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ARERA e il tramonto dell’indipendenza: se il controllore indossa la maglia del regolato

In un frangente storico drammatico come quello attuale, segnato da una crisi energetica che non è solo una questione di bollette ma un vero e proprio test di tenuta per la nostra sicurezza nazionale, l’Italia non può permettersi il lusso di avere istituzioni deboli o, peggio, addomesticate. L’autorevolezza del nostro Paese come piattaforma strategica nel cuore del Mediterraneo passa inevitabilmente attraverso l’indipendenza delle sue Autorità di Regolazione. Eppure, osservando le dinamiche interne all’ARERA, sorge il sospetto che l’aggettivo “Indipendente” stia diventando un guscio vuoto, un paravento per una gestione che sembra scivolare pericolosamente verso una funzione di semplice strumento del governo di turno.

L’indipendenza non è un feticcio burocratico, ma la garanzia che le decisioni tecniche siano prese nell’interesse del sistema e non per compiacere i desiderata della politica o dei soggetti regolati. Invece, assistiamo a un accentramento di funzioni che lascia interdetti: un Segretario Generale che, stando al suo stesso curriculum, non vanta alcuna esperienza nei complessi equilibri energetici, eppure si ritrova a gestire non solo la macchina amministrativa ma anche, ad interim, la Direzione degli Affari Istituzionali. Un doppio incarico che concentra nelle mani di un burocrate — privo del necessario background di settore — sia i bulloni della gestione interna che le chiavi del dialogo con la politica. Non un tecnico che amministra, ma un apparato che si sostituisce alla competenza.

In questo modo, l’Autorità non diventa nemmeno un ufficio distaccato dei ministeri — sarebbe già una funzione. Diventa qualcosa di peggio: una struttura che non sa più quale sia la propria missione. A conferma di questo smarrimento, nel pieno di una crisi energetica che investe la sicurezza nazionale, il dirigente responsabile del settore energia è stato spostato all’ambiente. Non una riorganizzazione, ma uno svuotamento: si depotenzia la competenza più critica nel momento in cui sarebbe più necessaria. Si rimescola senza visione, si procede per inerzia burocratica in un frangente che richiederebbe lucidità e capacità di dire no. E invece no non è stato detto a nessuno — men che meno alla politica che, pescando da un mazzo viziato in partenza, ha riempito le caselle con profili gravati da quella continuità con i soggetti regolati di cui diremo. Una scelta che non mette in difficoltà solo l’Autorità, ma lo stesso governo, che si ritrova privo di un interlocutore tecnico credibile proprio quando ne avrebbe più bisogno.

Ma il vero vulnus, quello che rischia di minare la legittimità stessa degli atti prodotti, risiede nella composizione del Collegio. Quando la maggioranza dei componenti — tre su cinque — presenta una continuità professionale con i soggetti che dovrebbero controllare, la domanda non è più se vi sia un’ombra di conflitto d’interessi, ma se esista ancora uno spazio per la terzietà.

Si prenda il caso più dirompente: un Presidente che, nel suo precedente ruolo di Commissario governativo, ha deciso investimenti nel settore vigilato e oggi, dalla stessa Autorità, determina le tariffe che quegli investimenti devono ripagare. Il controllore che giudica le conseguenze delle proprie decisioni precedenti: non servono illazioni, bastano i fatti.

Ma il Collegio presenta anche altre continuità che meritano risposte. Vi è chi risultava distaccata presso la stessa ARERA fino al giorno precedente la nomina, provenendo da Acquirente Unico — soggetto vigilato dall’Autorità. Vi è chi proviene da Sogin, passando per la segreteria tecnica, pur risultando in aspettativa dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. In entrambi i casi, la domanda è semplice e inevitabile: le dimissioni dai precedenti incarichi sono state formalizzate? Esistono atti che attestino la cessazione di quei rapporti? E anche qualora esistessero, è lecito chiedersi se una lettera di dimissioni basti a recidere una continuità di appartenenza, di cultura istituzionale, di rete relazionale che si è consolidata negli anni. L’indipendenza non si fabbrica con una PEC.

Un’Autorità che marginalizza le proprie eccellenze tecniche per fare spazio a questo intreccio di carriere incrociate non è solo un’istituzione che sbaglia: è un’istituzione che si indebolisce di fronte ai mercati e ai partner internazionali. Se il regolatore perde la sua terzietà per diventare un braccio esecutivo della politica o, peggio, un comitato d’affari per ex manager del settore, l’intero “Sistema Italia” perde credibilità. Ogni delibera firmata da un Collegio così composto nasce con un vizio d’origine che la espone a impugnazione, aprendo lo Stato a contenziosi milionari e a un danno erariale che ricadrà, inevitabilmente, sulle spalle dei cittadini.

Tutti i componenti hanno sottoscritto dichiarazioni solenni di insussistenza di cause di incompatibilità. Sono atti pubblici, che impegnano chi li firma. Se la realtà documentale dovesse rivelare che quei legami non sono stati formalmente recisi, non saremmo più nel campo dell’inopportunità ma in quello della falsa dichiarazione. E se invece fossero stati recisi, resterebbe intatto il problema di fondo: si può essere arbitri credibili di un sistema nel quale si è giocato fino al giorno prima?

Resta una domanda che non è più possibile eludere: il Presidente del Consiglio è consapevole di tutto questo? Palazzo Chigi sa che l’Autorità chiamata a presidiare la sicurezza energetica del Paese è guidata da un Collegio in cui la maggioranza dei componenti presenta continuità professionali con i soggetti vigilati, da un Segretario Generale privo di competenze di settore, e da una struttura che nel pieno della crisi smantella le proprie competenze interne? Se lo sa e tace, è complice di questo svuotamento. Se non lo sa, è un problema altrettanto grave: significherebbe che nessuno, nella catena istituzionale, vigila più su chi dovrebbe vigilare.

Roma non cadeva per gli attacchi esterni, ma quando i suoi magistrati smettevano di servire la Res Publica per servire se stessi o i propri protettori. È tempo che chi ha il dovere di vigilare torni a esercitare il suo ruolo, prima che l’opacità divori definitivamente la nostra sovranità energetica.

Ceterum censeo, l’indipendenza va difesa.

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