Rinnovo Patente all'Isola d'Elba? Facile ed Economico

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                <em>Da Jacopo Bononi-presidente del Premio letterario La Tore isola d’Elba</em>

‘Il cacciatore di aquiloni’ (titolo originale The Kite Runner) è il primo romanzo dell’autore afghano-americano Khaled Hosseini, pubblicato nel 2003 e diventato un bestseller mondiale. È una storia intensa che intreccia drammi personali e la turbolenta storia dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni.

Nel libro, la pratica del Bacha Bazi (letteralmente gioco con i bambini’) non viene citata esplicitamente con questo nome tecnico, ma ne costituisce uno dei pilastri narrativi più crudi e centrali, rappresentando il culmine della depravazione e del trauma.

Il rito si intreccia alla storia attraverso due momenti chiave che riflettono la ciclicità del male e della redenzione. Nella prima parte del libro, ambientata negli anni ’70, il bullo Assef incarna la figura del predatore. Sebbene in quel momento Assef sia solo un adolescente, la violenza sessuale che infligge a Hassan in un vicolo di Kabul ricalca la dinamica di sottomissione e abuso tipica di questa pratica, dove un soggetto forte abusa di un “inferiore” (in questo caso un Hazara) per riaffermare il proprio potere. È nella terza parte del romanzo che il Bacha Bazi emerge in tutta la sua forma rituale e istituzionalizzata sotto il regime dei Talebani: Amir scopre che Sohrab (figlio di Hassan) è stato venduto da un orfanotrofio a un ufficiale talebano. Quando Amir ritrova Sohrab, il bambino è costretto a indossare abiti femminili (campanelli alle caviglie, trucco pesante) e a danzare per intrattenere gli uomini durante i banchetti. Questa è la descrizione letterale del Bacha Bazi: ragazzi adolescenti usati come ‘giocattoli’ danzanti e schiavi sessuali. Si scopre che l’ufficiale talebano è proprio Assef, che ha portato la sua ossessione per l’abuso di bambini Hazara nel nuovo ordine politico dei Talebani.

Il libro vuole mostrare l’ipocrisia del regime perché i Talebani tornati al pieno potere nel 2021 dopo lo sventurato ritiro USA dal Paese, pur professando una morale religiosa estrema, tollerano e praticano l’abuso sistematico di minori e tenta di chiudere il cerchio della redenzione. Salvando Sohrab dalle grinfie di chi pratica il Bacha Bazi, Amir riesce finalmente a ‘tornare a essere buono’, affrontando quel dolore che non aveva avuto il coraggio di combattere quando colpì Hassan. Volendo fare un accostamento culturale di natura politica viene spontaneo porre a confronto due regimi sanguinari, come quello talebano e quello iraniano che poi, specie nel secondo caso, mai come ora ci porta all’attualità.

I regimi iraniano e talebano condividono una struttura di potere basata su un’interpretazione ultra-conservatrice della legge islamica (Sharia), che si traduce in un sistema di apartheid di genere e in una repressione sistematica del dissenso politico. Sebbene l’Iran mantenga una struttura statale più complessa (con elezioni, seppur limitate), entrambi i sistemi utilizzano il controllo sociale per mantenere l’ordine teocratico. Punti di convergenza nell’oppressione e negli abusi Repressione sistematica delle donne: in entrambi i Paesi, il corpo femminile è il principale terreno di controllo politico. Ci sono poi i codici di abbigliamento: l’obbligo del velo (hijab in Iran, burqa o coperture integrali in Afghanistan) è imposto con la forza. In Iran, la morte di Mahsa Amini nel 2022 ha evidenziato la brutalità della ‘polizia morale’. La cultura dei bacha bazi, cuore pulsante del libro di Hosseini e la segregazione delle donne in Afghanistan sono facce della stessa medaglia: un sistema patriarcale estremo dove il genere femminile è rimosso dalla sfera pubblica. Il collegamento tra le due pratiche risiede in una dinamica di sostituzione e controllo: poiché le donne sono segregate e invisibili, i ragazzi giovanissimi vengono ‘femminilizzati’ per riempire il vuoto sociale e sessuale creato da tale assenza. Il legame strutturale tra segregazione e abusi si estrinseca nella sostituzione del ruolo femminile. In una società che vieta alle donne di ballare, cantare o partecipare a eventi pubblici, i bacha bazi vengono costretti a indossare abiti femminili, truccarsi e intrattenere gli uomini. Essi diventano ‘surrogati’ delle donne nella sfera dell’intrattenimento maschile. Si assiste alla manifestazione del massimo patriarcato: la logica sottostante è riassunta dal brutale detto locale: le donne sono per crescere i figli, i ragazzi sono per il piacere. Questa visione relega la donna a mera funzione riproduttiva e sposta l’oggetto del desiderio e del prestigio sociale su giovani maschi sottomessi. L’estrema segregazione rende quasi impossibile il contatto tra uomini e donne fuori dal matrimonio. Paradossalmente, in alcuni contesti ultra-conservatori, l’abuso su minori maschi è stato storicamente percepito come ‘meno peccaminoso’ o socialmente più gestibile rispetto alla rottura dei tabù legati all’onore femminile. Come la segregazione della ‘propria’ donna è vista come segno di onore, il possesso di un bacha bazi è considerato dai signori della guerra e dai potenti come uno status symbol. Entrambe le pratiche servono a riaffermare il dominio assoluto dell’uomo adulto su soggetti vulnerabili.

Le barbarie continue sono all’ordine del giorno e non basta dire siamo contro questi regimi, condanniamo le loro barbare tradizioni, siamo avversi a certi sistemi politici corrotti e anti-liberali. Bisogna denunciare, combattere e usare anche la forza (almeno quella intellettuale) contro chi non avrebbe alcuna remora a metterci a testa in giù in una piazza, sempre che la testa ce la facesse tenere. Chi scrive ha una formazione non solo liberale, ma anche radicale per cui prima di tutto viene la libertà e per cui essere libertari è più importante che essere antifascisti.
Quindi nulla è più lontano da me dell’idea che esista e faccia proseliti una specie di ‘gendarmeria culturale’ del mondo che imponga le proprie regole e le proprie usanze e che faccia dei propri princìpi una bandiera o che si assista a moderne crociate in nome dei propri valori.
Neppure che sia un ‘tycoon’ qualsiasi a tenere la barra dritta nel Mondo, anche se per sapere con chi si ha a che fare non servono studi approfonditi di sociologia applicata, ma vedere (e proiettare nelle scuole) lo splendido e sottovalutato film ‘The apprentice’. Tuttavia è inaccettabile che in nome del valore della libertà, applicata indistintamente ad ogni regime, anche a quelli sanguinari appena citati, vengano meno le ‘protezioni’ al nostro sistema democratico che per quanto fallace e spesso imperfetto consente a tutte le democrazie occidentali di essere tali. Evitiamo che quegli aquiloni, che dovrebbero farci volare alto, aprano la strada a chi senza alcuna pietà calpesterebbe ogni nostro aquilone caduto e come accade in certe realtà poi gli darebbe pure fuoco.

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