaramente che senza un nuovo Pnrr si va a fondo. Il tutto mentre la tensione sotterranea tra Cina e Stati Uniti inizia a montare, il biondo presidente americano si traveste da Caligola e la congiura di palazzo che potrebbe roversciarlo non si intravvede all’orizzonte. E insomma, c’è poco da stare allegri. Se il Pnrr ebbe una dotazione complessiva di 648 miliardi di euro, oggi bisogna ragionare in trilioni, la dimensione minima con cui si misurano anche le multinazionali. O si agisce o si scompare, non ci sono più vie di mezzo.
Rinnovo Patente? Facile ed Economico
Questo articolo è stato pubblicato in origine su questo sito internet