Rinnovo Patente? Facile ed Economico

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La formula scelta per spiegare la decisione è sobria, quasi notarile, ma il significato è di quelli che fanno rumore. L’assemblea dei soci di Hoepli S.p.A. ha deliberato lo scioglimento volontario della società e l’avvio della liquidazione, accogliendo la proposta del consiglio di amministrazione. Nella comunicazione ufficiale, i motivi indicati sono due: i “risultati di esercizio negativi”, collegati anche all’andamento previsto del mercato editoriale e librario, e il “gravoso conflitto endosocietario”.

È la fotografia formale di una crisi che in realtà ha almeno due piani. Il primo è economico-industriale: un settore che soffre, ricavi che scendono, libreria in affanno, scolastico colpito anche dall’inverno demografico. Il secondo è proprietario e familiare: una guerra interna che da tempo impedisce qualsiasi scelta condivisa, dal rilancio alla vendita, fino all’ipotesi di un cambio di governance.

La società ha sostenuto che la liquidazione rappresenti “l’unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”. Una formulazione che, però, letta dal punto di vista dei lavoratori e di chi guarda alla storia di Hoepli, suona quasi paradossale: per molti il rischio vero è proprio quello opposto, cioè la dispersione per pezzi di un marchio, di un catalogo e di una libreria che hanno attraversato un secolo e mezzo di storia milanese.

I conti non brillano, ma da soli non raccontano un collasso

È qui che la vicenda diventa meno lineare di quanto suggerisca la parola “liquidazione”. Perché i numeri dell’ultimo bilancio, pur descrivendo una situazione difficile, non sembrano da soli spiegare uno sbocco così radicale. Secondo i dati riportati da Il Fatto Quotidiano sul rendiconto al 30 giugno 2025, Hoepli ha chiuso l’esercizio con ricavi in calo dell’8,5%, scesi a 29,56 milioni di euro. La perdita sfiora il milione e aumenta rispetto all’anno precedente. È un dato negativo, certo, e si inserisce dentro un mercato che non aiuta. Ma non basta, da solo, a raccontare una società già travolta.

Il patrimonio netto resta infatti positivo per 11,38 milioni di euro. I debiti, anziché crescere, risultano in forte riduzione: da oltre 12 milioni a circa 7,57 milioni, con una diminuzione di 4,55 milioni. Anche il costo del lavoro è stato tagliato in modo sensibile, con una riduzione del 14,6% a circa 4 milioni. In parallelo, i costi di produzione sono scesi del 10,9%, a 30,74 milioni.

Il vero campanello d’allarme, semmai, è nella capacità industriale e nella generazione di cassa. I flussi finanziari dell’attività operativa sono andati in negativo per oltre 4 milioni. E si nota un rallentamento netto della macchina editoriale: meno novità pubblicate, meno nuove edizioni, meno ristampe, meno copie prodotte. Segnali di una struttura che si sta restringendo, forse per prudenza, forse per blocco strategico, forse per entrambe le ragioni. Il punto, allora, è che Hoepli non appare come una società florida travolta da un capriccio familiare, ma nemmeno come un’azienda già tecnicamente senza ossigeno. È piuttosto una realtà in difficoltà, sì, ma ancora dotata di asset, marchio e patrimonio tali da far pensare che la liquidazione sia meno l’effetto automatico dei conti e più il risultato di un’impasse diventata ingestibile.

Hoepli, la guerra tra cugini che ha paralizzato tutto

A rendere esplosiva la situazione è da anni il conflitto tra i due rami della famiglia proprietaria. Da una parte ci sono Barbara Hoepli, presidente, Matteo Ulrico Hoepli, vicepresidente, e Giovanni Ulrico Hoepli, amministratore delegato: espressione del ramo maggioritario, quello che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli, e titolare complessivamente di circa due terzi della società. Dall’altra c’è Giovanni Nava, erede del ramo di Bianca Hoepli, con una quota di minoranza attorno a un terzo del capitale, ma abbastanza pesante da risultare decisiva nei passaggi più delicati.

La faida non è una metafora giornalistica buttata lì per far colore. È una guerra vera, societaria e familiare, che secondo le ricostruzioni è sfociata in cause civili e penali e ha trasformato ogni scelta industriale in un terreno minato. Il verbale dell’assemblea di novembre, riportato da Il Fatto, restituisce già il clima: accuse di “insubordinazione”, regole irrigidite sulla rappresentanza in assemblea, diffidenza reciproca, impossibilità di trovare un linguaggio comune prima ancora che una strategia condivisa.

Il punto di rottura più evidente è stato quello sulle ipotesi di cessione. Mondadori e Feltrinelli hanno guardato a Hoepli, con interesse soprattutto per il comparto educational e per il valore del marchio. Ma una vendita, per concretizzarsi, avrebbe richiesto un’intesa piena. E qui il meccanismo si è inceppato. Secondo le ricostruzioni, Mondadori avrebbe voluto acquistare il 100% dell’azienda, senza ritrovarsi soci di minoranza dentro una realtà già segnata da contenziosi feroci. L’assenza di unanimità ha così fatto saltare le trattative. In sostanza: non si è riusciti né a rilanciare né a vendere.

Giovanni Nava, dopo il voto assembleare, ha parlato apertamente di “deriva”, denunciando la scelta della maggioranza di puntare alla liquidazione e alla cessione anche frazionata dell’azienda, “o, addirittura, del tutto disgregata”. È un passaggio politico oltre che societario: significa che uno dei due fronti considera la liquidazione non un atto di salvaguardia, ma l’anticamera dello smembramento.

