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Non è stata solo una valutazione industriale. La partita su Roberto Cingolani si è chiusa altrove: nella convinzione, maturata ai piani alti di Palazzo Chigi – e non da ieri, ma da mesi – che attorno all’ad si fosse consolidato un sistema relazionale diventato ormai ingestibile. Si, è vero, il rapporto con gli americani e la frenesia dell’annuncio su Michelangelo Dome hanno, negli ultimi giorni, irritato non poco la premier. Ma è quella che si potrebbe considerare solo la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Raccogliendo le testimonianze di numerose fonti politiche, governative e industriali, Affaritaliani è infatti in grado di ricostruire le vere ragioni del reset deciso dal governo su una delle più importanti partecipate strategiche del Paese. Ragioni che in queste ore trovano conferma nell’esecutivo attraverso quella che – da più parti – viene definita “una isterica reazione del management uscente”, ascrivibile “ai continui attacchi di Dagospia diffusi in questi giorni verso la premier Giorgia Meloni e a difesa di Cingolani stesso. Tutto piuttosto indicativo”, osservano alcune fonti di governo. E non è un caso che proprio i contributi elargiti da parte di Leonardo al noto sito di gossip e politica, come in passato già rivelato da alcuni organi di stampa, fossero finiti al centro di una dura reprimenda – la prima, di tante – avanzata dalla premier in persona nei confronti del suo CEO.
Pesano, peraltro, e non poco, le parole che in queste ore avrebbe pronunciato lo stesso ormai ex amministratore delegato ai suoi, secondo cui sarebbe stato colpito poiché lontano dai “circoletti romani”. Accuse ritenute “infondate” che alimentano fastidi e ironie tra la maggioranza. Alcuni ricordano infatti quando Cingolani riuscì “a saltare dal carro di Renzi a quello di Grillo e poi su quello di Draghi”. Scavando a fondo, in effetti, a emergere è una realtà finora taciuta sui giornali ma ben registrata negli archivi del deep state, una realtà che ci riporta invece proprio dentro i “circoletti romani” tanto criticati da Cingolani stesso. Ed è la realtà del suo “cerchio magico”, dicono in molti.
È vero, i risultati ottenuti dal fisico sono stati affidabili rispetto all’incremento del titolo negli ultimi tre anni. E a dirlo in una nota è stato Giovanbattista Fazzolari stesso. Anche se a onor del vero sono numerosi gli analisti che sottolineano meriti solo marginali di Cingolani, considerando che con i conflitti a Gaza, in Ucraina e il riarmo europeo è stato tutto il comparto dell’aerospazio a registrare numeri incredibili.
Ma ciò che più ha pesato è stato un sistema relazionale consolidatosi in Leonardo e giudicato “opaco” da moltissimi stakeholder, nonché alcune sgrammaticature istituzionali verso l’esterno che hanno progressivamente contribuito a erodere il rapporto tra Giorgia Meloni e Roberto Cingolani. Col tempo, tutto questo avrebbe prodotto più tensioni che stabilità nel Gruppo. L’hanno ben accennato i colleghi Simone Canettieri e Marco Galluzzo sul Corriere della Sera, parlando di “metodi” utilizzati contro alcuni manager stimati. Si è fatto l’esempio dell’allontanamento immediato dell’ex CFO Alessandra Genco, stimatissima manager dalle parti del MEF. Si è fatto l’esempio della sostituzione di Stefano Grassi da LGS, con deleghe attribuite “in troppa fretta” (diceva il Corriere di sabato) al responsabile delle relazioni istituzionali Filippo Maria Grasso, al quale il Fatto Quotidiano nel 2020 aveva dedicato un approfondimento giornalistico definendolo “l’amico di Bisignani”. E si sa che Giorgia Meloni ha spesso palesato la sua scarsa sopportazione – eufemismo – per Luigi Bisignani.
Si è fatto, ancora, l’esempio dello stesso Lorenzo Mariani, allontanato da direttore generale del Gruppo poco dopo e rientrato sobriamente in Mbda, in un silenzio che invece nel tempo ha saputo premiarlo, perché Chigi ne ha apprezzato la compostezza in un momento di grande caos dove sistematicamente lamentele e vicende poco trasparenti riguardanti Leonardo venivano riportate sul tavolo della premier Giorgia Meloni. Un atteggiamento premiato con la nomina di Mariani – persona di grande esperienza, come ricordavano vari apparati del deep State – proprio a successore di Cingolani, per spazzare via le polemiche. Una di queste era stato proprio il caso della Deas, ampiamente affrontato dalla stampa, su cui sembra che il primo ad opporsi all’acquisto fosse stato proprio Mariani in persona.
