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Disimpegno USA dalla NATO? L’esperto: “Impossibile, ma l’obiettivo è liberare risorse contro la Cina”

Mentre le tensioni internazionali tra Stati Uniti e Europa oscillano tra pressioni diplomatiche e strategie militari, il dibattito sulla NATO e sul ruolo americano nel Vecchio Continente diventa sempre più centrale. Tra incontri ad alto livello e dichiarazioni spesso provocatorie, emergono interrogativi cruciali: quanto è concreta la possibilità di un ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica? E quali sarebbero le conseguenze per la sicurezza e gli equilibri regionali?

A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza i retroscena delle dichiarazioni di Donald Trump, le divisioni interne agli Stati europei e le strategie statunitensi nell’Indo-Pacifico: “Gli USA hanno bisogno che l’Europa inizi a gestirsi da sola per potersi concentrare totalmente sul contesto asiatico e sul suo nemico principale: la Cina”.

Alla luce dell’incontro tra Trump e Rutte, quanto è concreta oggi l’ipotesi di un disimpegno degli Stati Uniti dalla NATO e quali sarebbero le conseguenze immediate per la sicurezza europea?

“Per valutare la concretezza di un disimpegno statunitense, bisogna partire da una premessa legislativa fondamentale: Donald Trump, pur come Presidente, non potrebbe decidere autonomamente il ritiro dalla NATO. Una legge stabilita nel 2024 durante la presidenza Biden impone che per uscire dall’Alleanza servano i due terzi dei voti favorevoli del Senato o un atto diretto del Congresso. Si tratta di opzioni che l’area “MAGA” del Partito Repubblicano non possiede materialmente in termini numerici.

Oltre al dato legale, esiste un’impossibilità sistemica: la NATO è la proiezione della potenza e del controllo di Washington sul continente europeo, che resta il fulcro dell’impero stesso. Un ritiro equivarrebbe a dichiarare la fine dell’impero, un evento che storicamente non accade mai volontariamente, anche perché una potenza che si ritira verrebbe chiamata a rispondere delle proprie azioni passate nel resto del mondo. Se tuttavia questa ipotesi impossibile si verificasse, l’Europa tornerebbe alla normalità del sistema anarchico internazionale. Oggi viviamo in una stabilità dettata dalla Pax Americana, ma senza l’egemone ogni Stato dovrebbe pensare esclusivamente alla propria sicurezza primaria. Torneremmo a uno scenario pre-1945, caratterizzato dall’incertezza verso i vicini e dalla vulnerabilità rispetto a potenze esterne che, tra pochi anni o decenni, potrebbero puntare alla conquista parziale o totale del continente”.

Rutte ha riconosciuto che “non tutte le nazioni europee hanno rispettato i propri impegni”: a cosa si riferisce concretamente, e quanto pesano queste divisioni interne nella credibilità dell’Alleanza?

“Il riferimento di Rutte ai mancati impegni è duplice e riguarda sia la gestione della crisi in Iran sia le spese militari. Nel contesto iraniano abbiamo assistito a defezioni significative: la Spagna ha impedito l’utilizzo delle proprie basi ai velivoli americani, l’Italia ha bloccato il transito a Sigonella in base ai trattati bilaterali e la Francia ha negato l’accesso alle proprie basi. Questi Stati hanno utilizzato un tecnicismo del Trattato Nord Atlantico, ovvero la natura esclusivamente difensiva dell’alleanza. Poiché l’Articolo 5 si attiva solo se un membro viene attaccato, e in questo caso sono stati gli Stati Uniti ad attaccare la Repubblica Islamica dell’Iran, i partner europei non si sono sentiti vincolati.

A questo si aggiunge la pressione statunitense per raggiungere il 5% del PIL per la difesa entro il 2035. Mentre alcuni membri stanno aumentando i budget, altri come la Spagna si sono rifiutati di firmare l’ultimo trattato su questi nuovi parametri. Questa spinta americana non mira a una rinuncia all’egemonia, ma a una delega della difesa materiale del continente agli europei, così da poter spostare il grosso delle risorse e delle forze verso il quadrante dell’Indo-Pacifico”.

Le parole di Trump sulla Groenlandia sono solo provocazioni o indicano un interesse strategico reale degli Stati Uniti?

“Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia non sono provocazioni estemporanee, ma riflettono un interesse strategico che ha radici profonde nella storia della sicurezza nazionale statunitense. Per l’isola ci sono stati tentativi di acquisizione già nel 1867, nel 1910 e nel 1946, quando furono offerti 100 milioni di dollari, fino alle recenti proposte tra il 2019 e il 2026, con le cifre record di 700 miliardi di dollari e incentivi diretti per i suoi 57.000 abitanti.

Questa ossessione è dettata dalla geografia: la Groenlandia è la piattaforma perfetta per prevenire ogni possibile invasione del Nord America. L’importanza strategica divenne evidente già nel 1940, quando l’invasione tedesca della Danimarca spinse gli Stati Uniti a prenderne il controllo diretto per proteggere il continente. Oggi, oltre alla difesa territoriale, l’isola rappresenta il fulcro per il controllo delle rotte marittime artiche che si apriranno con lo scioglimento dei ghiacci. Tale valore strategico prescinde persino dalle risorse naturali presenti sul territorio che, nonostante il loro potenziale, restano attualmente difficili da estrarre per via delle enormi difficoltà logistiche”.

Gli Stati Uniti stanno spostando il loro focus sull’Indo-Pacifico per competere con la Cina, a scapito della NATO? E come interpretare le continue critiche di Donald Trump agli europei?

“Lo spostamento delle risorse verso l’Indo-Pacifico è una necessità vitale perché Washington identifica nella Cina il nemico principale del futuro. Sebbene alcune proiezioni del Dipartimento di Stato parlino di una Cina pronta militarmente nel 2029 per un’invasione di Taiwan nel 2030, queste tempistiche sono spesso semplificate per accelerare l’ottenimento di risorse. Più realisticamente, il punto critico si raggiungerà tra 10 o 15 anni.

In questo scenario, le critiche feroci di Trump e dell’amministrazione attuale riflettono un pensiero radicato nell’America profonda. Gli europei vengono descritti come “debosciati” che vivono di benessere alle spalle degli USA, avendo ridotto la propria civiltà al nulla. Questa narrazione serve a giustificare una delega tecnica: gli Stati Uniti hanno bisogno che l’Europa inizi a gestirsi da sola per potersi concentrare totalmente sul contesto asiatico. Washington sa bene che, in un’ipotetica guerra con Pechino, avrà bisogno che gli Stati europei intervengano al proprio fianco per raggiungere la vittoria”.

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