La crisi vista dalla libreria: scaffali vuoti e centralizzazione

Il racconto dei conti, da solo, sarebbe freddo. Quello dei lavoratori aggiunge invece la temperatura umana della crisi. Nell’intervista al Corriere, il libraio e sindacalista interno Stefano Fanti descrive una trasformazione che, prima ancora di arrivare alla liquidazione, era già visibile nella quotidianità del negozio.

“Vedere gli scaffali mezzi vuoti mi metteva tristezza. Per la prima volta dovevamo dire ai clienti che il libro non c’era”. È una frase che pesa perché sposta il discorso dal bilancio alla carne viva di una libreria. Negli ultimi due anni, racconta, la centralizzazione degli acquisti avrebbe progressivamente svuotato i reparti, togliendo autonomia ai librai e indebolendo quel modello di selezione diretta che aveva fatto della libreria Hoepli un presidio culturale, non un semplice punto vendita.

Fanti parla anche di una sensazione di “divide et impera, ma senza nessuno che ‘imperasse’ davvero”. Una formula amara, quasi perfetta per descrivere un’azienda in cui il conflitto proprietario sembra aver occupato tutto lo spazio lasciando in secondo piano il progetto industriale. Da una parte Giovanni Hoepli che, a suo dire, tendeva a minimizzare; dall’altra Barbara attenta a eventi e immagine; Matteo concentrato sull’online e sulla concorrenza di Amazon. Nessuno, nel racconto del sindacalista, appare però davvero in grado di tenere insieme la visione complessiva.

Milano e Hoepli, una storia iniziata nel 1870

Per capire fino in fondo che cosa si rischia di perdere bisogna fare un passo indietro. Come Affaritaliani.it aveva ricostruito un mese fa, la storia di Hoepli comincia nel 1870, quando Ulrico Hoepli rileva una piccola libreria milanese nella Galleria De Cristoforis. La sua intuizione è semplice e geniale: puntare non tanto sulla letteratura di consumo quanto sui manuali, sulle grammatiche, sui testi tecnici, sugli strumenti di sapere pratico che accompagnano la modernizzazione del Paese.

Da lì nascono i “Manuali Hoepli”, un marchio dentro il marchio, e poi una lunga traiettoria che attraversa la Milano industriale, la crescita delle professioni tecniche, il boom economico, l’espansione dell’editoria scolastica, l’ingresso nell’era digitale senza perdere del tutto la propria identità. La sede di via Hoepli 5, inaugurata nel 1958 e progettata da Figini e Pollini, non è solo un immobile nel centro di Milano: è un pezzo di paesaggio culturale cittadino, uno di quei luoghi che sembrano esserci sempre stati.

Anche per questo la crisi non è percepita come una normale vicenda societaria. Hoepli non è solo un editore in difficoltà: è una delle ultime case editrici indipendenti con una forte identità tecnica e scientifica, un catalogo che ha formato generazioni di studenti, ingegneri, artigiani, professionisti.

Che cosa vale oggi Hoepli

Se si guarda agli asset, si capisce perché attorno alla società continui a gravitare interesse. Il primo è il comparto scolastico, che secondo le ricostruzioni mantiene una quota di mercato intorno al 5%. Per un grande gruppo, rafforzarsi lì significherebbe consolidare una posizione già importante. Il secondo è il catalogo tecnico-scientifico, un patrimonio editoriale di enorme valore simbolico e commerciale, costruito in oltre 150 anni. Il terzo è il marchio, che in Italia conserva ancora una riconoscibilità altissima.

E poi c’è l’immobile di via Hoepli, nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo. È impossibile ignorare il suo valore patrimoniale e immobiliare. Non basta a spiegare tutto, ma basta a far capire perché il futuro della sede sia oggi uno dei nervi scoperti della vicenda. Quando il sindacalista del Corriere evoca il rischio che “al posto di questa libreria potrebbe comparire l’ennesimo albergo”, non sta facendo solo una provocazione. Sta traducendo in immagine urbana ciò che molti temono: che la logica del valore immobiliare finisca per prevalere su quella culturale.

Il punto è delicato. Non ci sono, allo stato, decisioni che consentano di affermare che l’immobile diventerà davvero un hotel. Ma la sola possibilità che il tema entri nel dibattito dice molto del clima attorno alla liquidazione. Quando una libreria storica viene percepita come un bene convertibile in funzione del mercato immobiliare milanese, vuol dire che la partita non riguarda più soltanto l’editoria.

Che cosa ne sarà di Hoepli?

La domanda ora è una sola: che cosa ne sarà di Hoepli? La liquidazione volontaria apre diversi scenari, e nessuno appare semplice. Il primo è quello della cessione per rami: da una parte il comparto scolastico, dall’altra il catalogo, altrove la libreria, eventualmente separata dal resto. È lo scenario che alimenta più paure, perché coincide con l’idea dello “spezzatino”. Il secondo è quello di una vendita più ordinata e complessiva, se si trovasse un soggetto disposto a rilevare attività e marchio in un quadro meno conflittuale. Il terzo, almeno in teoria, sarebbe quello di una contestazione legale della decisione e di un tentativo di rilancio alternativo, ma al momento sembra il più accidentato.

Intanto la tensione sociale cresce. I sindacati hanno confermato per sabato iniziative pubbliche a partire da un flash mob alle 11 davanti all’ingresso della libreria di via Hoepli, per chiedere la salvaguardia della realtà culturale e del lavoro dei dipendenti. È un gesto che ha un valore anche simbolico: significa portare la crisi fuori dalle carte dei soci e rimetterla davanti alla città.

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