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Trump gioca con il fuoco globale mentre l’Europa sembra sempre più una batteria di polli

C’è un filo rosso che lega Venezuela, Iran e oggi Cuba. Un filo che non è diplomazia, ma pressione. Non è strategia multilaterale, ma forza unilaterale. E soprattutto non è stabilità, ma instabilità. Partiamo dai fatti. Cuba è al collasso. Senza petrolio, senza elettricità, con blackout diffusi e una crisi umanitaria che si aggrava giorno dopo giorno. Il blocco energetico imposto dagli Stati Uniti ha tagliato le forniture, lasciando l’isola al buio e senza risorse.

Non è propaganda: è realtà. E mentre l’isola affonda, Donald Trump parla apertamente della possibilità di “prendersi Cuba”. Dopo aver contribuito a ridisegnare gli equilibri in Venezuela e mentre tiene acceso il fronte iraniano, la nuova tappa è chiaramente L’Avana. Non sarà una nuova Baia dei Porci. La storia non si ripete mai uguale. Ma attenzione: le crisi si moltiplicano, si sovrappongono, si contaminano. E il mondo entra in una fase lunga, non episodica, di tensione permanente. Prepariamoci: non è un picco, è una traiettoria.

Il punto, però, è un altro. Mentre Washington alza la pressione su ogni scacchiere, sta regalando alla Cina un assist gigantesco. Perché la logica è semplice, quasi brutale: se gli Stati Uniti ritengono legittimo intervenire — direttamente o indirettamente — per “liberare” Teheran o strangolare Cuba fino a un cambio di regime, perché Pechino dovrebbe rinunciare a Taiwan? Xi Jinping lo ripete da anni: Taiwan è parte della Cina, una questione storica aperta da oltre 80 anni.

E se passa il principio che la forza può ridisegnare gli equilibri, allora il precedente è servito su un piatto d’argento. È qui che il cortocircuito diventa evidente. Trump — che forse farebbe meglio a chiarire fino in fondo la vicenda degli Epstein Files invece di riscrivere gli equilibri globali — sta costruendo un mondo dove la legge è sostituita dal precedente. E il precedente, per definizione, non lo controlli più.

In mezzo a tutto questo c’è l’Europa. O meglio: c’è ciò che resta dell’Europa. Un continente che somiglia sempre più a una batteria di polli: compressa, schiacciata, incapace di muoversi. Da una parte gli Stati Uniti, sempre più muscolari, imprevedibili, “allo stato brado”. Dall’altra una Cina più educata nei modi, più raffinata nella forma, ma non per questo meno determinata, meno tignosa, meno strategica. E noi? A discutere di regole fiscali, di vincoli, di decimali.

La verità è brutale. E va detta senza ipocrisie: o l’Europa diventa qualcosa di serio, oppure diventa irrilevante. Non ci sono più vie di mezzo. O si fanno davvero gli Stati Uniti d’Europa — con debito comune, difesa comune, eurobond, politica fiscale integrata — oppure il destino è segnato: vassalli di Washington o satelliti di Pechino. Non domani. Non tra dieci anni. Adesso. Perché mentre noi discutiamo, gli altri decidono. E quando le decisioni arrivano, di solito è troppo tardi per lamentarsi. La storia, questa volta, non bussa. Sta già entrando.

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