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Gli Stati Uniti volevano la riapertura immediata di Hormuz e una svolta sull’uranio arricchito, l’Iran ha chiesto fondi sbloccati e risarcimenti

Nessuna intesa dopo oltre venti ore di negoziato. I colloqui tra Stati Uniti e Iran, conclusi poco prima dell’alba a Islamabad, si sono chiusi senza accordo e con tre questioni ancora aperte che hanno impedito il compromesso: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino delle scorte di uranio altamente arricchito e lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero.

Washington ha fatto sapere di aver presentato la propria “offerta finale”, ma Teheran non ha dato il via libera. Il vicepresidente JD Vance ha parlato di “linee rosse” non superabili e, dopo il lungo confronto, ha dichiarato: “Abbiamo chiarito in modo inequivocabile quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a cedere e su quali no”.

Il primo nodo riguarda proprio Hormuz, lo snodo decisivo per il traffico energetico mondiale. Gli Stati Uniti avrebbero chiesto la riapertura immediata del passaggio a tutto il traffico marittimo. L’Iran, invece, si sarebbe rifiutato di rinunciare subito a questa leva strategica, facendo sapere di essere disposto a muoversi solo dentro un accordo di pace definitivo.

Il secondo dossier è quello nucleare. Sul tavolo c’era il futuro di circa 900 libbre, pari a 408 chili, di uranio altamente arricchito. La richiesta americana, spinta anche dal presidente Donald Trump, era quella di trasferire o vendere l’intero stock vicino alla soglia militare. Teheran ha presentato una controproposta, ma senza che si arrivasse a un’intesa.

Il terzo punto di rottura riguarda il denaro. L’Iran ha chiesto lo sblocco di circa 27 miliardi di dollari di proventi petroliferi congelati all’estero, in Paesi tra cui Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania. Non solo. La delegazione iraniana ha chiesto anche risarcimenti per i danni provocati da sei settimane di attacchi aerei. Richieste che la parte americana ha respinto.

Nonostante il fallimento del negoziato, il faccia a faccia viene comunque letto come un passaggio politico rilevante. A guidare la delegazione iraniana è stato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha incontrato direttamente Vance in un confronto definito “cordiale e calmo”. Si tratta del livello più alto di contatto diretto tra i due Paesi dalla rottura delle relazioni diplomatiche nel 1979, dopo la Rivoluzione islamica.

Per questo, anche senza accordo, il negoziato viene considerato un segnale di apertura. L’analista Vali Nasr ha commentato così il valore del confronto: “Si tratta dei colloqui diretti più seri e prolungati tra Stati Uniti e Iran, e riflettono l’intenzione di entrambe le parti di porre fine al conflitto”.

Il dialogo esiste, ma i tre snodi più pesanti – stretto, nucleare e fondi – continuano a dividere profondamente Washington e Teheran. Ed è proprio lì che, almeno per ora, si è fermata la trattativa.

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