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La politica lombarda torna a fare i conti con l’inchiesta “Hydra” e con il tema delle infiltrazioni mafiose nel tessuto istituzionale ed economico del Nord. A riaccendere il dibattito è una nota del Partito Democratico che chiede un passaggio formale in Consiglio regionale, mentre sullo sfondo si intrecciano la vicenda del selfie con Giorgia Meloni e i presunti contatti politici del collaboratore di giustizia Gioacchino Amico.
A prendere posizione è Silvia Roggiani, deputata e segretaria regionale del Pd lombardo, che invita a evitare “indignazioni a intermittenza” e chiede verifiche politiche oltre a quelle giudiziarie. “Serve una chiarezza che finora non è arrivata”, afferma Roggiani, sostenendo la richiesta di Pierfrancesco Majorino di convocare immediatamente la Commissione speciale Antimafia del Consiglio regionale. L’obiettivo è accertare “se e come il sistema criminale delle mafie abbia tentato di infiltrarsi nelle istituzioni lombarde”. La distinzione, sottolinea il Pd, resta netta: le responsabilità penali spettano alla magistratura, ma esiste anche un piano politico che riguarda la capacità dei partiti di prevenire infiltrazioni. Un tema particolarmente sensibile in Lombardia, dove le organizzazioni mafiose cercano da anni legittimazione nei circuiti economici e istituzionali.
Il selfie di Amico con Meloni fuori dagli atti dell’inchiesta Hydra
Nel dibattito è finita anche una fotografia che ritrae Giorgia Meloni insieme a Gioacchino Amico, presunto referente del clan Senese in Lombardia. Secondo quanto emerso, l’immagine – scattata nel 2019 durante una convention di Fratelli d’Italia a Milano – non risulta agli atti dell’inchiesta. I magistrati potrebbero comunque effettuare verifiche tecniche, anche per escludere eventuali manipolazioni. Dal governo la vicenda è stata ridimensionata come “fango mediatico”, ma per il Pd il punto non è la foto in sé: è la capacità di una figura poi ritenuta centrale nei sistemi mafiosi di muoversi con disinvoltura in ambienti politici e istituzionali.
I presunti contatti politici del pentito Amico
Dalle carte dell’inchiesta emergono diversi elementi sui rapporti coltivati da Gioacchino Amico nel tempo. In alcune intercettazioni, il collaboratore racconta di aver ricevuto la tessera di Fratelli d’Italia e di voler costruire alleanze politiche locali, parlando di un possibile “listone” elettorale.
Negli atti vengono citati anche contatti con esponenti del partito e con loro collaboratori. In un passaggio, Amico avrebbe inoltre chiesto di individuare contatti anche nel Pd e nel Movimento 5 Stelle, con riferimenti a relazioni nell’ambito della gestione dei rifiuti a Napoli. Altri filoni investigativi delineano una rete più ampia di relazioni tra soggetti ritenuti vicini ai sistemi mafiosi e ambienti politici locali in Lombardia, tra amministratori ed ex esponenti di diversi partiti, tutti indicati negli atti come non indagati.
Il contesto: l’inchiesta Hydra
L’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Milano ipotizza un’alleanza strutturata tra Camorra, Cosa Nostra e ’Ndrangheta per gestire affari e investimenti in Lombardia. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe cercato nel tempo sponde e legittimazione anche nel mondo politico. È in questo contesto che si inserisce la richiesta di chiarimento avanzata dal Pd: non un processo parallelo, ma un livello di verifica politica che, secondo l’opposizione, non può essere rinviato.
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