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“Il drone su Erbil è un segnale politico”, parla l’esperto

“Un attacco deliberato” ha colpito nella notte la base militare italiana di Erbil. Ad affermarlo è il ministro della Difesa Guido Crosetto. Un episodio che riaccende timori e interrogativi sull’evoluzione della guerra tra Stati Uniti e Iran. L’Italia rischia di diventare un bersaglio nel conflitto? E soprattutto: si è trattato di un errore tecnico o di un avvertimento?

A fare chiarezza è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, che ad Affaritaliani spiega il possibile significato dell’attacco alla base italiana di Erbil: “È un avvertimento inviato dagli iraniani per dire all’Italia ‘state fuori dalla vicenda dei curdi’. Teheran teme che possano essere utilizzate milizie locali per avviare un’azione contro l’Iran senza un intervento diretto americano”.

Un drone Shahed che colpisce la base degli italiani a Erbil è un errore tecnico o un avvertimento deliberato dell’Iran all’Italia?

“È molto difficile pensare a un errore tecnico. Lo considererei piuttosto un avvertimento inviato dagli iraniani a un alleato degli Stati Uniti. Va detto che l’Italia, per il momento, non è particolarmente attiva nella vicenda iraniana, anche per ragioni geografiche e politiche. Tuttavia mi sembra che Teheran abbia scelto di mandare segnali di questo tipo a diversi Paesi legati a Washington. Per questo lo interpreto come un messaggio politico, non certo come un incidente”.

Se venisse confermata la matrice iraniana, l’Italia deve potenziare il contingente o rischia di diventare un bersaglio nel conflitto tra USA e Teheran?

“Non credo sia necessario rafforzare il contingente. Il vero significato di questo avvertimento, a mio parere, è un altro: ‘Italia, state fuori dalla vicenda dei curdi’. Gli iraniani temono la possibilità, evocata più volte dal presidente americano Trump, che le milizie curde possano essere utilizzate per un eventuale attacco via terra contro l’Iran.

Gli Stati Uniti avrebbero infatti grandi difficoltà a intervenire direttamente sul terreno. Le esperienze in Iraq e Afghanistan dimostrano quanto queste operazioni possano trasformarsi in una trappola per Washington e per la coalizione che la sostiene.

Il timore di Teheran è che possano essere utilizzate milizie locali — non solo curde ma anche altre forze presenti lungo il confine iraniano e ostili al regime — per avviare un’azione contro l’Iran senza un intervento diretto americano. Questo scenario preoccupa molto la leadership iraniana e spiega, secondo me, anche l’avvertimento rivolto all’Italia”.

Siamo protetti? Il fatto che il drone sia impattato nella base nonostante l’allarme solleva dubbi: le nostre difese anti-drone a Erbil sono adeguate alla minaccia attuale?

“Ritengo che i nostri militari siano sufficientemente protetti. In ogni conflitto è normale che ci sia la necessità di aggiornare continuamente le difese, sia sul piano strategico sia su quello tecnologico. Tuttavia credo che questo episodio non rappresenti un vero attacco militare.

Non parliamo di un’azione massiccia con missili o con numerosi droni, ma di un messaggio isolato e molto chiaro: non cercate di sostenere o utilizzare milizie che possano essere impiegate contro l’Iran, perché lo considereremmo un atto ostile.

L’Italia ha sempre prestato grande attenzione alla sicurezza dei propri militari nelle missioni all’estero. Nonostante la pericolosità di alcune aree, nel complesso siamo sempre riusciti a garantire una protezione adeguata. Naturalmente la situazione sarebbe diversa in caso di un attacco massiccio, ma qui stiamo parlando, a mio parere, di un avvertimento”.

Secondo lei Trump ha sottovalutato la potenza iraniana e dei suoi alleati sul piano militare?

“Non parlerei di sottovalutazione. È una questione strategica che esiste da sempre. Già 200 anni fa Clausewitz spiegava che chi attacca si trova in una posizione operativamente più debole rispetto a chi si difende.Credo che il potenziale militare iraniano sia stato valutato abbastanza bene. Piuttosto, Teheran ha dimostrato una certa abilità nel colpire obiettivi simbolici e vulnerabili, soprattutto nei Paesi arabi.

Anche senza attacchi massicci, bastano pochi missili per creare un forte impatto su città come Dubai, che si presentano al mondo come centri di business e di stabilità. Anche colpi limitati possono produrre danni rilevanti dal punto di vista dell’immagine e della percezione di sicurezza.

Detto questo, dopo i primi giorni mi sembra che la capacità di risposta iraniana ai colpi degli Stati Uniti e di Israele stia progressivamente diminuendo e potrebbe indebolirsi ulteriormente nel tempo. Il regime però ha scelto di affidarsi alla linea più dura e questo, almeno per ora, non lascia spazio a compromessi”.

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