Rinnovo Patente? Facile ed Economico

Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.
Veneto, cresciuto in una famiglia di osti a Conegliano, Daniel Canzian ha aperto a Milano il suo ristorante, Daniel, nel 2013, portando in città una visione gastronomica fondata su essenzialità, rigore e memoria. In una metropoli che corre, cambia e spesso tende a omologare, Canzian ha scelto una strada precisa: difendere l’identità, farne il cuore del proprio lavoro e trasformarla in esperienza per l’ospite.
Milano è una città veloce, competitiva, dove tutto cambia in fretta. Come si difende l’identità di un ristorante?
Proprio andando nella direzione opposta alla confusione. Milano è una città esigente, internazionale, ma sa riconoscere la verità delle cose. Per questo penso che oggi un ristorante debba avere il coraggio di essere sé stesso. L’identità non è uno slogan: è quello che si percepisce entrando in sala, gustando un piatto, vivendo un’esperienza. Io voglio trasmettere ai miei ospiti il racconto di ciò che mi ha portato fino a qui.
Lei parla spesso di una cucina pulita e semplice. Che cosa significa davvero?
Significa togliere, non aggiungere. Amo una cucina pulita, leggibile, semplice solo in apparenza. Oggi spesso si rischia di innovare complicando, di voler stupire a tutti i costi. Ecco, questo è ciò che non voglio fare. Per me il lusso vero è arrivare al punto con equilibrio e rispetto dell’ingrediente, perché la semplicità non è banalità, è consapevolezza.
Quanto conta la sua origine veneta nel suo modo di cucinare?
Moltissimo. Il Veneto fa parte del mio linguaggio, della mia memoria gustativa, del mio modo di vivere la tavola. Non è nostalgia, però: è una radice viva. Io parto da lì per proporre una cucina contemporanea, leggera e attuale. Mi piace pensare alla tradizione non come a un museo, ma come a una base solida da conoscere a fondo per poterla interpretare.
Che cosa vuole lasciare a chi esce dal suo ristorante?
Vorrei che l’ospite uscisse con una sensazione di benessere e chiarezza, con l’idea di aver vissuto qualcosa di autentico. Non cerco l’effetto speciale, ma un’emozione nitida. Mi interessa che si colga il pensiero dietro ogni scelta, senza che questo diventi pesante. La cucina deve accogliere, non sovrastare; gli ospiti devono rilassarsi a tavola, con un messaggio che deve colpire dritto, senza orpelli, e lasciando la piacevolezza del pasto come protagonista.
Prossimi progetti?
Al ristorante stiamo portando avanti un lavoro molto preciso e semplice: mettere sempre di più l’identità al centro per essere riconoscibili, coerenti e credibili. Allo stesso tempo, il mio impegno come presidente europeo di JRE-Jeunes Restaurateurs, l’associazione internazionale che riunisce giovani ristoratori e chef di talento, mi sta assorbendo molto: il 19 e 20 aprile ci sarà il congresso internazionale, un appuntamento importante di confronto. Anche lì, come in cucina, credo conti la concretezza: non momenti formali, ma occasioni utili, capaci di lasciare idee, visioni e contenuti da portare con sé.
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