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Iran, Pigoli ad Affaritaliani: “Così la morsa di Teheran sui mari soffoca le nostre esportazioni e la competitività dell’industria”

Il quadrante mediorientale resta l’epicentro di una crisi che minaccia la stabilità internazionale. Il confronto tra Washington e Teheran non riguarda più solo gli equilibri politici, ma incide direttamente sulle rotte marittime essenziali per il trasporto di merci ed energia. Mentre il recente vertice di Parigi tra i leader europei ha tentato di definire una strategia comune per proteggere i commerci, il rischio che la tensione sfoci in un conflitto aperto rimane una preoccupazione costante per le economie del continente.

In uno scenario dove i tentativi diplomatici sembrano spesso fragili, emergono interrogativi determinanti: l’Unione Europea possiede davvero le risorse necessarie per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz? E quanto sono concrete le speranze di una tregua, mentre il fronte dello scontro continua ad allargarsi dal Mar Rosso al Libano?

A fare chiarezza è Aldo Pigoli, docente presso l’Università Cattolica di Milano e la SIOI di Roma, oltre che coordinatore del comitato scientifico e di indirizzo dell’Associazione Italiana Analisti Intelligence e Geopolitica (AIAIG), che ad Affaritaliani analizza le reali possibilità d’azione dell’Europa, le strategie di pressione dell’Iran e la complessità dei negoziati attualmente sul tavolo.

L’iniziativa europea al vertice di Parigi con Macron, Meloni, Merz e Starmer può segnare una reale autonomia strategica dell’Unione Europea nella crisi di Hormuz?

“Può essere un passo avanti, ma non ancora una piena autonomia strategica. Il dato politico rilevante è che i leader europei stanno cercando un coordinamento su crisi ad alta intensità, invocando una cornice marittima comune per la libertà di navigazione. Tuttavia, tra ‘voce politica’ e ‘autonomia’ c’è distanza: disponiamo di capacità diplomatiche e navali, ma manchiamo di una catena decisionale unitaria e della massa critica militare e di intelligence che gli Stati Uniti mantengono nel Golfo.

L’Europa non parte da zero, avendo già strumenti come la missione Aspides e il framework EMASoH/AGENOR, sebbene oggi siano insufficienti rispetto all’escalation. L’UE può giocare un ruolo se saprà scortare il traffico commerciale ed esercitare pressione diplomatica per evitare la politicizzazione degli stretti. I rischi restano elevati: a differenza dei ribelli Houthi, l’Iran è un apparato statale strutturato. Una missione europea rischierebbe incidenti e tensioni politiche con Washington; la sfida è mostrare maturità attraverso un’iniziativa definita, difensiva e giuridicamente solida”. 

Quali sarebbero le conseguenze concrete di un blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb e cosa cerca di ottenere l’Iran con questa minaccia?

“La prima precisazione è fondamentale: un eventuale blocco del Bab el-Mandeb da parte dell’Iran si eserciterebbe soprattutto in via indiretta, tramite gli Houthi yemeniti. Le conseguenze concrete di una chiusura, o anche solo di una forte instabilità, sarebbero immediate: vedremmo le navi costrette a circumnavigare l’Africa, tempi di transito dilatati, premi assicurativi alle stelle e una crescita dei noli che colpirebbe duramente le catene di fornitura tra Asia ed Europa. Il sistema Suez–Bab el-Mandeb è vitale per l’Unione Europea, sia per i volumi di traffico energetico sia per il settore manifatturiero.

Per l’Italia, nello specifico, un blocco prolungato si tradurrebbe in rincari logistici diretti, ritardi per l’industria esportatrice e una nuova spinta inflazionistica. Non si tratta di uno shock astratto, ma di una perdita di competitività reale per le nostre imprese. 

Quanto agli obiettivi di Teheran, la minaccia serve ad alzare il costo economico globale del conflitto per aumentare la pressione internazionale verso un negoziato. L’Iran vuole dimostrare di poter colpire in modo sistemico, legando il futuro del commercio mondiale alla propria deterrenza e alla fine del proprio isolamento politico. Non puntano necessariamente alla chiusura totale, ma a rendere credibile la minaccia per condizionare mercati e governi”.

Quanto è credibile oggi l’ipotesi di un negoziato, alla luce del continuo alternarsi tra cessate il fuoco e nuove operazioni militari?

“L’ipotesi è credibile, ma estremamente fragile. Esistono mediazioni attive e una maggiore disponibilità al dialogo tra attori come Pakistan, Stati Uniti e Iran; la stessa Teheran ha avanzato aperture condizionate sul transito nello Stretto di Hormuz. Il problema resta l’instabilità strutturale del conflitto: se da un lato si parla di tregua, dall’altro proseguono le pressioni militari e restano irrisolti nodi enormi come il dossier nucleare, le sanzioni e il ruolo dei proxy regionali. Più il perimetro delle trattative si amplia, più il percorso diventa arduo.

Pesa, inoltre, l’assenza di una strategia univoca da parte di Washington e la tensione crescente tra gli Stati Uniti e diversi partner europei. Va poi considerata la determinazione del governo israeliano nel proseguire l’offensiva in Libano per completare la propria cornice di sicurezza.

Oggi parlare di pace appare azzardato: siamo di fronte a processi negoziali complessi e spesso coercitivi, dove il rischio è un risultato ‘a somma zero’. I cessate il fuoco, al momento, servono a congelare temporaneamente l’escalation, ma non rappresentano ancora una vera convergenza politica, date le divergenze profonde e gli obiettivi degli attori in costante mutamento”. 

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