Ma si può, altrettanto, fare l’esempio anche di Enrico Peruzzi, storico e apprezzato manager del gruppo Leonardo, “cacciato in malo modo e con arroganza”, confida qualcuno, anche lui con la “presunta accusa di aver dato un esito negativo al primo assesment condotto dall’azienda sull’ipotesi di acquisto di Deas”, aggiungono le stesse fonti, “e solo perché sua moglie è Domitilla Benigni, Ad di Elettronica S.p.A., ma Peruzzi è un manager tutto d’un pezzo, non si può accusare di queste cose”. Deas, sulla cui fondatrice Stefania Ranzato c’è oggi un’indagine in corso, non è poi più stata presa in considerazione da Leonardo.
Ma non solo: anche il duro scontro registrato con il Vaticano a gennaio 2024 aveva condizionato l’approccio del governo nei confronti di Cingolani e dei suoi uomini più vicini. Allora, l’Ospedale Bambino Gesù aveva rifiutato una donazione di Leonardo di 1,5 milioni di euro spiegando che non avrebbe mai accettato dei soldi da chi produce armi e morte. L’episodio era finito sulla stampa nazionale e anche internazionale e aveva costretto Palazzo Chigi e la premier ad aprire un canale di mediazione e dialogo con la Santa Sede per risolvere l’incomprensione. In quella fase era stata una telefonata furibonda della premier al CEO in persona – che riportano autorevoli fonti di governo ad Affaritaliani – a evidenziare l’imbarazzo del governo. “Erano state valutate come incomprensioni occasionali, ma nel tempo sono aumentate”, si commenta. Così sarebbero iniziate a emergere tensioni tra manager, dinamiche conflittuali, c’è chi parla persino di “dossieraggi interni” redatti contro alcuni dirigenti. In più, l’aspetto tecnico: ovvero programmi annunciati e mai messi a terra, l’assenza di certificazioni, idee che avevano trovato spazio solo sui titoli dei telegiornali ma che in produzione non erano ancora neanche state messe a tavolino. Peraltro, idee contestate anche strategicamente dai vertici militari, come quella di investire sui carri armati invece che sui droni assai più futuribili nell’ottica di tensioni geopolitiche crescenti.
Elementi che — al di là delle singole versioni — avrebbero contribuito a consolidare una convinzione trasversale, che non riguarda solo la maggioranza ma anche ambienti dell’opposizione: ovvero che in Leonardo si fosse aperta una fase di forte instabilità interna, difficilmente compatibile con il ruolo strategico dell’azienda.
E nel tempo tutto questo ha iniziato a sollevare l’interesse anche del sottosegretario Fazzolari su cosa si stesse muovendo. Non ultima la promozione di Helga Cossu a direttrice della comunicazione pochi giorni prima delle nomine, ma al centro del mirino ci sarebbero anche alcuni comitati strategici costituiti – sospetta qualcuno – per “giustificare alcuni aumenti esponenziali degli stipendi per una parte del top management”.
Con l’avvicinarsi di una fase delicata — tra referendum, partite aperte e prospettiva elettorale — la valutazione politica ha dunque improvvisamente preso il sopravvento e a Palazzo Chigi si è fatta strada una linea netta: non ci si possono permettere ambiguità né zone grigie in una partecipata strategica. Da qui la scelta della Presidente Meloni: riportare il dossier sotto un controllo diretto, affidandolo a Giovanbattista Fazzolari e avviando un reset complessivo. Un reset che non riguarderà solo l’AD, ma con ogni probabilità l’intero sistema costruito attorno a lui. Il messaggio è chiaro: la stagione delle tensioni interne deve chiudersi. Anche se c’è chi si domanda se alcune liquidazioni di alcuni manager siano già state avviate allo scopo di ottenere una buonuscita più cospicua prima dell’arrivo del nuovo management.
“Verificheremo ogni aspetto perché oggi la vera posta in gioco non è solo Leonardo, ma la credibilità del sistema che le ruota attorno”, spiegano dal Mef. La nota di apprezzamento a Cingolani? Da tutti in Transatlantico viene letta come un atto dovuto. “D’altronde – ragiona qualcuno – se ci fosse stata tutta questa stima verso Cingolani non lo avrebbero lasciato a piedi”. Sipario.
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