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Il “Remigration summit” torna a incendiare il dibattito politico lombardo. Per il 18 aprile è stato annunciato a Milano, in piazza Duomo, un appuntamento promosso dall’area dei Patrioti per l’Europa, il gruppo europeo di cui fa parte anche la Lega. Matteo Salvini ha difeso apertamente l’iniziativa, spiegando di voler essere presente “per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini”, mentre il governatore Attilio Fontana ha fatto sapere che “penso proprio di sì” alla sua partecipazione. Sul fronte opposto, il sindaco Giuseppe Sala ha contestato il lessico stesso della “remigration”, chiedendo: “Remigration come? In che modo, in che condizioni, con che accordi con il Paese? Non facciamo demagogia”. La polemica, insomma, non riguarda solo un convegno o una manifestazione di piazza. Riguarda la progressiva emersione nel dibattito pubblico italiano di una parola e di una proposta politica che fino a poco tempo fa restavano confinate ai margini dell’estrema destra europea.
Il precedente del 2025: il summit che doveva essere a Milano finì a Gallarate
La stessa vicenda si era già consumata un anno fa. All’inizio del 2025 il primo “Remigration Summit” era stato annunciato nell’area milanese, con sede tenuta segreta tra Milano e la zona di Malpensa, e aveva subito scatenato mobilitazioni politiche e civiche per impedirne lo svolgimento. Dopo pressioni e cambi di location, il raduno si tenne il 17 maggio 2025 a Gallarate, al Teatro Condominio, con sede comunicata ai partecipanti soltanto la mattina stessa.
A Gallarate arrivarono esponenti dell’ultradestra europea, tra cui il teorico austriaco Martin Sellner; furono segnalate presenze dall’area di AfD, del Vlaams Belang e di altri gruppi nazionalisti. Dal palco arrivò anche un videomessaggio di Roberto Vannacci, allora eurodeputato della Lega, che definì la remigrazione “non uno slogan, ma una proposta concreta”. Nello stesso giorno a Milano si svolsero contromanifestazioni molto partecipate e si verificarono scontri tra antagonisti e forze dell’ordine.
Anche allora il tema aveva spaccato la politica. Matteo Salvini si era espresso contro i divieti, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva sostenuto di avere il dovere di garantire “la libera espressione del pensiero”, salvo i limiti fissati dalla Costituzione e dalla legge. Pd, Sinistra italiana, Europa Verde, sindacati e associazioni avevano invece denunciato l’evento come una piattaforma di propaganda xenofoba e razzista.
Che cos’è la “remigrazione”
Sul piano letterale, “remigrazione” significa “migrazione indietro”. Ma nel dibattito politico contemporaneo il termine viene usato, secondo Treccani e Accademia della Crusca, come eufemismo per indicare il ritorno forzato delle persone immigrate nei Paesi d’origine, fino ad arrivare, nei suoi usi più radicali, all’idea di deportazioni di massa di persone con background migratorio.
È qui che sta il nodo più controverso. Nelle versioni più “moderate” proposte da partiti e movimenti, la remigrazione viene presentata come rimpatrio di irregolari, criminali o stranieri che non rispettano la legge. Ma nella genealogia del concetto, soprattutto nell’area identitaria e neonazionalista europea, il termine si è esteso anche a persone formalmente integrate o legalmente residenti, ritenute però “non assimilabili” sul piano culturale o identitario. Per questo gran parte dei critici considera la parola un contenitore ambiguo: apparentemente tecnico, in realtà capace di coprire proposte molto più estreme.
Remigrazione, un concetto nato tra Austria e Germania e poi diffusosi tra le destre europee
La popolarità politica del termine esplode soprattutto nell’area germanofona. Uno dei nomi centrali è quello dell’austriaco Martin Sellner, esponente del movimento identitario, diventato uno dei principali teorici della “remigration”. Il tema è poi entrato nel lessico e nella propaganda di Alternative für Deutschland: Correctiv ha rivelato nel gennaio 2024 la riunione di Potsdam tra esponenti AfD, attivisti identitari e altri simpatizzanti, in cui si discuteva un piano di deportazioni forzate su larga scala; pochi giorni dopo AfD ha formalizzato una propria definizione del termine in un position paper.
Nel 2025 il vocabolo è diventato ancora più visibile: l’AfD lo ha inserito stabilmente nella propria comunicazione politica e nel materiale elettorale, mentre in Europa il concetto ha funzionato sempre più da parola-collante per una galassia che va dai partiti radicali istituzionali ai movimenti identitari e neofascisti. Diverse analisi giornalistiche e accademiche hanno osservato che proprio questa elasticità semantica ne ha favorito la diffusione: “remigrazione” suona meno brutale di “deportazione”, ma può includere politiche molto dure di espulsione collettiva.
Perché il termine “remigrazione” è così contestato
La parola è contestata non solo politicamente, ma anche linguisticamente. Treccani la definisce esplicitamente un eufemismo per il ritorno forzato di persone immigrate; l’Accademia della Crusca osserva che oggi viene rilanciata proprio per indicare, in forma attenuata, “espulsione forzata” o “deportazione di massa” di persone con storia migratoria. In altre parole, la critica principale è che il termine sterilizzi sul piano lessicale la violenza potenziale delle misure che evoca.
Le contestazioni più dure arrivano da chi vede in questa nozione una forma di razzismo istituzionalizzato o un possibile scivolamento verso pratiche di pulizia etnica. Va detto con precisione che questa è una qualificazione politica e morale, non una definizione giuridica automatica: tuttavia il riferimento a deportazioni o trasferimenti forzati di popolazioni è il motivo per cui il concetto suscita un allarme così forte nel dibattito pubblico.
Come e quando la Lega ha adottato il tema
In Italia il termine è entrato in modo sempre più esplicito nel lessico della Lega tra il 2025 e il 2026. Già all’inizio del 2025 Alessandro Corbetta, capogruppo leghista in Consiglio regionale lombardo, ne parlava pubblicamente come di un tema da affrontare “seriamente”, riferendolo non solo a clandestini e criminali ma anche a stranieri che “scelgono deliberatamente di non volersi integrare”. Nello stesso periodo la Lega Giovani Lombardia rilanciava il concetto sui social, e il summit inizialmente previsto a Milano diventava un banco di prova politico.
Nel 2026 il passaggio è diventato ancora più evidente. Corbetta continua a parlare di “piano per la remigrazione”, mentre Salvini ha ormai scelto di esporsi in prima persona sull’evento milanese del 18 aprile, collegandolo alla difesa dei confini e dell’identità occidentale. Il risultato è che una parola fino a poco fa marginale viene oggi portata nel cuore di Milano, dentro una cornice politica più ampia e assai più istituzionale di quella degli ambienti identitari da cui proveniva.
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