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Prende forma una nuova ipotesi investigativa sul delitto avvenuto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, dove è stato ucciso Abderrahim Mansouri. Secondo quanto emerge dalle testimonianze raccolte negli ultimi giorni, il poliziotto Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario, avrebbe cercato di assumere il controllo della piazza di spaccio della zona.
Gli investigatori stanno valutando la possibilità che l’agente volesse sostituire la rete di spaccio riconducibile alla famiglia Mansouri con un gruppo di pusher attivi nell’area del Corvetto. Un’ipotesi che, al momento, resta al vaglio della Procura di Milano e dovrà essere verificata con ulteriori riscontri investigativi.
Le testimonianze raccolte dalla Procura di Milano contro Cinturrino
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia e condotta dalla Squadra mobile della Polizia, ha portato negli ultimi giorni all’ascolto di almeno una dozzina di testimoni tra spacciatori, tossicodipendenti e altre persone che frequentavano il contesto del boschetto di Rogoredo. Dalle loro dichiarazioni emergerebbe un quadro fatto di presunte richieste di denaro o di droga da parte del poliziotto. Alcuni di questi elementi erano già stati citati anche da colleghi dell’agente nelle fasi precedenti dell’indagine.
Tra le persone sentite c’è anche un giovane tunisino arrestato per spaccio da Cinturrino nel 2024 e poi assolto poco più di un anno fa. Proprio quel procedimento ha fatto nascere un nuovo fascicolo a carico del poliziotto per un presunto falso verbale di arresto. Gli inquirenti stanno inoltre riesaminando diversi arresti eseguiti dall’agente negli ultimi mesi e analizzando alcuni fascicoli recenti relativi alla gestione delle piazze di spaccio nella periferia sud di Milano.
La fase di raccolta delle testimonianze sarebbe ormai quasi conclusa e la Procura sta ora valutando una decina di episodi citati nei verbali, cercando riscontri concreti per ciascuno di essi. Gli investigatori non escludono infatti che alcune dichiarazioni possano essere state rese per risentimento o con intenti calunniatori. Parallelamente si sta ampliando anche il quadro delle contestazioni e delle iscrizioni nel registro degli indagati, mentre vengono verificate eventuali complicità o coperture alle presunte azioni dell’agente. Ipotesi già emerse nelle dichiarazioni di almeno due dei quattro colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Il cugino della vittima: “Voleva mettere in quella zona i suoi spacciatori italiani”
Il possibile movente legato al controllo della piazza di spaccio era stato evocato anche dal cugino della vittima in un’intervista al Tg3. “Voleva appropriarsi di quella zona lì per poter mettere i suoi spacciatori italiani lì, non in palazzina al Corvetto ma a Rogoredo – aveva detto – perché c’era più via vai. Gli diceva: ‘Io ti toglierò da qua in ogni modo. Io prima o poi ti ammazzo’”.
Lo stesso parente ha raccontato anche il timore che Mansouri avrebbe maturato nei confronti del poliziotto. “Mio cugino aveva paura perché vedeva l’ossessione che aveva questo ‘Luca’ su di lui. Anche quando finiva il lavoro andava a casa e tornava, anche la notte tardi per i fatti suoi, da solo”. Nelle testimonianze viene citato anche il ruolo di un altro agente ritenuto vicino a Cinturrino: “Entrava alla mattina col ‘figlio di Luca’, il suo collega, il suo braccio destro, che faceva tutto quello che voleva lui. Entravano la mattina presto, col martello minacciava tutti”.
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