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Guerra in Iran, l’illusione del controllo: il conflitto scivola verso l’ignoto

La guerra in Iran entra nella terza settimana. A quindici giorni dall’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele, il conflitto rischia di assumere i connotati di una ‘trappola’, con la prospettiva concreta di un’escalation. Il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz, epicentro della crisi del petrolio, alimenta dubbi sull’efficacia della strategia adottata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu: nonostante l’uccisione del leader supremo, Ali Khamenei, il regime clericale di Teheran resiste e le scorte iraniane di uranio altamente arricchito non sono al sicuro. Dopo aver incassato i durissimi colpi iniziali, la contromossa di Teheran ha prodotto una “escalation orizzontale”, a lungo preparata dal regime, che mira ad allargare il conflitto geograficamente con attacchi ai Paesi del Golfo e con costi rilevanti per Washington e per l’economia globale.

La trappola dell’escalation

In questo contesto, gli analisti sottolineano i rischi di “una trappola dell’escalation”, per cui colui che ha attaccato viene trascinato in un conflitto sempre più complesso, prolungato e costoso di quanto previsto inizialmente, a causa di una crescente disparità nella campagna israelo-statunitense tra il livello tattico e quello strategico. In parole semplici, il livello tattico riguarda compiti militari specifici come gli attacchi aerei che colpiscono i loro obiettivi previsti su cui la campagna ha avuto successo. Il livello strategico definisce se gli obiettivi politici e di sicurezza nazionale della guerra vengono raggiunti e a quale costo.

“Ci sono diverse fasi nella trappola dell’escalation – spiega al Guardian Robert Pape, storico statunitense che ha studiato i limiti della potenza aerea e ha consigliato diverse amministrazioni -. Quello che abbiamo visto con l’attacco iniziale è stato tatticamente un successo quasi al 100%. Il problema è che quando questo non porta al successo strategico… si arriva alla seconda fase della trappola. L’attaccante ha ancora il dominio dell’escalation, raddoppia gli sforzi, si sale lungo la scala dell’escalation ma questo non porta ancora al successo strategico. E si arriva così alla terza fase, che è la vera crisi, dove si contemplano opzioni molto più rischiose. Direi che siamo alla fase due, e sul punto di entrare nella fase tre”.

Secondo lo storico, l’amministrazione Trump è rimasta ‘affascinata’ dall’attacco iniziale e ha avuto l’”illusione del controllo” basata sulla precisione delle sue armi. Tutto questo ha spinto Teheran verso il proprio modello di escalation, basato su un impatto economico e politico globale molto più ampio. Prendendo di mira gli stati del Golfo e la navigazione nello stretto di Hormuz, l’Iran ha dimostrato di poter aumentare i costi della guerra per Washington ben oltre le sue capacità militari di contrastare in modo significativo l’attacco israelo-statunitense direttamente. Gli attacchi iraniani “sono progettati per creare divisioni tra gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo creando a loro volta divisioni tra questi e le loro società”, spiega ancora Pape, secondo cui “stanno costringendo le popolazioni del Golfo a chiedersi: ‘perché stiamo pagando il prezzo di una guerra che sembra guidata da politiche israeliane espansionistiche?’”.

L’incognita della reazione di Trump

Robert Malley, ex inviato americano in Iran e capo negoziatore nei colloqui nucleari con Teheran, ha affermato che il modo in cui gli Stati Uniti hanno proceduto nel conflitto – e il livello di escalation o de-escalation adottato – è stato probabilmente definito meno da considerazioni strategiche chiaramente delineate che dalla psicologia di Trump. “A un certo punto, presumo ci sarà una via d’uscita, ma potrei immaginare l’escalation raggiungere livelli che non avremmo davvero contemplato nemmeno un mese fa… truppe sul terreno, che attaccano infrastrutture di base, prendono il controllo di parti dell’Iran, lavorano con gruppi curdi o altri gruppi etnici. Tutto questo, ragiona, cresce in un modo diverso.

Ma questo potrebbe innescare reazioni da parte iraniana, e poi chissà cosa succede. Non sarei sconvolto se vedessimo attacchi terroristici contro soft target americani. Se ciò dovesse accadere, che sia diretto dall’Iran o meno, come reagirà il presidente?”. La chiosa di Malley è inquietante: “A questo punto, ciò che dovremmo temere è che la scala dell’escalation sia quella su cui Trump si sente più a suo agio, perché non credo che gli iraniani gli renderanno la vita più facile. Non credo che gli offriranno la vittoria su un piatto d’argento, dicendo: ‘Ok, smettiamo di sparare’”.

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