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Tregua in Iran: “Il vero ostacolo? Israele: le proposte Usa considerate intollerabili da Tel Aviv”, parla l’analista 

Mentre le indiscrezioni sul presunto scontro tra Donald Trump e i vertici militari riguardo ai codici nucleari riaccendono i timori della Guerra Fredda, l’equilibrio tra Washington e Teheran si fa sempre più precario. Tra colloqui disertati, tregue fragili e il controllo strategico dello Stretto di Hormuz, il confronto tra le due potenze sembra scivolare verso un’ambiguità pericolosa, dove la minaccia dell’atomica e la realtà dei movimenti militari nel Golfo si intrecciano senza sosta.

Le posizioni restano distanti: da un lato la fermezza iraniana sui programmi missilistici, dall’altro la pressione statunitense che punta a forzare un negoziato complesso. In questo scenario, sorgono interrogativi inquietanti: quanto è reale il rischio di un’escalation nucleare o di attacchi mirati contro obiettivi sensibili come l’isola di Kharg? E in che modo il controllo delle rotte energetiche sta mettendo in discussione il primato globale di Washington?

A fare chiarezza è l’analista geopolitico e firma della rivista Domino, Franz Simonini, che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “In circostanze di guerra avanzata l’opzione nucleare fa parte della dottrina statunitense, ma la procedura resta complessa e mediata. Non esiste un semplice ‘pulsantone rosso’ da schiacciare a piacimento”.

Secondo le indiscrezioni, il Generale Caine avrebbe negato l’uso dei codici nucleari a Trump. È credibile collegare le dichiarazioni passate del Presidente — in cui evocava la possibilità di “distruggere un’intera civiltà” — a una reale intenzione di ricorrere all’arma atomica? 

“Le dichiarazioni di Donald Trump sulla distruzione di “un’intera civiltà” indicano che un pensiero interno sull’opzione nucleare sia stato effettivamente formulato, anche perché, in contesti di guerra avanzata, tale risorsa fa parte della dottrina statunitense. I toni sono stati estremamente elevati, richiamando i momenti di massima tensione della Guerra Fredda. Tuttavia, va fatta chiarezza tecnica: l’indiscrezione su uno scontro tra Trump e il Generale Dan Caine è trapelata da un’intervista dell’ex funzionario CIA Larry Johnson a Fox News.

Bisogna però ricordare che il sistema statunitense non permette al Presidente di agire in totale solitudine. Anche se ha l’ultima parola, gli vengono sottoposte opzioni già strutturate dai dipartimenti di Stato, Difesa e dalla Cia. Tra il “nuclear football” (la valigetta sempre al seguito) e il “biscuit” (il foglio con i codici), la procedura resta complessa e mediata: non esiste un semplice “pulsantone rosso” da schiacciare a piacimento”.

L’Iran ha disertato i colloqui in Pakistan definendoli una ‘perdita di tempo’ e blindando i suoi programmi missilistici. Che tipo di strategia negoziale indica questa chiusura totale? Esiste ancora un margine reale per un negoziato?

“Esiste un’incompatibilità di fondo su diversi fronti, in particolare quello missilistico: Washington chiede lo smantellamento totale dell’apparato di Teheran, il che equivarrebbe a una capitolazione inaccettabile per l’Iran. Qualche margine in più si registra sulla questione nucleare, dove si potrebbe tornare a negoziare sui binari dell’accordo dell’era Obama per i controlli civili. Il vero ostacolo è però l’asse con Israele: le proposte che gli Stati Uniti potrebbero avanzare all’Iran risulterebbero spesso intollerabili per Tel Aviv, che continua a colpire il sud del Libano puntando all’annessione fino al fiume Litani. Inoltre, l’Iran sente di essere in una posizione di forza strategica: pur avendo subito colpi tattici, controlla di fatto lo Stretto di Hormuz.

Questa gestione mette in crisi la struttura della globalizzazione a guida statunitense, sminuendo la capacità di controllo imperiale di Washington sugli stretti globali. La Repubblica Islamica ha quindi colto la palla al balzo per continuare a porre le proprie condizioni, convinta che i prossimi mesi offriranno nuovi spazi di manovra, utili a verificare se queste premesse sfoceranno in un accordo effettivo o in un’escalation più elevata rispetto a quella vista finora”. 

Dopo la proroga della tregua annunciata da Trump, siamo di fronte a una reale finestra di de-escalation o a una pausa tattica destinata a preparare una nuova fase di scontro? Quali scenari geopolitici possiamo attenderci nei prossimi mesi?

“Queste pause tattiche sono strumenti ambivalenti. La distensione temporanea serve a tutti gli attori — USA, Paesi del Golfo, Iran e Israele — per riorganizzarsi e approfondire i canali diplomatici. Allo stesso tempo, però, permette a Washington di spostare truppe, navi e mezzi nel Golfo Persico, aumentando la capacità militare nella zona per intensificare la pressione negoziale e “mostrare i muscoli”. In questo contesto, resta sul tavolo l’opzione di attacchi limitati nelle prossime settimane contro isole iraniane nevralgiche, come quella di Kharg, da cui transita il 90% del greggio di Teheran.

Lo scenario si allarga però oltre il Golfo: le tensioni dialettiche tra Turchia e Israele potrebbero spostarsi sul campo in Siria, dove i due fronti si stanno avvicinando pericolosamente. Sullo sfondo restano le conseguenze economiche del blocco di Hormuz per un’Europa sempre più fragile, l’aumento delle pressioni statunitensi su Cuba e la costante minaccia della Repubblica Popolare Cinese nell’Indo-Pacifico”.

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