Rinnovo Patente all'Isola d'Elba? Facile ed Economico

<em>Da Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario La Tore Isola d’Elba</em>
‘L’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra: soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra. Il teatro italiano, in questo contesto (in cui l’ufficialità è la protesta), si trova certo culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il teatro nuovo, che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del ‘Living Theatre’ (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale), è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. È la feccia della neoavanguardia e del ’68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra.’ (Pier Paolo Pasolini, dal ‘Manifesto per un nuovo teatro’, pubblicato per la prima volta su ‘Nuovi argomenti’, 1968). Difficile dire che non sia ancora così attuale il pensiero di un intellettuale come Pier Paolo Pasolini. Omosessuale dichiarato, marxista ed esempio estremo di una ‘vita violenta’, nel senso di aver offerto sé stesso alle sue idee fino alla morte. Anticonvenzionale e fuori da ogni schema, egli ha vissuto il privato in modo molto lontano dal conformismo e dall’oscurantismo cattolico degli anni post-bellici fino alle varie ‘rivoluzioni culturali’ che sono iniziate e poi seguite al ’68. Pasolini ebbe sempre una visione critica non solo verso il sistema capitalistico e consumistico che disprezzava, ma non lesinò neppure feroci giudizi anche in merito al conformismo, appunto, di cui sopra. Esiste uno ‘sport’ molto diffuso negli ultimi tempi in Italia ossia quello di arruolare artisti ed intellettuali dalla propria parte senza avere l’obbligo di chiedere un parere (sull’arruolamento) al diretto interessato, perché sovente già passato a miglior vita. Pessimo sport che viene praticato da sinistra a destra, senza esclusione di colpi. Sembra invece inequivocabile l’ ‘incasellabilità’ del Nostro, che appare lampante. Lo fu per lui in vita, quando per presunte violenze su minori subì i primi processi che poi nel tempo si spostarono da fatti privati a fatti pubblici, con decine di azioni legali soprattutto per ‘attentato alla moralità’ o ‘vilipendio alla religione cattolica’, poi archiviati in relazione all’ottica particolare della sua poetica cinematografica. Lo fu dopo la morte. La sua poesia, dicono molti autorevoli critici suoi estimatori, non fu all’altezza del suo cinema o della sua saggistica e sono critici e scrittori molti informati ed edotti in materia. Non ho motivo di dubitarne. In effetti la parte saggistica del Pasolini autore risulta non solo molto più graffiante, quanto piuttosto di una sconcertante attualità. Leggiamo : (…) ‘Vediamo: la parola ‘sviluppo’ ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di ‘destra’. (…) Chi vuole infatti lo ‘sviluppo’? (…) è evidente: a volere lo ‘sviluppo’ in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. (…) gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai transnazionali’. La sua critica al sistema consumistico non trova mai soste. Lo fa sempre e lo fa nella poesia, nella saggistica e anche nel cinema, che per lui è l’’approdo’ più amato e il modo di comunicare più diretto anche verso un pubblico che lo seguì da ‘Accattone’ (1961) fino a ‘Salò’ (1975, postumo), con in mezzo capolavori come ‘Mamma Roma’ (1962) con una straordinaria Anna Magnani o ‘Il vangelo secondo Matteo’ (1964), per citare per me i migliori. Era ateo Pasolini, eppure non si scrollò mai di dosso la sua matrice cattolica intesa come marchio laico, intimo e culturale con il quale fare sempre i conti. Ecco. Fare i conti con Pasolini, intendendo con questo stabilire un assioma: un suo giudizio su tutti i fatti e i misfatti della nostra storia recente resta ciò che ci manca di più. Cosa avrebbe detto del fenomeno migratorio incontrollato di questi decenni? Lui che girava il mondo, attirato dalle culture ‘altre’, specie da quelle asiatiche e da quelle africane, spesso ‘set’ dei suoi capolavori. Avrebbe inteso il loro spostarsi una opportunità per noi ‘tronfi’ esponenti della società consumistica oppure avrebbe difeso il diritto alla auto-determinazione politica economica e culturale dei popoli, salvaguardandone quindi la loro incolumità? Avrebbe apprezzato la lodevole salvaguardia del Pianeta, però vista dalle ZTL di certi autorevoli sostenitori del ‘green’ a priori’ oppure avrebbe difeso la ‘classe operaia’ che sta pagando le conseguenze di una delocalizzazione industriale forzata, spesso portata avanti da opulenti dividendi da garantire in seno a consigli di amministrazione senza scrupoli? E via dicendo. Chissà. Di certo ci avrebbe stupito, come stupiva i suoi contemporanei. Era un rivoluzionario e lo dimostrò sempre, in ogni suo gesto pubblico e privato, eppure scrisse: ‘ Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi. Non so quindi cosa farmene di un mondo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo. Detesto tutto di esso: la fretta, il frastuono, la volgarità, l’arrivismo. Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.’ Sono mille gli esempi che possiamo trarre dalla sua poetica che ci possono portare a comprendere quanto fosse radicale e controcorrente anche verso quella ‘sinistra ideologica’ che spesso criticava e contestava, vedi i fatti di ‘valle Giulia’. La sua radicalità lo avvicinò da esterno anche al Movimento Radicale, tanto ne è vero che proprio nei giorni prima di morire stava curando il suo intervento al congresso del partito di Marco Pannella, al quale non potè partecipare perché morì ucciso in modo violento come i suoi ‘Ragazzi di Vita’ raccontava vivevano. Per me vale il racconto che mi fece sempre di lui mio zio Loris Jacopo Bononi che nel 1969 aveva esordito con un folgorante ‘Diario Postumo’ (Cappelli, 1969). Libro che critici come Carlo Bo o Alberto Bevilacqua ebbero modo di lodare e ai quali si unì su ‘Tempo’ nel giugno 1969 il Nostro. Tuttavia avendolo accostato in modo improprio a Tomasi di Lampedusa e a Pizzuto, come in una lettera privata ebbe modo di osservargli mio zio, egli ebbe l’umiltà culturale di scusarsi nella rubrica successiva (Tempo, agosto 1969) con un clamoroso ‘Chiedo scusa a Bononi.’ Ecco, la sua grandezza era questa. Non appartenere a schieramenti ideologici preconcetti di alcun tipo e quindi di non asservirsi a pregiudizi ai quali furono invece asserviti molti suoi detrattori, anche di area. Pare infatti che intellettuali a lui vicini, uno dei quali ebbi modo di ospitare in hotel per il premio Strega anni fa (e lo zio mi disse al telefono di non dirgli che ero suo nipote, tanta e tale era la sua estraneità a certi salotti culturali), non concepirono che fosse apprezzato dal Nostro uno scrittore non solo esordiente e non tanto medico quindi ‘fuori dal giro’, quanto piuttosto anche dirigente industriale. A proposito di conformismo. Tutto questo per significare quanto la vita di Pasolini fu fuori dagli schemi e che sarebbe senza dubbio uno stimolo anche oggi la sua presenza nel dibattito pubblico e culturale. Del resto egli diceva di sé stesso: ‘Io credo che venga interpretato ontologicamente, come del resto lo interpreto io. Credo che l’opinione pubblica lo dipenda con dei fatti preesistenti del mio carattere, della mia psicologia, della mia formazione, soggettivamente; e oggettivamente dal modo di essere della società italiana. La comunione delle due cose non può che fare di me un estraneo’. Come non dargli ragione?
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